Carmelo Pezzino
Avremmo voluto dedicare questo nostro intervento a ripercorrere brevemente quanto di saliente è avvenuto, per il nostro comparto, nell'anno che va a terminare. Poi, la tragedia accaduta nei giorni scorsi alla ThyssenKrupp di Torino ha profondamente colpito la nostra coscienza, come pensiamo quella di tutti voi, e vorremmo spendere su di essa qualche considerazione.
Troppe morti sono dovute a processi industriali vetusti o inadeguati. I risparmi sulle opere provvisionali e sulle misure di prevenzione, la mancata formazione sulla gestione dei rischi e della sicurezza, il carente addestramento in materia di emergenza determinano incidenti, spesso mortali, che avrebbero potuto essere evitati spendendo qualche soldo in più per la manutenzione o dando ascolto alle segnalazioni dei lavoratori. Serve più rispetto per la vita umana e più dignità per il lavoro.
Le imprese vanno messe di fronte alle proprie responsabilità e bisogna far carico ad esse di ogni tipo di negligenza. Quando in una azienda non vengono rispettati i protocolli di sicurezza quell'azienda dovrebbe essere sottoposta all'unica sanzione efficace, la perdita di finanziamenti pubblici di ogni tipo, regionali, nazionali o comunitari che siano. Non esiste altro modo per combattere l'illegalità se non quello di rendere conveniente la legalità. Se l'illegalità è un rischio troppo elevato dal punto di vista economico, aumenta la percezione della convenienza della legalità. Vi sono aziende che fanno fatica a rispettare le norme o i protocolli di sicurezza, ma quando in alcuni cantieri edili i lavoratori rifiutano l'uso del casco o delle cinture di sicurezza, vuol dire che è caduta la cultura del lavoro, che non è soltanto cultura del salario e dell'orario di lavoro, ma anche cultura di una sicurezza che rifiuta la monetizzazione del rischio. Se i lavoratori non riescono a percepire quanto sia importante per loro stessi il rispetto dei protocolli di sicurezza è perché il mondo del lavoro non è più un corpo sociale, è una nebulosa nella quale ciascuno fa fatica ad ereditare la memoria di cosa è stato.
Non è facile per nessuno, ancor meno per un torinese orgoglioso della propria città, accettare che Torino offra uno squarcio di disumanità industriale, con uomini sottoposti a turni e a condizioni da schiavi, nell'indifferenza o con la connivenza di coloro che avrebbero dovuto impedirlo. Gli operai arsi nell'olio bollente arrivavano a fare turni di sedici ore consecutive per raggranellare qualche euro in vista di un futuro oscuro e precario.
Gli incidenti sul lavoro si susseguono ovunque e, purtroppo, a ciclo continuo. La solita miscela letale di inefficienza, pigrizia e cialtroneria che fa da piedistallo a ogni tragedia italiana. Vorremmo che i morti di Torino, e con essi tutte le vittime di incidenti sul lavoro, ottenessero una giustizia fondata sull'accertamento delle responsabilità e sul castigo di chi, per dolo o per ignavia, permette che l'Ottocento torni a vivere, e a far morire, nel secolo e nei posti sbagliati.
Su un quotidiano abbiamo trovato la poesia di una autrice a noi sconosciuta, Almerina Raimondi. Si intitola "Il cielo rubato" ed è dedicata a tutti i martiri delle cosiddette "morti bianche". Ve la offriamo come spunto di riflessione per le prossime festività.

"Non templi innalzati agli Dei
Ma colonne di fumi
Veleni sputati nel cielo
Civiltà sepolte
Splendori perduti
Identità svendute
Per uno sviluppo mancato
Arrivando non senti il profumo del mare
Non ascolti più la sua voce
Il mare muore e tace
Ma quando Taras si riprende il suo cielo rubato
E splende la luna
Il mare piange i suoi figli ammazzati
Non per amore, come in Medea, ma
Per un pezzo di pane sudato di duro lavoro
Morti bianche non fantasmi
Ma figli, mariti, padri, fratelli
Mandati all'inferno senza peccato".

A voi ed alle vostre Famiglie l'augurio per un sereno Natale e per un Nuovo Anno ricco di successi e di gratificazioni.
Buona lettura a tutti!
 
Carmelo Pezzino

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