Estote parati

Di un romanzo di Ernest Hemingway, il famoso "Addio alle armi", rammento, oltre che la trama, a tutti nota, una frase che così sentenzia: "e sento il carro alato del tempo che sempre m'incastra". Una frase tremenda nel suo più recondito ed intrinseco significato; una esclamazione che, sepolta per anni nel mio inconscio, in questi ultimi mesi si è riaffacciata prepotentemente alla ribalta della memoria e mi risuona e mi martella e mi percuote la mente con incessante frequenza.

È riaffiorata la sera del 28 agosto scorso, quando, mentre ero intento a seguire il telegiornale delle 20,00, seduto come di consueto alla mia scrivania, ho avvertito un dolore violento al lato sinistro del petto, che si è esteso rapidamente all'intera fascia pettorale alta. Speravo non fosse quello che temevo fosse, ho rimandato il quanto mai urgente ed opportuno intervento medico, facevo finta di niente e, dopo una nottataccia insonne, straziato dal dolore che mi attanagliava e mi terrorizzava, non per la paura della possibile fine, ma per il cruccio di un ipotetico immobilismo invalidante, al mattino mi sono visto costretto a farmi accompagnare in ospedale. Ricevute le prime cure alla maledetta angina che mi aveva colpito e rifiutato il ricovero, sono tornato a casa: riposo assoluto. Nel pomeriggio mi sono fatto accompagnare da un cardiologo di assoluta fiducia, che mi tiene sotto cura. Mi ha proibito le "incazzature", tanto frequenti a causa del mio temperamento irascibile e polemico, ma al tempo stesso liberatorie; mi ha tolto "l'ossigeno", quei magici cilindrini bianchi che mi ispiravano e che mi aiutavano ad estraniarmi dal mondo circostante, consentendomi la necessaria concentrazione, con le loro volute di fumo che, rincorrendosi e volteggiando disordinatamente, alla fine si disperdono nell'aria: un pessimo vizio, inane e dannoso, ma anch'esso liberatorio; mi ha imposto il riposo assoluto, anche dal punto di vista intellettivo; mi ha limitato le "cibarie" e mi ha rimpinzato con gli intrugli di rito, cioè le medicine; finanche le bollicine contenute nell'acqua minerale mi ha tolto; nel giro di pochi mesi sono dimagrito in modo orrendo; l'ardiglione (così si chiama il ferro a punta posto al centro della fibbia della cintura) ho dovuto scalarlo di due buchi e, senza cintura, le brache le raccoglierei sotto le scarpe; le camicie, che prima erano avvolgenti attorno al mio collo, ora sono diventate extra large.

E mi ha proibito di viaggiare. A settembre mi sarei dovuto recare a Riva del Garda, dove annualmente si svolge la cerimonia di premiazione del concorso letterario "la parola e l'immagine", per ritirare i premi assegnatami: farfalla d'argento e menzione speciale della giuria per una novella che, essendo pertinente con l'ambiente settoriale, previa approvazione del direttore, può essere pubblicata anche su questa rivista.

In una parola mi aveva demolito, mi aveva annientato, mi aveva giubilato e mi aveva escluso dal mondo dei vivi. Lui, ma io non ero troppo d'accordo.

A seguito di questa tremenda "botta" al "motorino di avviamento" del mio involucro corporeo e dopo qualche mese di inattività totale, ho ripreso in mano gli appunti che di tanto in tanto fisso su foglietti volanti, che poi, opportunamente sviluppati, costituiscono la base degli articoli che invio alla "nostra" rivista. Ma non riuscivo ad elaborare alcunché. Ho tirato avanti con articoli già abbozzati in precedenza. Poi sono rimasto in secca. Infine, nel mese di marzo, è successo quel qualcosa che mi ha svegliato dal letargo, mi ha "rianimato", mi ha ridato linfa: la notizia della vittoria nelle cause contro il Comune di Foggia. E così mi sono sentito invogliato ad esternare e condividere la mia indicibile gioia con tutta la categoria, con l'articolo di maggio. Con l'intervento che state leggendo vi sto raccontando quello che mi è capitato. E siamo a giugno. Poi non so … . Quello che mi preme rappresentare è che non ho fatto la succinta cronistoria della triste vicenda personale per indulgere i "miei" lettori alla compassione, ma unicamente per giustificare la mia assenza dal numero di aprile. E fors'anche per giustificare anticipatamente altre defezioni preventivabili per il futuro prossimo e remoto.

Scrivere per me è vivere ("cogito ergo sum" era l'assunto fondamentale della filosofia cartesiana: "penso dunque sono"; per me è: "scrivo, dunque sono"); ma i postumi dell'attacco anginale mi hanno prostrato per diversi mesi e, quel che è peggio, mi avevano atrofizzato il cervello. Ora sto meglio e, dopo il vuoto di aprile, torno a soddisfare la curiosità di tutti coloro che ho definito con molta presunzione i "miei" lettori, di tutti coloro, cioè, che, avendo rilevato la mancanza della mia firma, mi hanno telefonato e scritto per chiedermene ragione e di tutti coloro i quali aspettano quasi "con ansia" il postino che recapiti Oltre Magazine, per scoprire tra le pagine l'argomento del mio "sproloquio" mensile.

Ringrazio tutti questi "amici vicini e lontani" (come soleva dire un vecchio radiocronista), conosciuti e sconosciuti, con la promessa che cercherò di non deluderne le aspettative. Pur se, come dicevo, "sento il carro alato del tempo che sempre m'incastra". O, come asserisco nella prefazione al mio secondo libro "Il dito nella piaga", che sviluppa le tematiche settoriali in chiave narrativa e di cui ho trattato su questa rivista nel n. 6 del giugno 2002: "ammazzo il tempo, in attesa che lui ammazzi me, scrivendo". Per ora sono io che "ammazzo" lui, ma è cosa certa che sarà lui ad avere il sopravvento. Il concetto è semplice e lo ha sintetizzato in poche parole un autore latino di cui non ricordo il nome: "una dies aperit, conficit una dies", che sta per "basta un giorno ad aprirci la vita ed un giorno a chiuderla". E nessuno meglio di noi è consapevole di questa profonda realtà che ogni giorno ci vede impegnati al servizio di coloro per i quali è giunto il giorno della "chiusura". Anche se un giorno è troppo lungo per esalare. Morire è questione di un attimo: un minuto prima sei vivo, ansimante, intorpidito, privo di conoscenza e un attimo dopo non sei più, sei morto, finito, inesistente; per dirla con Leopardi, sei giunto, alfine "colà dove la via e il tanto affaticar fu volto: abisso orrido immenso ov'ei precipitando il tutto obblia". O come dice un poeta, di cui non mi sovviene il nome, "la morte non è che…un passo, dal Tempo all'Eterno". L'importante, come ammoniva Cicerone, è: "breve tempus aetatis, satis vero longum ad bene honesteque vivendum" e cioè : "breve è il tempo della vita, ma abbastanza lungo per vivere bene ed onestamente".

Oramai la gran parte del mio tempo è trascorsa e posso anche "lasciare" senza rimpianti. Ho commesso tanti errori sicuramente, ma ho cercato di vivere onestamente, in coerenza con i principi che sono alla base dell'educazione che i miei genitori ed i docenti delle scuole che ho frequentato mi hanno inculcato. Principi che mi sono sforzato di trasmettere ai miei quattro figli viventi, dai quali, in verità, non ho ricevuto che comprensione e soddisfazioni. Ho subito le calamitose, tragiche, inenarrabili sofferenze di una guerra catastrofica, che ha visto la mia città vittima di bombardamenti indiscriminati che hanno procurato oltre 22.000 morti. Ma ho avuto la "fortuna" di essere vissuto due volte: da ragazzo ho assaporato la genuinità, la freschezza, la spontaneità di quella che mi piace definire la millenaria civiltà contadina, sedimentata, cristallizzata, su rituali atavici, nella quale si viveva di rispetto e di valori e, dopo la parentesi bellica, ho visto l'alba della "nuova era", la civiltà industriale, approdata rapidamente a quella informatica, che ha trasformato il mondo nel "villaggio globale" di cui tanto si favoleggia. Che, però, ha rinnegato i peculiari valori morali ed ha innalzato agli onori degli altari, quale novello dio pagano, il consumismo sfrenato, simboleggiato emblematicamente dal mito delle tre "S" : soldi, successo, sesso.

Quand'ero ragazzo, scout militante, comprendevo il motto "estote parati" limitatamente. Pensavo che "siate preparati" fosse soltanto un incitamento ad essere sempre pronti a vincere le avversità, a superare le difficoltà, ad affrontare le contrarietà; oggi comprendo l'altro significato molto più profondo: essere pronti, preparati ad abbandonare affetti e persone care, gioie e speranze, ambizioni e beni materiali. Inconsciamente, però, ero già pronto a questa "evenienza", perché il mio primo libro, interamente autobiografico, "Schegge", si chiude con due paginette che altro non sono se non il mio "testamento" che, preludendo al "distacco", detta le modalità del commiato, con la certezza che i miei figli rispetteranno ogni mia precisa volontà. Ve lo propongo:

"Quando sarò morto risparmiatemi quell'assurdo rito della vestizione, con l'abito bello e la cravatta. Lasciatemi stare così come sono, in mutande o in pigiama; se proprio è necessario, se fossi impresentabile, avvolgete il mio corpo in un lenzuolo.

Quel corpo non mi appartiene più, è nulla; il mio io è già altrove, se c'è un altrove; la mia anima, se c'è un'anima, è già volata via; quel corpo è niente; non sono più io.

Non divulgate la notizia, non affiggete manifesti, non fatelo sapere a nessuno e perché ciò sia plausibile continuate - se potete - a svolgere la vostra vita come se nulla fosse accaduto, possibilmente continuate ad attendere alle vostre incombenze come niente fosse.

Voglio che a nessuno sia consentito di venire a compiangere quell'involucro esanime, a biascicare le solite frasi di circostanza ed a porgere sentimenti di cordoglio più o meno sinceri.

Ma soprattutto non tollererei osservazioni stupide o ridicole, come quelle che in talune circostanze ho sentito: ha la bocca aperta, la cravatta è storta, sta troppo stretto nella bara, gli occhi non sono chiusi.

Se fosse possibile, da morto, a qualche biascicatore di banalità come quelle, farei le linguacce, così gli prenderebbe uno spavento che non scorderebbe più.

E non portate preti al mio capezzale; se ho confessioni da fare o pentimenti da perorare e assoluzioni da invocare, vi avrò già provveduto autonomamente.

Se sopravvengono malori non portatemi in ospedale e non permettete ad alcuno di martorizzarmi con flebo e tubicini; preferirei, a quel punto, che gli stessi medici mi aiutassero a morire, in quanto convinto assertore dell'eutanasia, anche attiva: non si dovrebbe negare, a chi soffre o a chi ne faccia richiesta, il diritto soggettivo ad optare per una morte dignitosa.

Vorrei morire a casa mia, nel mio letto, d'infarto fulminate, di notte, così che nessuno se ne avveda, d'improvviso, mentre sono ancora vegeto, lucido e in piena autonomia.

Comunque succeda deponetemi nella bara e fate si che il trasporto da casa al cimitero, direttamente, avvenga in forma strettamente riservata, con le macchine, senza quell'inutile processione di gente che a tutto pensa, di tutto parla, a tutto è dedita, fuorché rendere omaggio al defunto che sta accompagnando.

Fate deporre il feretro nel carro funebre, possibilmente un furgone chiuso, senza vetri, e, tutti in auto, via, di corsa al cimitero; senza fiori, senza firme, senza coccarde, candelieri o qualsivoglia altra forma esteriore che denoti la presenza di un defunto.

Se, per ipotesi remota, la mia morte avvenisse in ospedale, voglio vi comportiate alla stessa maniera: lasciatemi nella stanzetta dell'obitorio, sul marmo, dove nessuno possa vedermi, in pigiama o avvolto nel lenzuolo e, all'ultimo istante, fate che venga deposto nella bara e portato immantinente al cimitero.

Se dal mio corpo è ancora possibile ricavare degli organi utilizzabili, fate in modo che vengano espiantati affinché possano recare sollievo a chi ne abbia bisogno per una vita migliore; quel che resta ho disposto che venga incenerito.

Dopo la cremazione, se possibile, se le leggi lo consentono, spargete le ceneri in mare aperto, dove l'acqua è limpida e i fondali sono profondi; da vivo sono stato nemico del mare, ma da morto mi appaga l'immagine di essere soavemente e definitivamente rapito nel suo alveo sconfinato e misterioso, come, del resto, è la vita, incessante e dalle incognite finalità. Se le leggi non lo consentono cercate di farlo ugualmente; si può: con un banale stratagemma ci si può riuscire. L'importante è che non rimanga traccia, nessuna traccia di quel corpo inutile: è stato il mezzo di locomozione del mio io spirituale finché c'ero, era l'esteriorizzazione del mio essere, era - se volete - la mia facciata; dopo che il mio io metafisico s'è involato, non serve più, è soltanto una carcassa inutile e come tale va distrutta e fatta sparire. Non fate santini e foto ricordo. Se volete, se credete voi, per la vostra pace interiore, non per me, fate celebrare una messa, ma sempre in cimitero. La messa del cimitero è uguale a quella celebrata in qualsiasi chiesa, ha la stessa valenza, se c'è da credere a questa valenza. Non spargete lacrime, sono inutili.

Non voglio tomba, la mia tomba deve essere la natura o, se preferite , il cosmo o, meglio ancora, il nulla. Non dite a nessuno che me ne sono andato. Se qualcuno si ricorderà di me e vi chiederà informazioni sul mio conto, solo allora gli direte che non ci sono più. Ma aspettate che siano gli altri a chiedervi motivo della mia assenza. Non siate voi a propagare la notizia, che notizia non è.

Voglio uscire dalla vita, così come ci sono entrato, in silenzio. Mi basta sapere che continuerò ad essere ricordato da voi, a cui ho voluto bene, un bene del tutto privo di moine ed affettazioni, a volte, forse, un po' rude, sovente anche timoroso nell'estrinsecarsi, un bene che non ha bisogno di aggettivi, come solo è quello di un padre per i propri figli"
.

Mi ero accinto a scrivere questo articolo prefiggendomi una breve introduzione sul malessere che mi aveva colpito ad agosto scorso, per poi sviluppare altre tematiche settoriali. Mi sono distratto, la penna ha preso il sopravvento e mi accorgo di avere scantonato e di essermi dilungato con una serie di riflessioni e divagazioni estemporanee sull'evento morte. Anche questa fa parte delle nostre tematiche. Ma è tardi per affrontare altri argomenti. Chiedo scusa ai "miei" lettori per le digressioni, non so fino a che punto pertinenti, nonché al direttore e all'editore, per essermi appropriato di queste pagine per uso personale. Prometto di non cadere più in questo errore di presunzione. Mi rifarò in futuro, se futuro ci sarà!…
 
Alfonso De Santis
Alfonso De Santis, impresario funebre in pensione, è autore di un libro che tutti gli operatori del settore dovrebbero leggere, "IL DITO NELLA PIAGA". Una raccolta di 15 racconti, coinvolgenti e divertenti, tutti ambientati nel comparto funerario, ai quali seguono aneddoti e riflessioni personali sulla morte (224 pagine, copertina cartonata rigida).
Il libro è in vendita al prezzo di 10 euro, spese di spedizione comprese.
Le richiesta vanno indirizzate all'autore:
Alfonso De Santis - via della Repubblica n. 24 - 71100 Foggia
telefono e fax 0881/776536 - cellulare 368 7148526

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