- n. 5 - Luglio/Agosto 2026
- Focus Donna
Femmina come la morte?
Un incontro tra professioniste del settore per “riconoscersi, ritrovarsi, allearsi”.
A latere e a completamento della sezione espositiva, l’edizione 2026 di TANEXPO ha ospitato un ricco programma di eventi che hanno toccato argomenti di interesse comune.
Tra i vari incontri, particolarmente partecipato è stato il
Forum Donne della Funeraria che si è tenuto nello spazio espositivo della Scuola Superiore per la Funeraria dal titolo “
Femmina come la morte? Riconoscersi, ritrovarsi, allearsi”, organizzato e promosso da Gaia Landini, di Croce Verde Reggio Emilia, Simona Ferrari, delle Onoranze Funebri Bonomi in provincia di Modena e Laura Persico Pezzino, direttore della citata Scuola.
Il settore funebre, incontrastato territorio fino a non molto tempo fa di un mondo prettamente maschile, è ora popolato da un considerevole numero di figure femminili che, ricoprendo una varietà di incarichi diversi, costituiscono una autentica risorsa per l’intero comparto. Di qui l’esigenza di un confronto fra professioniste per scambiare esperienze, punti di vista e rafforzare la consapevolezza del proprio valore.
Il convegno si è articolato in tre parti: la prima ha indagato sulla relazione donna/morte da un punto di vista storico e antropologico; la seconda si è incentrata sul bisogno della donna di riconoscersi e di affermarsi in quanto tale; la terza ha evidenziato la necessità, in campo lavorativo, di instaurare una fattiva sinergia tra colleghe al fine di attuare un vero cambio di paradigma e creare valore aggiunto in questo complesso ambito professionale.
Sono state assai numerose le persone che si sono alternate al microfono per presentare le loro relazioni, e altrettanto cospicue e diversificate sono state le
testimonianze raccontate, sempre tuttavia
accomunate dal medesimo fil rouge: l’orgoglio di svolgere un lavoro così delicato che tuttavia si accompagna spesso alla difficoltà di dover farsi strada in un contesto dominato dal sesso maschile.
Le caratteristiche peculiari della femminilità sono quelle, sia per indole o talvolta per condizionamenti culturali, di una grande sensibilità, di una maggiore apertura all’ascolto e di una predisposizione alla cura.
Rispetto all’uomo la donna è più presente, è più forte nell’affrontare la sofferenza, si relaziona in modo più empatico con l’altro. La donna racchiude in sé il mistero della vita: è colei che genera, che accudisce, che attua quella trasformazione che perpetua il ciclo naturale dell’esistenza. Se l’uomo è una linea retta, la donna è un cerchio.
E come si rapporta nei confronti della morte? Facciamo un passo indietro nel tempo, quando la morte non era un tabù ma un evento ordinario, anche se misterioso, che faceva parte della vita. La morte non veniva nascosta o, ancora peggio come accade oggi, negata, ma celebrata.
Nell’antichità il ruolo della donna nei riti funebri era centrale, soprattutto nelle fasi del lutto, della preparazione del corpo e delle cerimonie commemorative. Ciò avveniva perché già le società antiche associavano la figura femminile all’idea di protezione, della continuità della famiglia e della memoria degli antenati.
Essendo essa stessa l’incarnazione dei temi della nascita, della fertilità e del susseguirsi delle varie fasi dell’esistenza era la sola che poteva simbolicamente attuare il passaggio dalla vita alla morte. E il funerale era un qualche cosa che andava oltre alla sepoltura: un rito sacro per garantire pace al defunto e protezione alla famiglia. Per questo la presenza femminile era ritenuta indispensabile.
Da quando,
nelle culture più moderne, la morte da momento di transizione ha assunto l’idea di una conclusione senza appello, anche
la funzione primaria della donna quale necessario e insostituibile
trait d’union tra la dimensione terrena e quella ultraterrena,
ha cessato di esistere.
Alla luce di tutto ciò,
l’ingresso, negli ultimi tempi, di un cospicuo pacchetto di quote rosa nel settore funerario, più che un fenomeno nuovo dovrebbe piuttosto essere visto come un ritorno alle origini. Nonostante questo, non sempre la presenza femminile è ben vista.
Alcune sue prerogative caratteriali sono considerate elementi di criticità: troppo apprensiva, poco autorevole, fragile… ma si tratta di meri stereotipi, perché l’emotività e la gentilezza sono, al contrario, delle preziose risorse, come è emerso dai racconti delle protagoniste da cui risulta che proprio grazie a queste caratteristiche si creano rapporti più immediati e profondi con i dolenti, riuscendo ad intuire, quasi per istinto, le loro necessità così da essere in grado di farli sentire fin da subito a proprio agio, scegliendo le parole giuste e mettendo in atto quei piccoli gesti che possono dare conforto e arricchire il servizio funebre di umanità e di un autentico supporto all’elaborazione del lutto.
C’è poi chi ha incanalato la propria sensibilità adoperandosi nell’alleviare la sofferenza determinata dalla perdita dell’animale domestico. Un dolore spesso disconosciuto, soprattutto dagli uomini, percepito alla stregua di un capriccio, se non di un’esagerazione, ma che invece viene accolto con tatto e comprensione dall’anima femminile. Una risposta concreta ad un sentire contemporaneo e un punto di forza per l’impresa che offre anche un servizio dedicato ai pet.
Se le donne che per lavoro si rapportano quotidianamente con la morte si rendessero conto delle loro innate doti di resilienza, di altruismo, di saper consolare, sostenere e guarire,
potrebbero finalmente riappropriarsi del proprio ruolo e accompagnare, come un tempo, i dolenti in un percorso dinamico che, passando dall’accettazione dell’evento luttuoso, possa trasformarsi in una rinascita.
Comprendere le proprie qualità e potenzialità genera sicurezza in se stesse e fiducia nel proprio operato.
Ma questa presa di coscienza quasi sempre non è sufficiente per affermarsi e ottenere la stima e il rispetto dovuti. Il fatto è che, come nella maggior parte degli ambienti lavorativi,
anche in quello funerario il lavoro della donna è subordinato a quello maschile. Sono sempre gli uomini a prendere le decisioni importanti, a “trattare gli affari” e persino a permettersi di sbagliare senza che nessuno possa recriminare. Alla donna vengono affidati i compiti di supporto da eseguire con dovizia e precisione e di cui il più delle volte non vengono nemmeno riconosciute la capacità e l’impegno profusi. Una figura femminile che ricopre una posizione apicale è una vera rarità, tanto da destare sospetti anche fra le stesse colleghe.
Come può essere spezzato questo schema culturale così radicato che pone la donna lavoratrice sempre ad un passo indietro rispetto all’uomo?
Quali sono gli strumenti o le strategie che le donne possono adottare per poter emergere professionalmente una volta acquisita la consapevolezza del proprio valore? Si deve innanzitutto cominciare ad agire su se stesse cercando di affrancarsi da un modo di pensare distorto che volenti o nolenti è stato assorbito ed accettato anche dall’universo femminile. Bisogna imparare a non giudicare le colleghe, a sostituire l’eventuale rivalità con la collaborazione, a guardarsi reciprocamente in modo nuovo, solidarizzando con le compagne di lavoro, apprezzando l’unicità di ognuna e creando le condizioni per supportarsi vicendevolmente.
Diventare alleate, non più solo colleghe, per crescere insieme condividendo opinioni, esperienze, timori e successi.
Fare squadra per essere viste, per guadagnare maggior forza e considerazione nel perseguire l’obiettivo che in ambito funerario è quello di riconquistare quel ruolo che tradizionalmente è di loro competenza.
Raffaella Segantin