Immagini digitali su lenzuola di cotone e di lino

Erotico abbandono

Varcare una soglia, compiere un gesto ordinario e scoprire dentro un luogo tabù per molti, il cimitero, un mondo straordinario in cui dipanare storie di vite vissute, celebri e non, e ammirare quelle ragazze ignude e bellissime, perfettamente a proprio agio nei letti di morte.
Un fenomeno tipicamente italiano, l’eros nei cimiteri monumentali. La mia avventura di pensiero e di immagine dopo Extraterreni, passeggiate televisive nei prati dell’eternità con guide eccellenti alla ricerca di grandi sepolti, e dopo la lettura sui palcoscenici italiani di pagine scritte per necessità (molto, infatti, era sfuggito alla telecamera) non poteva arrestarsi qui. Dinnanzi alle creature dolenti, talvolta ripiegate sul sepolcro e nascoste da un pitosforo, talaltra invece inneggianti a un orgasmo in atto, ho avvertito che non potevo abbandonarle lì, ancora una volta ignorate da molti.
Quale destino migliore che farle rivivere (così come le avevo colte, quasi per caso, durante le mie visite) su lenzuola vere, finalmente, e non di pietra? Bianchi teli come cornici per le sculture dei maggiori artisti italiani chiamati a rappresentare la Morte nella Donna spogliata o abbigliata di tutto punto, gioielli compresi, come nel caso del sepolcro di Erasmo ed Ester Piaggio, allo Staglieno di Genova. Lo scultore Giovanni Scanzi l’ha vestita secondo i canoni della moda dell’epoca, il 1885, ma i capezzoli della signora qui scolpita sono così in evidenza che irrompono, senza ferire l’innocenza e la purezza del suo viso. Quasi a volerci raccontare che “la Morte è bella”.
Già, queste donne spesso sono vere e non rappresentano, grazie all’avvento del Simbolismo, solo un ideale o una allegoria. Canova fu l’iniziatore della Pleureuse, “La Dolente” nella nostra lingua. Di alcune di esse conosco la storia. Come quella di Lucia, proveniente da Formia, la modella di Hendrik Andersen, l’artista mezzo novergese e mezzo americano che scolpì un nudo così portentoso da non essere più ricollocato là dove era stato per sedici anni, al cimitero acattolico per stranieri di Roma, accanto alla Piramide Cestia. Di altre, invece, conosco appena i nomi: Jole, Neera, Giana, Isabella e Maria, fanciulle en deshabillé al cimitero Monumentale di Milano le cui nudità sono esposte, in pose di erotico abbandono, sui loro sepolcri.
Ve ne è una di cui non si sa assolutamente nulla, ma che tutti vengono a visitare. La chiamano la fidanzatina. È Maria Beruccini, scesa tra gli extraterreni a ventisei anni. La sua epigrafe, quasi nascosta, è alquanto enigmatica: “Non dire ad alcuno perché sono morta”. Se ne sta nuda, sdraiata morbidamente, con le braccia spalancate, il capo con i lunghi capelli riverso verso sinistra e, tra le gambe leggermente piegate, un panno che assume le forme del corpo e sfiora la parte intima. Piero da Verona, artista milanese che l’ha scolpita in marmo di Carrara, l’ha chiamata Dedizione. Poi c’è Jole. Qui il nudo si fa macabro. Nel 1920 Domenico Pecora scolpisce un monumento in bronzo per Jole Ranza, diciannovenne stroncata dalla spagnola, l’epidemia influenzale che aveva mietuto milioni vittime. A seno nudo, viene letteralmente ghermita da un uomo scheletrico che la trattiene, da dietro, con una mano. Un fogliame copre il basso ventre della donna e l’intero corpo dell’uomo. Il titolo è Avida mors. E se l’epressione in volto di Jole è di tensione, pur con le labbra semiaperte, quella di Isabella è dolcissima. Sembra addormentata. Si intitola Sogno della morte. Isabella Airoldi, sposata al barone Gianluigi Casati, scesa tra gli extraterreni a ventiquattro anni nel 1889, è l’opera di un insigne maestro dell’Accademia di Brera, Enrico Butti. In bronzo, la giovane dalle sembianze di autentica nobildonna ha poggiato sotto i seni acerbi (molto criticata la scelta del nudo all’epoca) un crocefisso. Le braccia sono esili, il capo poggiato su un cuscino con dietro rappresentata una schiera di angeli che scendono dal cielo per condurre la fanciulla in paradiso.
Al Monumentale di Torino impareggiabile è la scultura di Pietro Canonica: una donna è in totale estasi, col corpo, col viso, con i capelli al vento. Ma stavolta la tomba appartiene ad un uomo, Carlo Kuster. A Genova, nell’immenso Staglieno, il cimitero più grande d’Europa con i suoi 44 ettari, ancora una scultura di Piero da Verona per la tomba Burrano: la luce miracolosa di quel settembre, alle nove del mattino, quando mi imbattei per la seconda volta in essa (alcuni sepolcri, prima di catturarli digitalmente, li ho incontrati decine di volte), mi ha fatto scoprire intagli e forme che non avevo mai visto in questa ragazza completamente nuda. Come per Maria Beruccini, un piccolo fascio di stoffa le sfiora la parte intima.
Ci vorrebbero un libro o un documentario per raccontarle tutte. Rimando dunque ad alzare un poco il capo per ammirare quei nudi nella sala trecentesca di Palazzo Re Enzo, nel cuore di Bologna, dal 23 al 25 marzo.
Anche gli uomini furono chiamati a rappresentare il Bello nella Morte. Quando giunse l’era del Simbolismo (e l’associazione tra Eros e Thanatos diventò sotterranea e le caratteristiche erotiche della Morte furono sublimate in Bellezza) anche il maschio fu spogliato. Tra quelli che mi hanno colpito durante le passeggiate cimiteriali ve ne è uno, disteso e bianco, appena si entra a sinistra dell’ingresso principale del Campo Verano, a Roma. L’ha scolpito Francesco Fabj Altini, un marchigiano nato a Fabriano nel 1830 e scomparso a San Mariano di Perugina, nel 1906. A Bologna verrà esposto un lenzuolo fino ad ora inedito: si tratta di un bacio in bocca tra due ragazzi, a petto nudo, mentre la madre li osserva e tende loro la mano in un intreccio unico con le braccia tese dei due giovani. Una scena potente, quella creata dallo scultore Felice Bialetti al Monumentale di Milano, per la famiglia Izar in cui muoiono prima il padre, a 39 anni, poi i figli, a 21 e 22 anni.
Per l’anniversario dell’Unità d’Italia ho voluto riscoprire un sepolcro la cui visione mi ha letteralmente stordita. L’artista, Ettore Ximenes (1855-1926), lo realizzò per il senatore del Regno d’Italia Francesco Paternostro (1840-1913) che, a vent’anni, era stato al fianco di Garibaldi nell’impresa di Aspromonte. Una pagina ingloriosa del Risorgimento: i soldati piemontesi spararono sulle camicie rosse, ferendo Garibaldi, per fermarlo nel cammino verso Roma. Il sepolcro mostra alcuni garibaldini con in mano il fucile. La nuda dolente callipigia si china su di loro, come per compiangerli. Ximenes, amico del defunto, accosta una pagina di storia a un simbolo immortale di bellezza e di erotismo. Per celebrare a modo mio il Risorgimento, con curiosità da giornalista, mi sono recata al Campo Verano. Più volte per trovare la luce giusta e poi per far tagliare dai solerti giardinieri il pitosforo che copriva e che danneggiava il languido fondoschiena. Il suo lenzuolo erotico vuole più scoprire che nascondere, vuole restituire alla vita, invece che solo commemorare i 150 anni dell’Unità d’Italia.
Il supporto scelto, il lenzuolo di cotone (vissuto, rubato a familiari, amici, vicini di casa) è un oggetto ad alta condensazione metaforica: è sacro e profano. È sudario, ma è anche il nostro tramite quotidiano per la veglia, il sonno, il sogno, l’amore, il sesso e la morte. Erotico Abbandono, sculture ignude a loro agio nei letti di morte, fotografate e impresse su lenzuola, è un corpus di 22 tele. Per la 54° Biennale di Venezia, nella Sala Nervi di Torino, ho creato un supporto che dialoga con la cupola autoportante del grande ingegnere. Le lenzuola, stese con le mollette sul filo dell’eternità tra gli archi di Palazzo Re Enzo a Bologna, consegneranno una immagine non drammatica, ma inattesa e pacificata della morte. Vien voglia di essere sepolti lì.
 
Valeria Paniccia


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