Carmelo Pezzino
Lo scorso 8 giugno è mancato a Torino il Professor Adriano Vitelli, uno dei padri della Consulta Laica di Bioetica. Abbiamo avuto il privilegio di essergli amici e di aver tratto fondamentali insegnamenti dalla sua coerenza agli ideali di giustizia, di libertà, di impegno civile e professionale. Ne rimpiangeremo la grandezza di uomo onesto, la cultura, la passione nelle battaglie politiche e sociali, il rigore scientifico, l'amore per la medicina, la totale dedizione a ciascuno dei suoi malati. Vitelli si è anche occupato, fra i primi nel nostro Paese, di cure palliative, di autodeterminazione del malato, di eutanasia, di testamento biologico. Lo vogliamo ricordare proponendo alla vostra riflessione alcuni concetti esposti in una "antica" intervista e che rappresentano i capisaldi del pensiero laico sulle grandi questioni ancora oggi di strettissima attualità.
"Bioetica significa specificatamente etica riferita alla tutela e al rispetto della vita e al comportamento che ciascuno deve tenere a questi fini. Nasce dai progressi della medicina e dallo spirito diverso che si è instaurato seguendo il principio di libertà dell'individuo anche nel rapporto con la propria salute. Si basa su quattro punti fondamentali: l'autonomia (del paziente e in un certo senso anche del medico che può, secondo il principio di autodeterminazione, fare obiezione di coscienza non accettando di curare il malato o di curarlo come il malato stesso vorrebbe), la beneficenza (fare cose che risultino utili), la non maleficenza (non fare cose inutili o che possano dare fastidio), l'equità.
La bioetica laica è nata perché è necessario affrontare in maniera razionale, senza pregiudizi e ragionando ‘etsi deus non daretur', tutti i problemi posti in campo. Vuole essere libera da pregiudizi, da preconcetti, da dogmi. Nei punti centrali, soprattutto la fine della vita, sceglie per la disponibilità e non per la sacralità della vita stessa. Rispetta la libertà dell'individuo quando questa non porti danno ad altri. Non bisogna porre ostacoli al progresso scientifico prima ancora che questo venga portato nella medicina. Il progresso nella ricerca di base deve essere libero, fruibile da tutti ed in ogni occasione.
Parliamo di ostinazione e non di accanimento terapeutico. Il problema è anche diagnostico: quando non c'è una sicura indicazione o quando addirittura gli esami potrebbero diventare inutili, fastidiosi o rischiosi, l'insistenza a praticarli significherebbe accanimento. Non ha senso fare cose che sappiamo non possono più servire. La legge italiana vuole che si persegua sempre il mantenimento in vita dell'individuo per cui la sospensione di qualsiasi terapia, anche quella d'appoggio, è legalmente non riconosciuta. La prima scelta è quella di sospendere tutte le terapie che sappiamo non servire più al miglioramento. Non vi sono dubbi sul mantenimento della terapia antidolore, mentre per quella d'appoggio dovrebbe valere, in caso di malattia irrimediabile, il consenso del paziente. Se il malato dice basta, è giusto dargli la possibilità di scegliere.
Il concetto della autodeterminazione è molto importante per comprendere le posizioni della bioetica laica: il malato, in qualsiasi momento della sua vita, può decidere di non voler essere curato. Se però arriva in ospedale, soprattutto se arriva non avendo più la capacità di esprimere desideri e opinioni, riteniamo che abbia il diritto a presentarsi con una carta di autodeterminazione in cui esprimere ciò che non vuole più gli sia fatto. Questo tipo di richiesta non è ancora eutanasia, ma potrebbe essere completata da una richiesta di eutanasia. C'è chi si richiama alla sacralità della vita; noi siamo fermi nel ritenere giusto, se il paziente lo richiede esplicitamente attraverso un testamento biologico, evitare tutte le situazioni che prolunghino inutilmente la sofferenza o, come oggi si dice, che prolunghino la morte e non la vita. Naturalmente il medico può fare obiezione di coscienza, non prima, però, di aver trovato qualcuno che lo sostituisca. L'eutanasia non deve essere confusa con la volontà di suicidio, ma deve essere concepita come atto terapeutico senza implicazione giudiziaria per il medico che la provochi sulla base di un approfondito giudizio clinico e sotto controllo legale".
Buona lettura a tutti!
 
Carmelo Pezzino

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