Carmelo Pezzino
Il 12 novembre si è conclusa ad Assisi la sessantesima assemblea della Conferenza Episcopale Italiana. Nei quattro giorni di lavori i vescovi, fra i tanti argomenti trattati, hanno dedicato la propria attenzione anche ai temi della morte e in particolare agli aspetti liturgici del nuovo Rito delle Esequie.
Ferma la posizione della Chiesa nei confronti della cremazione: la pratica è certamente ammessa, ed anzi nella rinnovata liturgia sono state inserite precise indicazioni per la celebrazione di funerali anche in presenza dell’urna cineraria, ma assoluto divieto alla dispersione e grandissima diffidenza sulla conservazione domestica delle ceneri. “Sono scelte basate su concezioni panteistiche o naturalistiche che impediscono la possibilità di esprimere con riferimento ad un luogo preciso il dolore personale e comunitario. Inoltre rendono più difficile il ricordo dei morti, estinguendolo anzitempo, e per le generazioni successive la vita di coloro che le hanno precedute scompare”.
Nella prolusione con cui ha aperto i lavori, il cardinale Angelo Bagnasco ha sottolineato come la Chiesa “debba aiutare gli italiani a pensare in maniera meno evasiva alla prospettiva dell’appuntamento con la morte, una tappa non estirpabile dall’orizzonte concreto e comunque incombente sulla vita di ciascuno, ma che oggi si ha la tendenza a considerare privatisticamente. Morte, giudizio, inferno e paradiso non devono essere termini ignoti, silenziati o spiegati secondo categorie falsamente buoniste o erroneamente crudeli. Ma per questo ci vogliono pastori pronti e non evasivi, comunità cristiane vive, reattive, affettivamente coinvolgenti, che non tacciono sull’interezza del disegno che Dio va dispiegando”.
Bagnasco ha ribadito come “l’individualismo, che è cifra marcata di questa post-modernità, raggiunge ai limiti della vita una delle sue esasperazioni più impressionanti. Anche quando la maschera della morte scende sul volto dei propri cari, dunque si fa più prossima e meno facilmente evitabile, anche allora non di rado si tende a rimuovere l’evento, a scantonarlo, a scongiurare ogni coinvolgimento. Il fenomeno determina la pratica sparizione dell’esperienza della morte e di ogni suo simulacro dalla scena della vita. Va da sé che la comunità cristiana non possa avallare una tale cultura così irreale: nascondere la morte e dimenticare l’anima non rende più allegra la vita, in genere la rende solo più superficiale. Non è pensabile che la Chiesa contribuisca a mimetizzare la morte, affinché il suo pensiero non turbi, perché significherebbe favorire anche pastoralmente un approccio scandito per lo più dalla fretta e dal formalismo”.
Invece, ha ricordato il porporato, “una perdita drammatica può essere l’occasione per lasciar emergere interrogativi, per costringere i protagonisti ad addentrarsi nei meandri scomodi del mistero, a sperimentare la crisi delle proprie certezze e delle proprie esuberanze, a meditare sulla possibilità di dare una impronta diversa al resto della propria esistenza. Anche la frequentazione di ambienti ospedalieri potrebbe talora rivelarsi quanto di più educativo per interiorizzare la fragilità connessa alla vita, così come la capacità di vivere l’appuntamento con sorella morte, allorché essa si materializza di fianco a noi, è un segno di intelligenza e un modo prezioso per imparare a vivere davvero”. Allo stesso modo, il cardinale ha esortato i cristiani a “includere anche il camposanto tra i luoghi cari alla famiglia e alla comunità. Saper visitare il cimitero, il luogo dei dormienti in attesa della resurrezione finale, e lì pregare è un modo per bandire il macabro e per esorcizzare il troppo demonismo della nostra cultura”.
Buona lettura a tutti!
 
Carmelo Pezzino

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