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LA FESTA DEI MORTI

Mi si chiede da più parti perché ci sia bisogno di una "festa dei morti" se è chiaro a tutti che, pensando ad essi ed al fatto che un giorno certamente li raggiungeremo, non c'è niente da festeggiare.
Risponderò sostenendo che facciamo festa ai morti per difenderci da loro: la festa dei morti non è una festa gioiosa come tutte le feste comandate, cioè organizzate apposta per godere di qualcosa, ma piuttosto è un rituale che ha scopi culturali.
Innanzitutto abbiamo dedicato ai morti un giorno del calendario (il 2 novembre) perché così siamo autorizzati a dimenticarceli tutti gli altri 364 giorni dell'anno!
Insomma, se li ricordassimo tutti i giorni, forse questo ci turberebbe troppo, ma non li possiamo dimenticare, restano troppo importanti e troppe tracce hanno lasciato nella nostra vita perché ce ne si possa sbarazzare del tutto.
Ma perché i morti sono così importanti e lasciano tante tracce?
C'è chi dice che è perché essi sono il nostro passato: ciò che ci precede e che ci è venuto a mancare, come i nostri genitori, o ciò che costituisce la base e l'origine di quello che siamo oggi e che saremo domani, come tutte le persone che sono state importanti e che hanno determinato il nostro modo di essere. I morti, in questo senso, sono le nostre radici, siamo noi stessi come eravamo e se ci dimentichiamo come eravamo smarriremo il senso del nostro essere nel presente e nel futuro.
C'è chi dice invece che i morti sono importanti perché continuano in qualche modo a restare in contatto con noi: più che di tracce si tratta di rapporti che continuano sotto altre forme dopo la morte di chi non c'è più. Ci vengono in sogno e ci suggeriscono il da farsi, andiamo in coma e li incontriamo nell'armonia del loro mondo beato (come raccontano quelli che escono da coma), ci guardiamo allo specchio e ci guardano con la nostra faccia, ci rimproverano o ci approvano attraverso i segni più inattesi. I morti, in questo senso, sono presenti sotto altre forme e attraverso altre modalità di comunicazione in un mondo parallelo al nostro, dove il loro essere è presente ad altro titolo ma non meno che il nostro stesso essere. Anche in questo senso non possiamo dimenticarcene: dovremmo farlo attivamente sottraendoci alla loro "voce", come chi ha paura o chi odia o chi è indifferente.
C'è anche chi dice che i morti sono importanti perché rappresentano il nostro futuro nel senso che il nostro destino è di raggiungerli ovunque si trovino e qualunque sia il loro essere, o nel senso che saremo trattati dopo morti dai vivi come da vivi abbiamo trattato i nostri morti.
Ora i morti sono importanti perché ci indicano la strada, sono il nostro orizzonte, e dimenticarseli significa smettere di chiedersi che senso ha la vita.
In realtà i morti sono per noi tutto questo: sono il nostro passato, fanno parte del nostro presente, ci indicano il futuro.
Ma il fatto che possiamo far loro festa un giorno all'anno significa che cerchiamo di espellerli dal nostro presente e di non guardare l'orizzonte che ci indicano, altrimenti tutti i giorni sarebbero con noi e davanti a noi. Li collochiamo nel passato e possiamo così dedicare loro un tempo limitato, un giorno all'anno o qualche ora alla settimana (considereremmo "malato" chi dedicasse loro più tempo di questo).
Non ci sarebbe niente da festeggiare poiché ricordare il passato è doloroso, ma riusciamo così bene a dimenticarceli tutto l'anno vivendo come se non fossero mai esistiti che dobbiamo pagar loro un piccolo obolo. La festa dei morti diventa così una specie di risarcimento per l'espulsione dal mondo dei vivi e l'oblio che i morti debbono subire perché noi vivi riusciamo a vivere. Puliamo loro la tomba, accendiamo un lumino, portiamo fiori, recitiamo una preghiera o ci facciamo il segno di croce, sospiriamo dolcemente sulla caducità della vita. Così stanno buoni fino al 2 novembre prossimo e non turbano il nostro presente e il nostro futuro. Come tutte le feste la festa dei morti è un insieme di riti che, come tutti i riti, sono "sacrifici" propiziatori del bene e scongiuratori del male. Sacrifichiamo ai morti un po' del nostro prezioso e frenetico tempo, sacrifichiamo il nostro orgoglio di vivere confessando di fronte a loro la nostra vulnerabilità, li eleviamo per un giorno con gli omaggi che dedichiamo loro al rango di rappresentanti del sacro e del mistero, sperando che si accontentino e che ci lascino in pace senza venirci in mente tutti i giorni ricordandoci quello che ineluttabilmente sarà il nostro futuro.
Certo quello che facciamo per loro in occasione della festa dei morti può esser molto importante: come ha detto il Papa, pregare per i propri morti potrebbe avere la funzione di dar loro un piccolo aiuto per soggiornare un po' meno in Purgatorio e poter così più celermente raggiungere il Paradiso.
E se invece loro avessero voluto vivere? Se fossero morti ribellandosi al destino di mortali? Se fossero presenti tra noi perché si rifiutano di morire definitivamente? Se ci stessero chiedendo, invece, di vivere anche un po' per loro e quindi di dar loro anche un futuro?
Far festa ai morti presuppone che loro abbiano accettato la morte e che noi vivi, che non la possiamo accettare, è meglio che la riduciamo alla perdita delle persone care, cioè al nostro passato, sperando che non ci raggiunga mai e facendoci aiutare dai morti stessi ad attuare questa strategia, proprio attraverso la ritualizzazione del rapporto con loro.
Come cambierebbe l'Umanità e che ne sarebbe della festa dei morti se continuassimo a difenderli dalla morte che non volevano con la nostra vita e, attraverso la nostra vita, ci sostituissimo a loro facendoli vivere nel presente e nel futuro?
Non potremmo anche per noi sperare, morendo, in qualcosa di più che un giorno di festa a noi dedicato, cioè di lasciare dei vivi che, invece di tentare a tutti costi di espellerci dal loro presente e dal loro futuro, ci tengano insieme a loro e continuino a vivere ancora con noi e per noi, continuando la nostra vita e facendolo così disinteressatamente come è possibile solo quando non si può più rispondere e dare niente in cambio perché si è morti?
 
Francesco Campione

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