A Buenos Aires, dal 29 al 31 agosto

FUNEXPO 2012/1

Decisamente ogni viaggio in Argentina ci riserva delle sorprese! Già in passato avevamo avuto modo di evocare l’incontro con un lustrascarpe che altri non era se non il genitore del famosissimo Suarez, il calciatore del Liverpool milionario e nazionale “uruguagio”. Il padre, emigrato dal paese dirimpettaio dell’altra riva del Rio della Plata, dopo molti anni passati nella ristorazione era rimasto disoccupato durante la grande crisi argentina del 2002-03 e, per sopravvivere mantenendo la propria indipendenza, si era armato di uno scranno per accogliere i clienti quasi all’angolo della calle Lavalle con la famosissima Avenida 9 de Julio di Buenos Aires, il viale più largo del mondo. Non solo: attigua alla sua postazione si trova una botteguccia di vetusti souvenir (vintage diremmo oggi) tenuta da una anziana signora greca, dal carattere ben affermato, con la quale avevamo evocato conoscenze comuni nell’isola di Sifnos (un ristoratore triestino colà stabilitosi), una delle più belle e meno frequentate delle Cicladi, vere perle del mar Egeo. Per la cronaca, essa apre ogni giorno alle 18!
Questa volta ci si è trovati, finita la fiera, nel quartiere della Chacarita dove è ubicato l’immenso cimitero che vide la creazione del primo forno crematorio del Paese già alla fine dell’ ‘800. Oggi sono in funzione 14 unità che permettono di trattare, al costo unitario di 150 euro, dai 35 ai 70 corpi al giorno con un tasso di cremazione che raggiunge ormai, nella capitale, il 75%. Il responsabile dell’impianto ci ha permesso, una volta messo al corrente delle ragioni che ci avevano condotto in quei luoghi, di visitare il sito senza tuttavia poter accedere ai forni visto che alcuni di essi erano in piena attività. Per il resto, il cimitero, che all’ingresso propone una zona monumentale ricca di sontuose cappelle gentilizie moltissime delle quali portano nomi della nostra penisola (più del 30% della popolazione del Paese è di origine italiana con punte ancor più alte nelle grandi città), presenta ampie aree destinate alla inumazione (l’esumazione viene fatta al sesto anno) nonché pareti munite di loculi di diversa grandezza destinati a ricevere tanto bare che urne cinerarie.
È un camposanto dal profilo completamente diverso da quello, famosissimo, della Recoleta sistemato nell’omonimo, elegante quartiere e che, provvisto di una fitta rete di stradine, quasi vicoli, ospita, in quella che per la sua conformazione è una vera e propria città dei morti, solo cappelle familiari che albergano bare spesso a vista. La più nota e, come tale, sempre affollata è senz’altro quella di Eva Peròn, “Evita”, dove centinaia di turisti si spingono vicendevolmente e senza troppe precauzioni per trovare, anzi per conquistare, un posto per la foto rituale. Occorre dire che il personaggio, a sessant’anni dalla sua prematura scomparsa, gode ancor oggi di una devozione che in certi casi sconfina in un fanatismo che non finisce di stupire. Tra l’altro i nuovi biglietti da 100 pesos, la cui uscita è stata ritardata per ragioni tecniche, porteranno la sua immagine. Da chiedersi se ciò sia dovuto all’opera politico-sociale, per certi aspetti rimarchevole, perseguita dalla ex ballerina o da un mito creatosi grazie all’arcinoto “don’t cry for me Argentina” che costruisce il clou dello spettacolo da music hall “Evita” andato in scena per anni non solo a Broadway, ma in tutto il mondo. Vista l’età di molti dei “pellegrini” verrebbe da pensare alla seconda ipotesi.
La conferma che la leader dei descamisados sia sempre nel cuore dei suoi compatrioti ci viene anche dall’inaugurazione, nel 2010 in occasione del bicentenario della repubblica, di una sala ad essa consacrata all’interno della “Casa Rosada”, il palazzo presidenziale. Esso ospita l’attuale presidentessa, l’attraente e contestata, quando non detestata (soprattutto nella capitale dove gli oppositori rappresentano l’81% della popolazione), Cristina Kirschner che aveva suscitato in occasione di una riunione internazionale, un G 20 se ben ricordo, le occhiate ammirative, languide, insistenti e forse anche concupiscenti di un nostro ex presidente del consiglio non del tutto insensibile, pare, al fascino muliebre. Tanto più che la sua recente, inattesa, vedovanza (nel 2010) da Nestor, presidente prima di lei (apparentemente le dinastie repubblicane non si limitano al Congo ex Belga con Kabila, alla Siria con Assad, alla Corea del Nord con Kim, od agli stessi USA con Bush padre e figlio e forse, in futuro, la coppia Clinton), avrebbe potuto, chissà, risvegliare la vecchia solfa dell’Eros e Thanatos di freudiana memoria. Nella sala di cui sopra si trova in una vetrinetta, fra altre suppellettili, anche un abitino rosso a pois bianchi, minuscolo per adattarsi a chi lo indossava e del tutto simile a quelli, ispiranti una nostalgica tenerezza, portati dalle giovinette della nostra infanzia. Con gli anni siamo lì. Avviso agli interessati: la Casa Rosada si visita gratuitamente tutti i fine settimana, inclusi l’ufficio presidenziale ed il sontuoso ascensore, una sorta di alcova di rovere pregiato e cuscini in velluto rosso riservato al solo capo dello stato. Per chi, come noi italiani, è abituato alle irritazioni dovute ad una valanga di divieti (a cominciare da quello “storico” di “sporgersi dal finestrino” delle ex FFSS) il fatto che si possa liberamente fotografare tutto (senza flash, tuttavia) crea, oltre che una sicura meraviglia, un certo turbamento. Ci si chiede, infatti, quale genio malvagio ispiri i nostri concittadini (governanti o, comunque, chiunque possieda una minima parcella di potere) nella sadica determinazione di vietare di tutto e di più. Esempio preclaro di quel gusto del potere che la secolare saggezza sicula ci ha trasmesso nel ben noto detto “cumannari è megghiu ca fu..iri”. Lasciamo alla sagacia del lettore il compito di riempire, con una doppia consonante, il tratteggiato pur avanzando, a titolo personale, qualche riserva sulla questione.
Ritornando al quartiere della Chacarita avevamo deciso di approfittare dell’occasione per recarci nella vicina calle Murillo, specializzata in pellami e distante solo qualche cuadra (il block USA o l’isolato italiano) dal cimitero. Il tutto per andare alla ricerca di prodotti, scarpe, indumenti e marocchineria di ogni genere, in pelle di carpincho (chiamato anche, in Brasile, capybara). Si tratta del più grande roditore al mondo che vive nelle zone umide subtropicali di Argentina (soprattutto), Brasile e Paraguay e che fornisce una pelle tanto soffice da dare l’impressione, a chi calza scarpe con essa fatte, di camminare a piedi nudi sul velluto. Giunti in un negozio (El rincòn de Zoilo nella calle Acevedo) iniziammo, come spesso accade, a parlare del più e del meno per arrivare alle ragioni che ci avevano portati da quelle parti. Nell’apprendere che ci si trovava per la fiera funeraria, il titolare ci chiese se avessimo conosciuto Alfredo Peculo. Probabilmente la persona più importante mai espressa dalla professione in quel Paese, quella che ha, da visionario e con avveniristica lungimiranza, profondamente trasformato la natura del servizio funerario. In passato ne avevamo ricordato la scomparsa mettendo in risalto, tra l’altro, il suo indefettibile attaccamento alla tradizione “gaucha” che lo aveva portato a creare nel suo ufficio di calle Florida un vero e proprio museo personale della vita dei cowboys della Pampa. Ebbene, da sempre finché visse, Alfredo era uso recarsi in quel negozietto artigianale per farsi fare tutti gli oggetti in cuoio facenti parte della panoplia del “gaucho”. A cominciare dai cinturoni fino a pantaloni, selle, stivali, bolas, porongos o mates (recipienti in zucca, legno, metallo o, per i più raffinati, in cuoio di cavallo) per bere la yerba mate con l’apposita cannuccia metallica (la bombilla, da leggere, pronunciando all’argentina, bombiscia). Anche chi l’ha incontrato una sola volta, in una delle fiere che egli era uso visitare in tutto il mondo, immancabilmente accompagnato dall’adorata moglie Susana, non può assolutamente dimenticare i suoi cinturoni policromi ornati da medaglie d’argento e da monete. Strana coincidenza, commovente per certi aspetti, quella di aver camminato sui suoi passi là dove mai avremmo pensato di ritrovare la traccia del caro amico scomparso. In fiera, nel centro di esposizioni di Costa Salguero, abbiamo rivisto con immenso piacere il fratello Ricardo, anch’egli in tenuta regolamentare da “pampero”, cordiale e fraterno come Alfredo e noto nel mondo funerario e non solo (spesso interviene in programmi in prime time alla televisione argentina). La sua conferenza sui riti funerari ha avuto un successo enorme. A questo punto una parentesi si impone su quello che da sempre ci rode: la refrattarietà della grandissima maggioranza degli imprenditori nazionali ai momenti di aggiornamento che sistematicamente in Tanexpo vanno deserti. O quasi. Probabilmente queste persone pensano di sapere già tutto senza rendersi conto che la loro crassa ignoranza non fa che compromettere l’immagine di una professione che, grazie anche a leggi arcaiche quasi oscurantiste (si pensi al fatto che la tanatoprassi non è ancora ammessa, che i cimiteri privati non esistono, che le case funerarie degne di questo nome si contano sulle dita di una mano), perde sempre più terreno rispetto a tutti gli altri Paesi. Che differenza con quanto accade a Buenos Aires ed altrove! A cominciare dagli Stati Uniti dove non solo i seminari iniziano all’alba, ma essi fanno sistematicamente il pienone pur dovendo i partecipanti pagare centinaia di dollari per l’iscrizione!
[continua...]
 
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Tanexpo, 7.8.9 aprile 2022