LA FORZA DEI LEGAMI

I singolari comportamenti degli elefanti

Mamma elefantessa è molto attaccata ai suoi piccoli: quando muore un cucciolo, diventa pigra per giorni e giorni, trascinandosi a stento dietro agli altri membri del gruppo. Cade insomma in uno stato di vera e propria "depressione".

Per i più grandi animali terrestri, che possono raggiungere i quattro metri di altezza e un peso di 6 tonnellate, la famiglia è il fondamento della società.
La comunità, costituita dall'unione di più famiglie, è retta dalle femmine ed è talmente unita che il dolore è molto forte quando muore uno di loro.

Così, la morte dell'elefantessa più autorevole ha un profondo effetto nella vita sociale: infatti può provocare la disintegrazione totale del gruppo per un lungo periodo. Anzi, talvolta, non riesce a ritrovare più la sua unità. La morte può diventare dunque un evento intollerabile per questi pachidermi che amano stare insieme e cercano spesso il contatto fisico strofinandosi, toccandosi con le proboscidi, appoggiandosi gli uni agli altri quando riposano: si vogliono così bene che quando si ritrovano, dopo essersi separati anche solo per poche ore, manifestano grande felicità sollevando la testa, correndo, emettendo grida, agitando le orecchie.

Su questi erbivori dalla corporatura massiccia, che con la proboscide possono prendere da quattro a otto litri di acqua per volta, c'è però un mito da sfatare. Se sono ammalati, non si recano nel "cimitero degli elefanti" per morire: sono d'accordo tutti gli studiosi che li hanno osservati. E' vero che ci sono delle zone dove gli elefanti, malati o feriti, tendono a recarsi, ma si tratta di aree dove è possibile trovare facilmente acqua, ombra e vegetazione delicata da mangiare: luoghi, insomma, non per morire, ma per trovare protezione e maggiore tranquillità.

Anche se non hanno un loro cimitero, hanno tuttavia dei concetti riguardo alla morte: probabilmente è la cosa più singolare che li riguarda. A differenza di altri animali, gli elefanti riconoscono le carcasse e gli scheletri appartenenti ai familiari. E se non prestano alcuna attenzione ai resti delle altre specie, reagiscono sempre di fronte al corpo morto di un loro simile: quando si trovano vicini alla sua carcassa si fermano, zittiscono e diventano inquieti. Prima di tutto allungano la proboscide verso il corpo per annusarlo.

Si avvicinano poi lentamente e iniziano a toccare le ossa, a volte le sollevano e le spostano con le zampe e con le proboscidi.
Sembrano particolarmente interessati alla testa e alle zanne: fanno scorrere la punta della proboscide lungo le zanne e la mandibola, toccando il cranio in ogni punto: quasi sicuramente, cercano in questo modo di riconoscere l'animale morto.

Alle volte, provano anche a seppellire il corpo. Così, dopo essersi accostati, in silenzio, alla carcassa, alcuni di loro iniziano a scalciare il terreno intorno, sollevando la polvere e gettandola sul corpo. Nel frattempo, altri rompono dei rami e delle foglie di palma, trascinandoli verso il corpo dell'elefante e posandoli sulla sua carcassa.

Anche le ossa ormai spoglie e sbiancate inducono questi pachidermi a fermarsi. Non solo le scrutano per bene, ma prendono anche una singolare ini- ziativa: le spostano in un altro posto, di solito in un luogo più vicino ai loro percorsi o a buche piene d'acqua. Le trasportano in zone anche piuttosto lontane da dove le hanno trovate, e lì le lasciano. Per sempre.
 
Gianna Boetti


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