Rotastyle

Entrare nel nulla

Ritengo che la chiave del romanzo di Roth sia a pagina 89 quando, sentendosi preso da un senso di “alterità” a causa della perdita di stimoli che accompagna la sua vecchiaia, il protagonista pensa: “Mio Dio, che uomo ero una volta! Che vita avevo intorno! Che forza avevo dentro! Nessuna alterità da avvertire! Una volta ero completo: ero un essere umano!”. L’uomo di cui Roth narra l’invecchiare, l’ammalarsi e il morire è un uomo che ha “sentito” un giorno la vita come completa e perfetta, un uomo che perciò inevitabilmente vive il tempo della malattia e della vecchiaia come un “decomporsi” della perfezione, come una serie di perdite che costellano il decadimento che va dalla pienezza dell’essere al nulla della morte. La descrizione di questo momento di perfezione e di come essa viene vissuta dal protagonista accompagna il lettore dall’inizio alla fine del libro, come un contrasto fra luce e positività con l’incombere del buio e della negatività della malattia, della vecchiaia e della morte.
La purezza dell’essere viene vissuta dal protagonista nell’infanzia, nell’ambito protettivo di una famiglia stabile, formata da un padre che fa le scelte importanti della propria vita “per avere qualcosa da lasciare ai suoi ragazzi”, da una madre la cui vicinanza attenua le paure che le minacce della vita inevitabilmente comportano (come l’operazione di ernia inguinale subita da ragazzino) e da un fratello maggiore rassicurante, vitale e disposto ad anteporre ai propri bisogni quelli del fratello minore. Il culmine di questa perfezione viene raggiunto quando il protagonista da ragazzo sente “una vitalità che nulla può estinguere”, la vitalità di un ragazzo “dal corpo liscio come un siluro, che un tempo, arrivato a cento metri dalla costa dell’oceano tempestoso, si lasciava portare a riva dai cavalloni dell’Atlantico”. Tutto era chiaro in quei meravigliosi giorni. “E nulla nella sua perfezione fisica, che lui non avesse ragione di dare per scontato”. E invece la perfezione fisica non è scontata, perché si invecchia, ci si ammala, e bisogna morire.
Tutto il libro può essere considerato, in questo senso, una esemplificazione di come, attraverso la malattia, la vecchiaia e la morte, la perfezione e la vitalità del corpo vengono “umiliate”. E non c’è altro rimedio se non il ritorno all’infanzia e alla consolazione dei genitori che pur essendo ormai “ossa” sono l’unica cosa che resta. Sono “ossa”, ma sono le proprie ossa e si può immaginare che siano sempre in grado di “dire” cose che fanno sentire allegri e indistruttibili come si sente il protagonista nell’affrontare l’intervento chirurgico a cui non sopravvivrà.
Ma cosa gli hanno “detto” di così consolante le ossa dei genitori che ha visitato al cimitero? Lì il protagonista sente di avere con quelle ossa una “vicinanza” speciale e parla loro; e loro gli rispondono.
Ad alta voce dice loro: “Ho settantuno anni, il vostro ragazzo ha settantuno anni”.
“Bene, hai vissuto” rispose sua madre, e suo padre disse: “Voltati indietro ed espia le colpe che puoi espiare, e con quello che ti resta tira avanti meglio che puoi”.
La conclusione sembra positiva, nonostante lo strazio che ha accompagnato tutta la malattia, la vecchiaia e il morire del protagonista. “Perse conoscenza sentendosi tutt’altro che abbattuto, tutt’altro che condannato, ancora una volta impaziente di realizzare i propri sogni, ma ciò nonostante non si svegliò più. Arresto cardiaco. Non esisteva più, era stato liberato dal peso di esistere, era entrato nel nulla senza nemmeno saperlo. Proprio come aveva temuto dal principio”.
Qui Roth, in un certo senso, “tradisce” la psicologia del personaggio: come avrebbe potuto perdere conoscenza senza sentirsi abbattuto, condannato e ancora impaziente di realizzare i propri sogni, se avesse saputo di stare entrando nel nulla? E cosa gli ha impedito di saperlo se non il riuscire a combattere - pensando ad altro (cioè a quello che immaginava potessero avergli detto le “ossa” dei suoi genitori) - il timore di non potersi più svegliare? Bisogna chiedersi, in altri termini, se non sia proprio il fatto di poter entrare nel nulla senza accorgersene, cioè riuscendo a non temerlo, che rende possibile “morire bene” per chi concepisce la morte come l’annullamento della pienezza dell’essere. A parte questo, dobbiamo chiederci anche “a quale prezzo” si ottiene la soluzione che attraverso il suo personaggio Roth propone per chi deve morire dopo aver “sentito la perfezione della vita”.
La soluzione ce la fornisce la storia che il romanzo racconta in parallelo a quella della malattia, della vecchiaia e della morte del suo personaggio: la storia delle sue relazioni umane! Il protagonista persegue il sogno di poter vivere pienamente la vita dandone per scontata la perfezione a dispetto del male che fa agli altri. Per non voler sentire l’alterità che gli toglierebbe la pienezza del vivere, ne esclude ogni positività condannandosi così alla solitudine: proprio il prezzo che paga sempre chi crede che la vita completa (e perfetta) sia la propria vita, la vita del proprio corpo! I figli del primo matrimonio, la seconda moglie Phoebe, la figlia di quest’ultima Nancy e il fratello maggiore Howie, sono i “capri espiatori” di questa vita ispirata al principio del piacere come fonte di perfezione. Alla fine si pente di tutto il male che ha fatto agli altri, ma tuttavia continua a non capire perché gli altri non lo perdonino e si rifugia nella rassicurazione delle “ossa” paterne che gli dicono di accontentarsi di “espiare quanto possibile”.
Non mi potrò più fidare della tua sincerità”, gli dice la seconda moglie Phoebe quando scopre il suo tradimento. Lui sa che è irreparabilmente così, se ne rammarica e vorrebbe non essere stato dominato dal “principio del piacere” che ha travolto i suoi affetti più cari tutte le volte che non è riuscito a non godere un attimo di perfezione e ha tradito. Quando incontra la sua allieva Millicent intuisce che la soluzione poteva essere un’altra (quella di Millicent): legarsi per sempre a qualcuno e trarre la propria vitalità da questo legame piuttosto che dalla pienezza del vivere. Ma Millicent alla morte del marito si suicida perché da sola non è in grado di sopportare il dolore: l’alterità della sofferenza è insopportabile senza l’alterità di un altro che ti ama!
Bisogna allora suicidarsi, fare come fa Millicent? “Ma come si fa a scegliere volontariamente di lasciare la nostra pienezza per quel nulla sconfinato? Come avrebbe fatto lui? Poteva starsene tranquillamente lì sdraiato a dire addio? Avere la forza di sradicare ogni cosa come Millicent Kramer? Quella donna aveva la sua età. Perché no? In una situazione come la sua, cosa cambia qualche anno in più o in meno? Chi oserebbe criticarla perché lascia precipitosamente la vita? Io devo, io devo, pensò, i miei sei stent mi dicono che un giorno, presto, dovrò intrepidamente dire addio. Ma lasciare Nancy… Non posso farlo!”.
Non sarà che questo moderno nichilista che Roth così bene tratteggia, in realtà non si suicida per amore della figlia? E se è così, perché raccontarsi che la soluzione alla morte è entrare nel nulla continuando a sognare e non invece affidarsi nel morire a coloro che restano in vita e che non ci sono indifferenti? Che, morendo, non è solo il nulla di noi stessi ad attenderci, ma anche gli altri che restano e che continuano a desiderarci e ad amarci!
Però, nel romanzo, neanche Nancy, la figlia per il cui amore il protagonista non si uccide, sembra accorgersi di questa possibile soluzione perché finisce per prendere a prestito la filosofia rassegnata del padre: “È impossibile rifare la realtà. Devi prendere le cose come vengono. Tener duro e prender le cose come vengono”.
 
Francesco Campione

Il morire e la morte secondo Philip Roth
: “Everyman”, traduzione italiana di Vincenzo Mantovani, Einaudi, 2007.

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