come un funerale interrompe una musica

Ho letto un libro che dimostra indirettamente l'importanza di partecipare ai funerali delle persone che si amano e, di conseguenza, l'importanza dei rituali funerari.

È l'autobiografia del cantante Sting: Broken Music. Il libro è dedicato ai genitori morti a poca distanza l'uno dall'altro in un momento di massimo impegno del cantante nella svolta della carriera che lo avrebbe reso famoso. È dedicato a loro nel senso che racconta come la loro morte abbia interrotto (broken) la "musica" di Sting inducendolo a fermarsi per elaborare i sentimenti di questo lutto. E se elaborare un lutto può essere considerato un processo di ricostruzione dei significati della vita andati in crisi con la morte dei propri cari, quale modo migliore di farlo se non "riraccontando" tutta la propria storia fino alla morte dei genitori se il lutto da elaborare è quello dei genitori?

Insomma, il libro di Sting è una specie di auto-terapia attuata tramite la narrazione della propria biografia alla luce dei sentimenti che la morte dei genitori gli ha suscitato.

Il sentimento chiave sembra essere il senso di colpa: il senso di colpa nei confronti della madre per averla giudicata male nella sua scelta di abbandonare il padre per vivere l'amore della sua vita; il senso di colpa nei confronti di entrambi per non aver trovato il tempo (o per non aver voluto, data la dichiarata avversione di Sting per i funerali e per la morte) essere presente ai loro funerali.

Il primo movimento dell'auto-terapia narrativa sembra essere volto a dire pressappoco: "questa è la mia storia, questo sono io, e così lo sono diventato; che altro avrei potuto fare, in che altro modo mi sarei potuto comportare?".

La stessa foto di Sting bambino posta in prima di copertina, in opposizione a quella di Sting adulto posta in quarta, sembra dire: "perdonatemi, ero un bambino".

È come in un processo: vi racconto la mia storia, ecco la mia apologia, la passione per la musica ha dominato la mia vita, questa è la chiave di lettura della mia esistenza. E anche mio padre prima di morire l'ha riconosciuto: quando gli ho fatto notare prendendogli la mano che le nostre mani erano uguali, ha sfiorato le mie dita e ha detto che le mie si erano comportate meglio. E questo mi ha fatto sentire ancora più in colpa nei suoi confronti per non essere andato al suo funerale. Ma alla fine ho riparato quello che si era rotto. E ho potuto farlo solo quando sono diventato adulto e ricco. Durante i lavori di sistemazione del laghetto del mio castello è stato trovato un cadavere risalente a tanti secoli prima, probabilmente un sacrificio umano. Da un sogno quasi premonitore che avevo fatto ho capito che non è stato per caso che proprio io abbia ritrovato il cadavere dopo tanti secoli di scavi nello stesso sito: dovevo dargli degna sepoltura in modo da far riposare in pace anche i miei morti e superare così il mio senso di colpa. E così ho compiuto una sorta di rituale funerario per il cadavere sconosciuto e mi sono sentito come liberato dal senso di colpa che mi aveva oppresso fino a quel momento nei confronti dei miei genitori.

A questo punto si conclude la biografia-autoterapia di Sting e la sua musica interrotta può ricominciare a spandersi a piena voce.

L'operazione ha funzionato, il lutto è stato elaborato grazie al recupero simbolico del rituale funebre che ha purificato dai sensi di colpa. Ma resta il dubbio che per quanto bene uno se la racconti, sempre di un "racconto" si tratta. Resta il dubbio che per quanti rituali simbolici si facciano, i cadaveri restano sempre un po' insepolti, i sensi di colpa sempre un po' imperdonabili, i morti sempre un po' vivi. Sembra un terribile scacco per l'Umanità che vuole continuare a vivere dopo la morte, ma forse è arrivato il tempo di chiedersi se non ci sia qualcosa di "umano" in questo scacco. Se i morti non si possono mai completamente seppellire non significa forse che la morte non trionfa mai del tutto? Se i sensi di colpa non si possono mai del tutto cancellare non significa forse che la responsabilità di ciò che abbiamo fatto di male ci fa contrarre con gli altri un debito inestinguibile, obbligandoci così a non smettere di andare loro incontro? E se gli altri sono i nostri morti, avere nei loro confronti un debito inestinguibile non fa sì che li possiamo continuare a desiderare all'infinito, cioè che non morranno mai del tutto perché ci sostituiremo a loro?

 
Francesco Campione

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