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Famadihana, l’antica festa dei defunti

Sugli altipiani dal Madagascar il rito che celebra la giornata in cui i morti ritornano in famiglia con musica, canti e danze trascinanti.

Può sembrare incredibile nel XXI secolo, ma c’è un luogo che pare aver conservato paesaggi, creature e civiltà ancestrali.
Quarta al mondo per dimensioni, l'isola del Madagascar è ancora oggi un habitat che ospita antichissime specie animali e vegetali ed una popolazione, quella malgascia, che conserva tradizioni e culture uniche, derivate dalle varie etnie che la compongono.

Noto per la preziosa vaniglia, che ne prende il nome, ricavata da un’orchidea che lì cresce insieme ad oltre 12.000 specie floreali endemiche, il Madagascar, al centro dell’oceano Indiano, è famoso anche per essere la terra dei Lemuri e dei baobab.

E come i baobab, che si stagliano maestosi nel paesaggio delle regioni desertiche dell’isola con le radici protese verso il cielo sembrano connettere la volta celeste alla terra, altrettanto è profondo e saldo il legame che i vivi hanno con i morti in questo angolo di mondo.

Se in ogni società vi è la necessità di riti funebri per accompagnare i defunti nell’aldilà, separandoli così dal mondo dei vivi, è singolare constatare come invece in Madagascar l’accompagnamento non si limiti al momento del funerale, ma continui per decenni e come la morte non sia motivo di paura o dolore, poiché il regno dei morti è strettamente connesso a quello dei vivi.

Al centro del Paese, sugli altipiani che ospitano le coltivazioni di riso, la popolazione Merina, una delle etnie che hanno plasmato la cultura malgascia, celebra il rapporto che la unisce ai propri defunti con una festa chiamata Famadihana.
A intervalli regolari di cinque oppure sette anni la famiglia celebra insieme a tutti i membri una grande festa nella quale vengono riesumati i corpi degli antenati, che per un giorno ritornano nella terra dei vivi.
È un dovere dei famigliari in vita onorare i propri cari defunti e ricevere così la loro benedizione. Vi partecipano sempre anche i bambini che sono coloro che un domani organizzeranno questo rito.

La benedizione degli antenati (razana), che nella cultura malgascia sono la sorgente della forza per i vivi, è particolarmente importante per garantirsene la benevolenza ed evitare problemi e sventure.
Per il Famadihana tutta la famiglia e tutti i componenti del villaggio sono in festa. I parenti che in passato hanno invitato a un Famadihana uno dei componenti della famiglia devono essere invitati, e con loro l’intero nucleo famigliare; è così che spesso si riuniscono diverse centinaia di persone, molte delle quali percorrono parecchi chilometri per assistere alla cerimonia. Pare infatti che la tradizione del Famadihana risalga ai tempi antichi, quando la festa era organizzata per un defunto morto lontano da casa e faceva ritorno alle terre natali.

La cerimonia si apre con un grande pranzo per il quale tradizionalmente vengono acquistati capi di bestiame pregiato, zebù nella fattispecie, spesso sostenendo un ingente sforzo economico, al di sopra delle proprie possibilità, per il quale le famiglie si dividono le spese e risparmiano per mesi. Se si pensa che la popolazione del Madagascar è tra le più povere del mondo e un Famadihana arriva a costare anche l’equivalente di due anni di lavoro, si capisce quanto questa tradizione, una festa di amore e di unione, sia imprescindibile per i Merina.

Un po’ come accade per i nostri matrimoni, è tradizione che i parenti invitati offrano soldi alla famiglia che li riceve per ottenere la benedizione degli antenati. La famiglia, a sua volta, non terrà i soldi per sé, ma li userà quando invitata ad un altro Famadihana. Senza l’aiuto dei famigliari sarebbe impensabile organizzare un Famadihana che instaura così un forte legame tra i vari rami della discendenza.

Dopo il pranzo tutti quanti si recano nel luogo in cui si trova la sepoltura. È una lunga processione quella composta dagli invitati e dai membri del villaggio, che si muove a piedi tra le colline e la campagna, accompagnata dal suono a festa di flauti, percussioni e valiha, un tradizionale strumento musicale a corde.

La tomba, un vero e proprio sepolcro al quale si accede scendendo le scale che si rivelano spostando le grosse pietre che chiudono l’accesso, ospita tutti i membri di una stessa famiglia; nella stessa cappella possono essere anche più di un centinaio.

Una volta aperto il varco alcuni degli uomini, in ordine di anzianità, si calano ed escono subito dopo con un corpo avvolto in un sudario che depongono nello spazio accanto alla tomba e si susseguono così, nuclei dello stesso gruppo famigliare che estraggono dalla cripta i congiunti più prossimi, sia quelli morti di recente, sia i cari mancati da più anni.

È quasi un albero genealogico quello che si spiega alla vista ai margini del sepolcro famigliare: madri e padri che ritornano per un giorno insieme ai figli per una vicinanza che non ha confini, né fisici né temporali, a rammentare che un giorno i figli saranno nuovamente accanto ai genitori nella sepoltura e i figli dei figli si prenderanno cura di tutti loro, ricordandoli e onorandoli, tramandando un legame che non si esaurisce mai.

La tradizione vuole che i sudari che avvolgono i defunti vengano rinnovati ricoprendoli con tessuti freschi. Si tratta di gesti estremamente intimi eseguiti, nel silenzio rispettoso degli astanti, personalmente dai figli; sono loro ora che con tenerezza si prendono cura dei genitori, accarezzandoli e rimuovendo le stringhe che tenevano legato il sudario e ricoprendolo con teli nuovi, spesso di seta o raso, fatti tessere o ricamare appositamente, che vengono avvolti ben stretti e legati con nuovi nastri di garza.

Le garze rimosse sono considerate beneauguranti in quanto impregnate della forza degli avi e per questo conservate come talismani.

Si riscrivono poi i nomi degli avi sulla stoffa, affinché siano sempre ricordati. Una volta terminata questa fase della cerimonia, durante la quale spesso si raccontano ai cari defunti storie e avvenimenti intervenuti da quando loro non sono più in questo mondo, i famigliari aspergono i sudari dei defunti di rum e ne bevono essi stessi, brindando insieme mentre intorno tutti i membri del villaggio ballano al ritmo incessante degli strumenti musicali.
Il rito del Famadihana, letteralmente “rivoltare le ossa”, che ad una semplice narrazione potrebbe essere considerato macabro, se si scrutano gli occhi e si ascoltano i canti e le parole colme di amore dei Merina, risulta invece una festa gioiosa.

Infine, quando il sole tramonta, sempre accompagnati dai balli dei presenti e dalla musica, che non si è mai fermata durante tutta la cerimonia, i figli prendono tra le braccia i genitori e, dopo aver fatto sette giri intorno al sepolcro, li depongono nuovamente uno ad uno nel luogo in cui torneranno a riposare. Fino al prossimo Famadihana.
I defunti ritornano così nel loro mondo, ma tra qualche anno saranno tutti di nuovo insieme, vivi e morti, per ritrovarsi e celebrare amore e unione. In Madagascar la famiglia rimane sempre unita, anche dopo la morte.
 
Alessandra Natalini

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