Alberto Leanza
Lo scorso 14 dicembre il Senato ha dato il via libera definitivo alla legge sul testamento biologico. Dopo molti anni di accese discussioni, di rinvii e di drammatici casi privati dati in pasto all’opinione pubblica e su cui si sono accaniti le opposte fazioni, finalmente si è giunti ad un epilogo.
Ora qualsiasi cittadino può produrre una dichiarazione anticipata di volontà relativa ai trattamenti a cui intende o non intende essere sottoposto qualora dovesse sopravvenire una incapacità di comunicare direttamente il proprio volere, con particolare riguardo alle disposizioni in materia di nutrizione, idratazione artificiale e accanimento terapeutico. È una condizione che si applica in situazioni di estrema gravità quando per tenere in vita il malato non rimane che ricorrere a questi mezzi, anche se la speranza di guarigione è pressoché remota.
I casi oggetto delle cronache di questi ultimi mesi, di cui DJ Fabo è divenuto una sorta di emblema per aver riportato alla ribalta la delicata questione e dato involontariamente l’impulso determinante affinché si arrivasse ad una conclusione, mi hanno portato a riflettere sulla tragedia di vivere in uno stato di sofferenza continua, privati della benché minima autonomia, spesso incapaci anche di comunicare, prigionieri in un corpo che ha cessato la maggior parte delle sue funzioni. Per questo accolgo la nuova legge come un atto di civiltà che mette al centro la dignità della persona, rispettandone le scelte e le volontà. Non si tratta di istigazione al suicidio come alcuni vogliono insistere animati forse da uno spirito demagogico più che deontologico; probabilmente costoro non hanno mai vissuto la straziante esperienza di stare accanto ad un malato terminale, ad una persona cara costretta a grandi sofferenze sia fisiche che piscologiche.
C’è una sostanziale differenza tra cura e accanimento terapeutico: con quest’ultimo si ottiene solamente l’effetto di mantenere in vita un paziente con l’ausilio di macchinari o con sistemi di alimentazione e idratazione forzata, prolungandone l’esistenza a volte solo di qualche giorno, soprattutto quando si tratta di persone anziane.
Decidere del proprio destino è una libera scelta che attiene al campo dei diritti civili che una società evoluta non può negare ai suoi cittadini.
 
Alberto Leanza


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