Piccoli omicidi tra amici

L'epicentro del male

Juliet: "Non posso farlo" Alex: "Juliet, tu uccidi persone tutti i giorni"
Se non ti puoi fidare degli amici allora che ti resta?
Due occhi azzurri impenetrabili fissano la macchina da presa e una voce fuori campo sillaba lentamente le parole. David Stephens di amici ne ha due. Sono i suoi coinquilini. Due giovani borghesi, un uomo e una donna, che con lui dividono un grande appartamento a Edimburgo, città di fascino e di suggestioni, il contenitore impersonale di una vicenda che sarebbe potuta accadere ovunque. La sua eleganza sfugge agli occhi dello spettatore che si affanna a riconoscerla in una serie di riprese scattanti e febbrili senza però identificarla del tutto.
I coinquilini di David si chiamo Alex e Juliet e non potrebbero essere più diversi: Alex ha un lavoro poco appagante al giornale locale, sogna il successo senza impegno, è un giovane viziato dal capello lungo e dall’aria trasandata; Juliet è la corteggiatissima donna di casa, sfuggente e seduttiva, fa il medico e ha una relazione con David. Questi è un mediocre commercialista, preciso e responsabile, a tratti persino noioso. Dei tre, è il più affidabile ed equilibrato. Così diversi, eppure così amici: lo spettatore è letteralmente catapultato nella loro vita, li ritrova seduti uno vicino all’altro intenti a valutare il candidato di turno al posto di quarto coinquilino. I tre fanno domande, deridono, si divertono a mettere in difficoltà. La loro complicità è palpabile.
L’appartamento si trova all’ultimo piano di un edificio elegante, in cima a una scala a chiocciola, ed è uno spazio luminoso dai colori neutri e rassicuranti spezzato da tonalità rosse ricorrenti che quasi paiono presagi: il telefono, la porta, il vestito di Juliet.
Un pomeriggio arriva Hugo, un misterioso romanziere della cui identità non si sa nulla, che fa colpo su Juliet e ottiene la stanza. I tre lo trovano morto pochi giorni dopo e scoprono nella sua camera una valigia piena di soldi.
La prima reazione alla vista del cadavere è fredda e distaccata, quasi beffarda. È tutto uno scherzo, un gioco, un cinico botta e risposta carico di humour nero. Poi la situazione sfugge di mano e i tre precipitano in una spirale negativa che li porta all’epicentro del male. E il male è, neanche a dirlo, proprio David. Una scommessa finita male lo costringe a fare a pezzi il cadavere e David si trasforma, interiorizza il trauma e muta da uomo a bestia. È l’unico personaggio che si evolve davvero, il suo equilibrio frana e lascia il posto a oscure ossessioni; e gli altri due non fanno che adeguarsi al cambiamento. La macchina letale messa in moto da Boyle, che vede in David l’anello debole del gruppo, erode la situazione iniziale e la trascina inesorabile verso un epilogo sì tragico, ma soprattutto beffardo.
Piccoli omicidi tra amici non è un film drammatico. È cinico, macabro e derisorio, ma non drammatico: l’atteggiamento sarcastico con cui i tre amici si approcciano agli eventi e interagiscono tra loro detta il tono della vicenda, è la sua chiave di lettura. Persino la colonna sonora si piega ai protagonisti e sdrammatizza volutamente le situazioni più tese. È un film che non si prende sul serio. E anche lo spettatore alla fine non piange, ma sorride. O, meglio, ghigna. 
 
 
Laura Savarino
PICCOLI OMICIDI TRA AMICI 
(USA, 1994)
di Danny Boyle
Durata: 88 minuti
Cast: Ewan McGregor, Kerry Fox, Christopher Eccleston, Keith Allen

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