A Lione. dal 15 al 17 novembre

Funexpo 2012 (1)

Anche quest’anno l’apertura delle botti del beaujolais nouveau ha coinciso con quella di Funexpo, l’esposizione funeraria organizzata ogni due anni dalla Federazione Francese di Pompe Funebri a Lione.
Giunta ormai alla sua ottava edizione essa, più ancora che negli scorsi anni , si è identificata con la celebre ricorrenza “inventata” da Georges Duboeuf, vignaiolo nel Beaujolais, visto che l’inaugurazione della fiera è avvenuta lo stesso giovedì in cui, alle ore 00.01, vengono aperte le famose botticelle. Si parla di ora reale di ogni Paese, il che significa che, ad esempio, i giapponesi possono degustare otto ore prima dei francesi il “prezioso” nettare. Diciamo “prezioso” non tanto per la qualità, spesso mediocre, quanto piuttosto per i quattrini che esso fa guadagnare a tutti gli operatori della filiera a cominciare dai produttori che non solo possono vendere grosse quantità di “vino ordinario” con ottimi profitti, ma anche migliorare radicalmente il loro cash flow immettendo sul mercato il prodotto solo qualche settimana dopo il raccolto. In questo senso Georges Duboeuf si è rivelato un vero genio del marketing subito imitato da tutti, compresi gli italiani con il vino “novello”. Ci vengono alla mente quei giorni ormai lontani quando nella nostra Trieste ci si ritrovava, moderni sacerdoti un po’ snob in verità, nel tempio di Dioniso, figlio di Zeus, l’equivalente greco di Bacco. Il “Re di Coppe” (tutto un programma...) di via della Geppa era sapientemente condotto da Mario Vellich che, assecondato dalla sorella ai fornelli, allietava le giornate degli aspiranti enologi. Sempre all’avanguardia, era stato uno tra i primi in Italia ad ospitare le famose botticelle novembrine. Un areopago di presunti esperti, tra i quali i molti artisti che avevano tavola fissa colà (Mariano Cerne e Livio Rosignano in testa), si lanciava allora, in un’atmosfera molto bohème, in commenti più strambi l’uno dell’altro. Uno evocava fiori improbabili o piante sconosciute ai più per descrivere sentori e sapori del nuovo arrivato. L’altro tirava in ballo minerali e frutta, fresca o secca. Una parodia, insomma, di quelle che sono le descrizioni fatte dai grandi enologi che amano sbizzarrirsi con un linguaggio da iniziati quando si lanciano a capofitto nelle loro pontificanti e spesso incomprensibili descrizioni. In Francia dicono: Pourquoi faire simple quand on peut faire compliqué?” (perché fare semplice quando si può fare complicato?). Non hanno tutti i torti!
In realtà la tradizione di aprire le botti esiste da sempre. L’idea di codificarla nel quadro di un evento è stata la carta vincente che ha permesso al summenzionato borgognone di raggiungere la notorietà internazionale. In altri termini, una invidiabile operazione promozionale destinata a propiziare la vendita massiva di un prodotto che, al massimo, può essere considerato un vinello simpatico e privo di complicazioni. In quella che era stata, ad esempio, la parte più cospicua della Venezia Giulia, l’Istria, da tempi immemorabili si aprono le botti il giorno di San Martino. In particolare a Momiano dove il famoso moscato riscalda i cuori annebbiando, nel clima festaiolo, i cervelli e giustificando così, riferendosi a chi soffre di infortuni coniugali, il vecchio modo di dire napoletano: “arape (apre) ‘a prucessione ‘e San Martino”. In altri, e più schietti, termini San Martino, come poco invidiabile patrono dei (delle) cornuti (e), visto che mentre da una parte vi è chi, ebbro, non si rende conto di ciò che gli accade attorno, dall’altra v’è chi, più lucidamente, attinge larga manu a quelli che si è convenuto di chiamare, assieme ad altri, i piaceri terreni lasciando momentaneamente in stand by quelli spirituali. Approccio particolarmente presente in Karl Marx, il tedesco di Treviri padre della ben nota dottrina che da lui prende il nome, il quale in tale materialismo spicciolo e casareccio (non per niente aveva messo incinta la domestica) aveva trovato le stoichèia, le fondamenta, di quel “materialismo scientifico” i cui risultati, molto moderatamente incoraggianti, sono oggi, nella loro cruda realtà, sotto gli occhi di tutti. Ritornando alla “capitale des Gaules” (così è chiamata, in Francia, Lione) essa rimane fedele a sé stessa. Bella nella sua situazione geografica i cui palazzi, illuminati di notte, creano un’atmosfera quasi magica. Caotica nel suo traffico e ferocemente attaccata alla sua cucina; vera provocazione per i salutisti ed indubbio attentato nei confronti di cardiopatici e gottosi. Per fortuna i vini, cui degli studi che si sospettano fortemente “aiutati” dai produttori riconoscerebbero virtù antiossidanti teoricamente suscettibili di ridurre gli inconvenienti di una alimentazione iperlipidica ed iperproteica, sono all’altezza della situazione. Intendiamo riferirci non tanto al beaujolais nouveau (i lettori avranno facilmente capito che esso, contrariamente ai dieci famosi “crus” del beaujolais - Brouilly, Chenas, Chiroubles, Cote de Brouilly, Fleurie, Juliénas, Morgon, Moulin à Vent, Règniè, Saint Amour - non riscuote la nostra ammirazione) quanto piuttosto a due vini della valle del Rodano molto poco conosciuti, se non dagli addetti ai lavori, sia in Italia che in Francia. Parliamo di un bianco, il Condrieu (di vitigno Viognier 100%) che volentieri accosteremmo agli Arneis di Ceretto o di Giacosa e ad un rosso, il Saint Joseph (vitigno Syrah). Effettivamente il primo apre nuovi orizzonti ai cultori bacchici. Di rara eleganza e di altissimo prezzo, esso esprime a livelli supremi le potenzialità di quel vitigno che non esiste da nessuna altra parte al mondo se non nella zona del Condrieu. Quanto al secondo, praticamente introvabile a Parigi, rallegra le tavole rodaniane accompagnando a meraviglia la “sostanziosa” cucina locale. Viene abitualmente servito nel “pot lyonnais”, una bottiglia di vetro la cui base corrisponde ad uno zoccolo di vetro alto parecchi centimetri. Tale struttura fa diminuire il rischio che il flacone si rovesci allorché i convivi, resi più euforici dalle ripetute levate di nappi, manifestano una poco benvenuta tendenza ad urtare la tavola. L’esperienza popolare trova rimedio a tutto. O quasi.
[continua]





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