Effetto"NIMBY"

Un'analisi sui motivi, per lo più di natura psicologica, circa il rifiuto di istallazione di nuovi forni crematori.

Non c’è settimana in Italia che notizie dalla stampa o dal web non registrino contestazioni per l’installazione di nuovi crematori. Curioso notare che, laddove i crematori sono in funzione da anni, se non da decenni, non si avvertono significative lamentele, tranne nei rari casi di guasti, che del resto vengono prontamente individuati e risolti. Le rimostranze o, meglio, un vero e proprio rifiuto riguarda invece le nuove installazioni. Principalmente si tratta del cosiddetto effetto “NIMBY” (Not In My Back Yard, cioè non nel mio giardino), quell’atteggiamento che colpisce la maggior parte delle nuove opere di servizio pubblico, che ha come grande esempio i “NO TAV”, i “NO TAP”, che poi nel piccolo diventano i “NO CREM” o, nel piccolissimo, i contrari all’isola ecologica nelle vicinanze della propria abitazione, o addirittura ad una fermata dell’autobus sotto l’uscio di casa...

Le motivazioni della contrarietà ad installare nuovi crematori si potrebbero riassumere come segue:
  • l’aspetto psicologico connesso con l’immagine del crematorio in tempi di seconda guerra mondiale quando era uno strumento di morte di massa, da cui l’inconscia valutazione che i fumi che escono dal camino racchiudano una sorta di distillato di morte;
  • il fastidio di assistere al transito di carri funebri e ad un aumento generale del traffico nelle zone interessate generato dalla circolazione delle auto al seguito di cortei. In realtà uno studio in proposito ha dimostrato che un crematorio di media potenzialità che svolga annualmente 2.500 servizi, induce un traffico di auto inferiore a quello di un asilo per 40 bimbi. E non ci risultano prese di posizioni contrarie all’apertura di nuovi asili! Si tratta quindi di un’altra motivazione squisitamente psicologica connessa alla visione di elementi di morte;
  • i timori di carattere ambientale: da una parte la preoccupazione che l’attività del crematorio produca inquinanti pericolosi per la salute pubblica (in particolare viene posta l’attenzione su effluenti come diossina, furani o composti a base di mercurio); dall’altra la paura di un peggioramento della situazione in aree già fortemente inquinate che fa percepire l’attività del crematorio aggiuntiva e peggiorativa a quanto già esistente;
  • il sovradimensionamento dell’attività del crematorio rispetto alle effettive necessità del Comune o della zona immediatamente circostante, con riversamento in atmosfera di una quantità di inquinanti maggiore di quanto sarebbe lecito attendersi se fosse al servizio di un’area circoscritta. Del resto un crematorio è per definizione un servizio di bacino e non si vede come si possa cambiarne la natura;
  • il sistema del project financing adottato per realizzare e gestire crematori che favorisce la installazione indiscriminata di nuovi impianti con la promessa ai Comuni di sostanziose royalties. Se da un lato è forte la spinta delle società che intendono incentivarne il business, dall’altro l’attività di guadagno sui servizi connessi con la morte è vista con comprensibile sospetto. Personalmente sono fortemente contrario alla tecnica di produrre decine, se non centinaia, di proposte di project financing tenendo conto che poi solo una piccola percentuale va in porto e talvolta, se non spesso, in luoghi del tutto sperduti e lontani da dove esiste l’effettiva domanda;
  • una totale assenza di pianificazione, per la maggior parte delle Regioni, nella localizzazione degli impianti, così da renderli in taluni casi sovrabbondanti e in altri carenti.
Quasi sempre le assemblee autoconvocate dai NO CREM e le petizioni (a chi non si nega una firma …) frenano, se non impediscono, le scelte delle amministrazioni comunali coinvolte. Se poi questa sorta di ribellione dal basso è alimentata da polemiche partitiche, il timore di perdere voti di fatto rallenta e, in taluni casi, blocca completamente ogni iniziativa. Per non parlare di quando vengono instillati dubbi sulla correttezza dell’operato degli amministratori e dei dirigenti coinvolti!
Da una parte le Amministrazioni cercano di rassicurare sulla bontà del progetto, sostenendo che il nuovo crematorio è innocuo, che si useranno tecnologie d’avanguardia, sistemi di abbattimento dei fumi di ultimissima generazione: addirittura qualcuno si spinge a dire che da quella ciminiera uscirà aria di montagna o profumata di lavanda! Dall’altra si scatenano le ricerche sul web per dimostrare la pericolosità dei forni, arrivando a dichiarare, in talune occasioni, delle vere e proprie sciocchezze pur di tirare acqua al proprio mulino. Una fabbrica di fake-news, si direbbe col linguaggio d’oggi, fornite spesso senza avere  le competenze per interpretare dati tecnici o senza nemmeno capire che le situazioni sono profondamente diverse da Paese a Paese, per il tipo di bare introdotte, per l’amalgama usato dai dentisti, per i sistemi filtranti montati, per le tradizioni funerarie e per i limiti imposti dalle normative locali. In altri casi si arriva ad invocare il superamento dei crematori con soluzioni alternative: le due più gettonate sono i resomator (o bio-crematori) e, soprattutto, la “cremazione fredda” con cryomator. L’Italia, patria della cremazione moderna (fu il grande scienziato lodigiano Paolo Gorini il pioniere a livello mondiale delle moderne tecniche di cremazione), può diventare luogo di sperimentazione di queste soluzioni alternative? E, inoltre, una domanda giunge spontanea: ma i crematori sono veramente pericolosi?
Sfatiamo subito una leggenda: dal camino di un crematorio non esce aria di montagna, ma semplicemente fumi trattati in maniera da rispettare i limiti di emissione imposti da chi rilascia le autorizzazioni. Aggiungiamo che i limiti italiani sono tra i più restrittivi fra quelli in vigore nella maggior parte dei Paesi europei. Nelle autorizzazioni rilasciate dalla Pubblica Autorità sono specificate le cautele operative (cioè il da farsi quando si rilevano delle anomalie), quelle costruttive e i misuratori di variabili fondamentali per poter valutare se il processo di combustione avanza in modo regolare. Infine le quantità di effluenti annui da crematorio (i fumi), sono ben poche in termini di massa rispetto agli inceneritori industriali o di rifiuti (siamo nell’ordine di un fattore 1 a 100, tanto per avere una grandezza di riferimento).Ciò che più conta sono le tecnologie usate e la gestione dei processi. Ormai quasi tutti i forni crematori operanti in Italia hanno il controllo del processo di combustione non più lasciato all’uomo, ma governato da un computer che dosa le giuste quantità di aria, di combustibile e quant’altro per una corretta esecuzione della cremazione nel rispetto delle emissioni in atmosfera.
Certo una macchina perfetta non esiste, possono sempre accadere degli inconvenienti, come guasti e rotture, ma queste situazioni si devono ridurre al minimo con una scelta oculata in fase di fornitura del macchinario, con la competenza e l’esperienza delle maestranze operanti, una manutenzione preventiva e programmata, accompagnata da una formazione puntuale del personale tecnico.

Concludo con alcune valutazioni e qualche proposta:

La pianificazione degli insediamenti dei crematori in capo alle Regioni, in Italia, è fallita
. L’unica Regione che ha svolto un’azione programmatoria adeguata è la Lombardia. Il Piemonte ha chiuso la stalla dopo che i buoi erano scappati e la scelta dell’Emilia Romagna di sub-delegare la pianificazione a livello provinciale ha mostrato tutti i suoi limiti. Conseguentemente sarebbe più utile produrre poche norme statali di riferimento sia per la installazione dei nuovi impianti (ad es. non meno di uno in ogni provincia, collegato alla mortalità della zona, al tasso di sviluppo già esistente della cremazione e alla compatibilità economica), sia per i limiti nelle emissioni che per le tecniche di conduzione (fondamentale è il sistema di tracciabilità del feretro e delle risultanti ceneri in tutto il percorso all’interno del crematorio).

Con la dimensione che ha raggiunto la cremazione in molte aree del Paese, il vero problema non è la paura per i fumi, ma il terrore che l’impianto si fermi (o che funzioni a ritmo fortemente ridotto) ora che in molte città circa un defunto su due viene cremato. Pochi hanno percepito i problemi che si sono avuti quest’inverno per circa 3-4 settimane, quando la mortalità giornaliera media era schizzata a valori anche di oltre il 50% superiori a quelli di periodo, con crematori in funzione quasi a ciclo continuo e con depositi di attesa straboccanti di feretri. Quel che sarebbe fondamentale è dotarsi del raddoppio di linea di cremazione (o anche più in relazione alla dimensione della città servita). Questa è la principale misura che qualunque pianificatore (e aggiungo, pure del gestore) deve considerare .

Quel che esce da un crematorio è collegato a ciò che si introduce nel forno. Rimando al pregevolissimo “libro bianco” sui crematori prodotto in ambito ECN (European Crematoria Network), una delle pietre miliari in questo settore, per una precisa analisi delle proposte tecniche ivi contenute. Le caratteristiche della bara sono importanti. Cosa aspettiamo a rendere obbligatori gli standard UNI sui cofani funebri, esistenti ormai da qualche anno? Già lo hanno fatto, adattandole alle proprie normative la Germania, la Francia, la Spagna e il Portogallo. L’Inghilterra usa delle semplici raccomandazioni, ma quello è un Paese dove non paga fare i furbi. Invece in Italia continuiamo a seguire norme di derivazione sanitaria (D.P.R. 285/1990) che in realtà scimmiottano l’accordo di Berlino (anni Trenta!) sul trasporto internazionale dei corpi. Una vera e propria incapacità del legislatore da un lato e dell’imprenditoria italiana dall’altro, di interpretare il nuovo.

Ed infine, da studioso sono curioso di valutare se le soluzioni alternative (resomation e cryomation) sono tecnologicamente, ecologicamente ed economicamente all’altezza. Al momento registro che la cremazione è una tecnologia matura, efficiente ed economicamente sostenibile, in Italia e nel mondo. Se si dimostrasse, con poche installazioni sperimentali a livello europeo (un paio anche in Italia, se ve ne fossero le condizioni), previa specifica deroga legislativa che ne permetta lo studio per almeno un decennio, che le alternative sono efficaci, efficienti ed economicamente valide, ben vengano e si confrontino con la cremazione. Ma che cosa siano la resomation e la cryomation, lo rimandiamo ad un prossimo articolo, dove spiegheremo queste tecniche nel dettaglio.
 
Daniele Fogli


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