Alberto Leanza
È mio desiderio dedicare l’editoriale di questo numero di Oltre Magazine al grande Paolo Villaggio. Chi non conosceva questo artista poliedrico e di straordinario talento che con le sue maschere comiche ha fatto ridere intere generazioni? Sono nato diversi anni dopo l’uscita della saga del Ragionier Fantozzi, il suo personaggio più riuscito celebrato in diversi film degli anni ’70 divenuti in breve tempo veri e propri cult, ma i protagonisti e le situazioni in cui agiscono non hanno mai perso smalto, travalicando il tempo, perché, seppure in chiave umoristica, sono la rappresentazione intramontabile di debolezze, tic e alienazioni proprie della nostra società. Con fine intelligenza e genialità Paolo Villaggio ha messo in scena il mondo del lavoro, visto attraverso una lente deformante che fa sì che tutto diventi grottesco, esagerato e particolarmente esilarante. Fantozzi è diventato l’icona dell’eterno perdente, dell’impiegato vessato da un cinico e onnipotente direttore “megagalattico” che, seduto sulla sua esclusiva poltrona in “pelle umana”, non perde occasione di metterlo in difficoltà o di umiliarlo, a cominciare dalla famosa scena in cui lo fa accomodare su un complicatissimo pouf su cui gli riesce impossibile mantenersi in equilibrio. Fantozziano è un aggettivo che è entrato a pieno titolo nel vocabolario della lingua italiana per designare il perenne sconfitto o una situazione determinata da una serie di coincidenze particolarmente sfortunate, al limite della credibilità.
I suoi personaggi hanno unito la penisola da Nord a Sud, e come ha dichiarato il Ministro dei Beni e delle Attività Culturali Dario Franceschini “… è entrato in modo ironico e intelligente nelle nostre vite e sta entrando anche nelle vite delle nuove generazioni. Questo segna la grandezza del personaggio”.
Mentre sto scrivendo sta per aver luogo il suo funerale con una cerimonia laica alla Casa del Cinema di Roma. Oggi siamo tutti un po’ più tristi, ma rivedendo i suoi maggiori successi che tutte le reti televisive non mancano in questi giorni di riproporre, ci sfugge ancora un sorriso che ha quasi il sapore di una preghiera collettiva, il modo più bello, più appropriato e genuino per dargli l’ultimo saluto.
 
Alberto Leanza


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