Carmelo Pezzino
L'inizio del 2003 ci ha portato via, fra altri, due personaggi la cui scomparsa ha destato, negli italiani, un forte e diffuso senso di commozione e di partecipazione che se per Gianni Agnelli era facilmente prevedibile, per Giorgio Gaber è andato al di là di quanto ci si potesse aspettare per un uomo che negli ultimi anni aveva praticamente abbandonato la scena pubblica.

Il Signor G era un poeta. Capace di raccontare la gioia e l'idiozia degli anni '70, la volgarità e il delirio degli anni '80, il disincanto degli anni '90.

Coerente ed indipendente, aveva talento, aveva vita, dentro, e sapeva come esprimerla. Ha raccontato la faticosa quotidianità di tutti, fra miti nascenti e crollati, mode, illusioni, perdita di identità. "L'intelligenza - disse una volta - può esserci o non esserci, non è certo un impedimento. Però se i nostri modelli sono i personaggi più popolari di oggi, allora forse è vero che per avere successo è meglio essere cretini". Uomo di sinistra che ha detestato gli eccessi della sinistra di piazza e le pose della sinistra ufficiale, è stato capace come pochi di parlare di politica, lui rivoluzionario che mentre i rivoluzionari chiedono più libertà, diffida della toppa libertà. "Da quale parte sto? Da quella del pensiero", annunciò, manifestando così la sua tranquilla e tenace anarchia.

L'Avvocato non è stato solo il maggiore industriale di questo Paese, l'italiano più conosciuto e invidiato all'estero, il modello irraggiungibile di una certa Italia, ormai minoritaria: è stato il protagonista, indispensabile e centrale, degli ultimi quaranta anni della vita italiana. Il suo distacco, tutto torinese, la sua attenzione alla realtà internazionale e ai principi delle grandi democrazie, la sua ironia sorridente sulle contorsioni, i personaggi e i paradossi della scena mondiale, ci hanno accompagnato in questi anni con una presenza costante, ingombrante nella sua volutamente mal celata discrezione, solo apparentemente sottratta ai tanti impegni, ai mille viaggi, alla infinita serie di appuntamenti di una vita insieme imprenditoriale, politica, istituzionale e sociale, oltre che a una aristocratica e inesauribile passione per gli svaghi, il mare, la vela, l'arte, la Juventus. Anche se per lui tutto il mondo era paese, ha rappresentato la Torino che produce, la Torino attiva, non quella dei bogianen. In lui si riassumevano la storia e il ruolo di una vera dinastia della grande borghesia, grande anche nelle tragedie di un destino terribile che spesso la ha segnata. Protagonista e testimone consapevole del secolo, quasi un cronista senza appunti, è stato il simbolo di un potere solo in parte materiale e per il resto anomalo, carismatico, incorporeo, quasi mistico, presunto e obbligatorio insieme, come per una sorta di designazione dinastica accettata da un Paese scettico nei confronti di tutti i suoi poteri istituzionali.

Ma da oggi per entrambi, l'imprenditore e il cantastorie così ideologicamente distanti, il potere passa alla memoria.

Buona lettura a tutti!
 
Carmelo Pezzino

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