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Indagando tra le Sacre Scritture

L'ESCATOLOGICO: LA FINE DEI TEMPI

(seconda parte)

Contrariamente a quanto per secoli era stato dato per scontato, a partire dai primi del '900, viene rielaborato il concetto di "predestinazione", da interpretarsi non più come un disegno divino che decide a priori quello che sarà il destino dell'uomo, concetto che non è da attribuirsi alle Sacre Scritture, ma vede la sua apoteosi nella "Apologetica" (impostazione teologica originatasi nel XVIII secolo e sfociata massimamente con i suoi dettami durante il Concilio Vaticano I nel 1870, fondata su alcune "demonstrationes", cioè trattazioni, che si facevano forza sulla cosiddetta "categoria di autorità").
Tale categoria si fonda essenzialmente sui pilastri dell'intellettualismo e dell'esteriorismo.
Per quanto riguarda l'intellettualismo, si tratta dell'accettazione acritica dei contenuti della rivelazione e della fede, in quanto già formulati nei trattati.
In questo caso, l'obbedienza cieca si sostituisce all'assenso legittimo e motivato della fede di ogni singola persona, privata di un riferimento concreto alla propria vita. In altri termini: è un ottimo cristiano non colui che vive una esistenza buona e generosa seguendo i passi di Gesù Cristo; è un ottimo cristiano, invece, colui che conosce i principi dottrinali della Chiesa e li sa enunciare fedelmente.
Per quanto riguarda l'esteriorismo, conseguenza diretta dell'intellettualismo, esso impone il ricorso all'autorità di Dio - e all'autorità della Chiesa - per legittimare la decisione di credere, ancora una volta passiva e acritica.

La gerarchia ecclesiastica sembra sostenere: "Fidati di noi… noi sappiamo quale è la verità… la nostra autorità ne è garante!". In questo modo l'uomo è privato del libero assenso, di una adesione "a ragion veduta".
La fede non è frutto di una sua iniziativa, anzi è imposta da fattori a lui esterni. Il mancato riconoscimento della libera e incondizionata accoglienza della verità di Dio da parte dell'uomo, apre le porte, già a partire dalla seconda metà del XIX secolo, a consistenti critiche ai limiti dell'Apologetica.
Il primo autore che ha tentato il superamento dell'esteriorismo è stato il gesuita francese P. Rousselot, in particolare nel suo saggio del 1910 "Les yeux de la foi"(1).
Finalmente si intuisce che per "predestinazione" si intende l'intenzione buona di Dio nei confronti di ogni uomo. Agli occhi di Dio non esistono persone più meritevoli e altre meno, ma ogni individuo è chiamato responsabilmente in prima persona e in piena libertà ad una autentica risposta alla benevolenza divina.
Da allora, gli uomini ritornano ad essere considerati tutti uguali e ciascuno è libero di accogliere o rifiutare il dono della figliolanza divina in Cristo senza favoritismi. Nel momento in cui l'uomo ritorna ad essere l'unico responsabile di se stesso di fronte a Dio, a questo punto si inserisce, chiaramente leggibile, il tema del giudizio, personalizzato e differente da uomo a uomo, così difficile oggi da esprimere senza dar luogo a malintesi, poiché tale terminologia è troppo spesso confusa con un linguaggio da tribunale.
Ci sembra importante a questo punto sottolineare che, così come l'uomo ben percepisce all'interno di se stesso ciò che è bene e ciò che è male, a maggior ragione il Creatore bene lo distingue ed è questa dialettica tra il bene e il male che sarà alla base del giudizio finale.

Il volto severo di Dio, sovente descritto in modo intransigente dalle Sacre Scritture, in realtà è una allegoria che rappresenta il grande disgusto che il male, nella sua rappresentazione più sferica, genera nell'infinità bontà di Dio.
Ma come descrivere oggi il giudizio di cui Gesù è portatore? Ciò che noi siamo in modo reale e tangibile si esprime nello spazio temporale che ci è concesso tra l'inizio e la fine della nostra vita terrena. Dato che si tratta di una parentesi definita, dobbiamo cedere all'ammettere che la morte coincida per ciascun uomo con "il momento della verità".
Ragionando in termini umani, in questa rivelazione finale, che ci rende responsabili di quanto abbiamo espresso nell'arco dell'unica vita a noi data, è situato il termine del "giudizio".
Il giudizio non è da intendersi solo come un "causato" personale: esso è anche la risposta di Dio alle domande di giustizia degli uomini, ed è interessante analizzare la poliedrica sequenza di interpretazioni che "nascono" dal momento della nostra morte.
La fine dei tempi inequivocabilmente è la fine del "nostro" tempo corporeo e lì si instaura la nostra morte fisica. Semplificando il concetto, è quello il momento del distacco tra la parte materiale e lo spirituale che comunque ci caratterizza, il momento in cui la verità sarà manifesta, la verità Divina, già anticipata da Gesù, cioè il Regno di Dio quale compimento vero e completo per tutti coloro che nel mondo hanno subito afflizione.
Un incontro e una riconciliazione tra ogni essere umano, e tra gli uomini e il Padre che è nei cieli. Questa prospettiva, tanto più recente quanto più approfondita, che, come abbiamo cercato di sviscerare fin qui, è strettamente correlata alla "fine dei tempi" intesa come "fine del nostro tempo", è di per sé più benevola che non drastica e intransigente, e bene si inserisce con il percorso profetico e con la condotta del Cristo tramandata dagli apostoli.
 
Brevio Nero
(1) Il testo di riferimento per approfondire l'argomento è: di P. Rousselot, Gli occhi della fede, Jaca Book 1977. Questo autore sostiene che, nonostante un diffuso pregiudizio, la fede cristiana non è cieca, anzi l'incontro con Dio richiede uno sguardo ben attento a tutte le ragioni del "credere". Il credere è di per sé affascinante, è una decisione sentimentale, è una scelta, una scelta d'amore paragonabile ad una dinamica di uno spontaneo e sincero innamoramento sensuale. Rousselot ribadisce che la vera fede è una scelta che parte da dentro, sospinta da un moto affettivo ed effettivo, andando contro quella che era fino ad allora una decisione praticamente imposta ciecamente.Brevio Nero

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