Il valore della deth education

Tra educazione e pedagogia

Con il vocabolo “education” si fa riferimento a tutto quanto riguarda la pedagogia (School of Education, Institute of Education, Department of Education, Master in Education, insegnanti, studiosi, ricercatori in education o on education).
Per chi opera in/on education è richiesta la conoscenza approfondita delle tecniche e delle finalità più adeguate per perseguire gli obiettivi educativi e per risolvere i problemi che ne scaturiscono. La connessione tra educazione e pedagogia porta a riflettere sullo stato della cultura educativa alla morte, che è sempre e comunque aspetto della vita. Le grandi civiltà, le religioni e la scienza, in particolar modo l’arte e la cultura, sono cresciute proprio partendo dalla consapevolezza che l’esistenza dell’uomo, anche inteso nella sua individualità, ha una fine. Con la necessità di affrontarne e di superarne le difficoltà e le problematicità.
Al termine death education o “educazione alla morte” corrisponde la definizione di una molteplicità di attività educative finalizzate ad affrontare e a sviluppare temi fondamentali ed esperienze relative alla morte: i significati e gli atteggiamenti nei confronti della perdita, l’elaborazione del lutto, la necessità dei riti funebri, la cura rivolta alle persone gravemente malate. La trasmissione culturale e scolastica (negli ambiti dei tre livelli di istruzione, elementare, media e superiore) della death education favorisce la riflessione sul valore della vita intesa come inizio e fine di un percorso. Essa ha il compito, ad esempio, di aiutare gli adulti a spiegare ai bambini con parole comprensibili che quella persona non c’è più o che l’animaletto domestico è morto, concetti la cui difficoltà è tanto più ardua se, in quel momento, i termini che si vorrebbero utilizzare per esplicitare una perdita affettiva improvvisa e che comunque fa parte del ciclo della vita, non fossero così scontati né tantomeno semplici.
John Bowlby, grande esperto dei rapporti di attaccamento e di separazione, affermava che non è possibile elaborare completamente un lutto senza la presenza di un’altra persona: dichiarazione che sottolinea, in particolare nelle situazioni difficili, l’importanza e l’efficacia dei rapporti affettivi. Aiutare e sostenere nell’affrontare il dolore di una perdita è un compito oneroso e lo è maggiormente quando la persona da aiutare è un bambino. Un fanciullo in età scolare può essere aiutato attraverso il dialogo; con il racconto dei fatti, se possibile anche dettagliato, è possibile dare un riscontro diretto e chiaro alle domande, ponendo molta attenzione a non turbare o a spaventare. È fondamentale percepire cosa il bambino pensa e prova, mantenendo un atteggiamento di ascolto, senza dare giudizi o consigli prematuri. La scuola contribuisce a favorire il contatto con gli insegnanti, con i compagni di classe e con tutte le persone che possono aiutare il bambino non solo rendendo possibile il superamento delle difficoltà, ma anche creando una rete di relazioni che gli saranno di grande aiuto in quel momento e per il futuro.
Spesso gli adulti si trovano in difficoltà quando devono decidere la presenza o meno dei bambini ai riti funebri; è comprensibile l’incertezza dovuta al bisogno di proteggerli, ma non permettere di partecipare ad una cerimonia in cui, oltre alla famiglia, sono presenti anche amici e compagni significa impedire loro di condividere il dolore e di sentirsi parte del gruppo familiare e sociale non potendone trarre conforto. Il rito del commiato è un importante momento per riuscire a condividere il dolore, a comprendere la morte e ad accomiatarsi dalla persona cara. La funzione consolatoria crea un clima protetto di conforto affettivo o di amore fra amici e parenti che testimoniano con la loro presenza quanto la persona scomparsa fosse amata e stimata da tutti. Non permettere ad un bambino di parteciparvi sottolinea la negatività della morte, mentre la necessità di nascondere la tristezza produce silenzio ed isolamento, inibendo una normale esperienza di vita.

 
Maria Angela Gelati


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