È NATALE: DOBBIAMO ESSERE BUONI CON LA FENIOF

Mi accingo a scrivere questa nota che è il 29 ottobre. Ho ricevuto da due giorni L'INFORMATORE/OSIRIS n. 9 datato settembre 2003 che, come sempre faccio, ho letto tutto d'un fiato. Quando ho terminato, torno indietro a pag. 7 per soffermarmi sul verbale dell'Assemblea, al quale dedico una attenta ed analitica rilettura. Rilevo che l'assise si è svolta l'ormai lontano 26 giugno e riguarda l'attività svolta nel preistorico 2002! E non è paradossale definire "preistorico" il 2002, considerato che ad oggi sono trascorsi 302 giorni da quella lontanissima fine d'anno e ne mancano appena 62 alla archiviazione del corrente. Trecentodue giorni che, per chi come noi svolge vita attiva, anzi frenetica, nell'era in cui viviamo, dai ritmi incalzanti, di metamorfosi sociali e tecnologiche sconvolgenti, sono rapportabili a ciò che ai primordi poteva essere il processo evolutivo di secoli. Ricordo di un tizio che appena 60 anni fa, negli anni bellici fra il '40 ed il '45, era terrorizzato dal telefono e non osava toccarlo (gli sembrava una stregoneria!), mentre oggigiorno se un genitore non fornisce al figlioletto di 8/10 anni il telefonino, rischia di essere "punito" dall'infante con ritorsioni imprevedibili. Come è cambiata la visione della vita! E come sono stati rapidi i passi che l'umanità ha compiuto sulla strada del progresso (o del regresso?) nell'ultimo mezzo secolo! Un cellulare comprato appena ieri è da considerare obsoleto già domani, per effetto di nuove "diavolerie" che consentono prestazioni innovative d'avanguardia. E questo per restare nell'ambito della tecnologia con la quale abbiamo quotidiana dimestichezza; se poi si esaminano gli aspetti evolutivi più strettamente collegati alle scienze medico-biologiche, che hanno consentito al genere umano di conquistare l'attuale longevità, con prospettive di ambire ad ulteriori già ipotizzati traguardi, il discorso si fa maledettamente più serio.
Ma lasciamo stare queste divagazioni per tornare all'argomento che ci riguarda: l'Assemblea FENIOF. Deludente sotto il profilo partecipativo: 46 le imprese presenti personalmente o per delega. Se consideriamo che nei 46 sono compresi il presidente Miazzolo ed un congruo numero di Consiglieri nazionali, il risultato è veramente effimero. Sotto il profilo economico il bilancio, che registra una perdita di oltre 16.000 euro (pari a circa 32 milioni delle vecchie lire), è pessimo. In compenso vi è una grossa novità: molti dei partecipanti si ritrovano effigiati sulle pagine della rivista, come noi siamo soliti effigiare i nostri "clienti". Sono bastate un paio di paginette per riprodurre tutti i presenti. Che, anche se "provenienti da tutt'Italia", come pomposamente recita il verbale, in effetti si condensano in pochissime regioni. Comunque, mediamente, non più di 2,3 presenze per ognuna delle 20 Regioni e Province Autonome della penisola. Ciò nonostante, come auspica Miazzolo, si coltiva l'ambizioso progetto di pervenire alla "struttura regionale della Federazione". Anche nella FENIOF è invalso il vezzo di adeguarsi alle dottrine federative di Bossi ed alle mire secessionistiche di qualche leghista in pectore presente nel nostro comparto. Pur se non può non suscitare ilarità l'ipotesi di Associazioni regionali composte da un capo (presidente) e da appena 1,3 adepti!
Dunque, un risultato deficitario sotto tutti i punti di vista, che taluni dei presenti non hanno esitato a stigmatizzare con lucidità, mentre altri hanno cercato maldestramente di minimizzare, attribuendone, la responsabilità a fattori esterni. Sinteticamente Natangeli ha ritenuto che "se la FENIOF fosse una società per azioni, dovrebbero essere considerate fallimentari sia la relazione sull'attività svolta che le risultanze economiche"; Cialdella ha sostenuto che "la vera drammatica situazione che si è venuta a creare e su cui nessuno ha avuto la possibilità di intervenire è stata la rivoluzione del Decreto Bersani"; Santinello ha rilevato che "ci si è trovati ad affrontare un ammontare di costi previsti per un numero di associati che si è poi rilevato inferiore al previsto"; Rullo ha sostenuto che "una certa responsabilità della situazione è dovuta all'incapacità di alcuni Consiglieri nazionali di trasferire e chiarire ai colleghi in zona i programmi che la Federazione intende portare avanti"; Cesarano ha ravvisato che "la vera difficoltà delle imprese funebri e quindi della Federazione sarebbe quella di non avere un proprio inquadramento di legge". Ciliegiana sulla torta: Miazzolo, Presidente nazionale, nel riassumere quanto emerso durante il dibattito (o brevi soliloqui?), ha ritenuto opportuno puntualizzare che "la perdita di associati è dovuta alla troppa trasparenza della Federazione che ha sempre preferito un atteggiamento chiaro nei confronti della categoria, piuttosto che galleggiare secondo convenienze di tipo politico". Assordante il silenzio di Salomone che rammento loquace e imperterrito interventista.
Un veterano come il sottoscritto, che ha amato la FENIOF e che ad un certo punto del suo percorso professionale ha deciso di cambiare strada, pur continuando a lavorare e a prodigarsi per la categoria, non può che dolersi del declino istituzionale di quella struttura sindacale che una volta era considerata la depositaria di tutte le istanze e di tutte le prospettive di progresso e di crescita della nostra imprenditoria. Declino che non è da individuare nel deficit economico, pur consistente e tuttavia facilmente recuperabile, ma nella perdita di consensi e di adesioni, che si è concretizzata, nell'arco dell'anno 2002, in ben 135 unità che, su 1.000 associati, rappresentano un significativo l3,5%. Miazzolo sembra non dia eccessivo peso a questa preoccupante "evasione", tant'è che non ne fa cenno nel suo breve intervento conclusivo in assemblea, salvo che non ne rilevi la pesante negatività in sede di relazione, della quale ancora non sono stati resi noti i contenuti. Fatto sta che la "fuga" di soci è la riprova della crisi di fiducia da parte della base che, evidentemente, non nutre più, non dico la certezza, ma neppure la speranza che la FENIOF sia in grado di risolvere i problemi che affliggono la categoria. E sempre a proposito di tale "fuga", mi sembra sintomatica la lettera che l'amico Boveri di Cornale (PV) ha inviato proprio ieri alla FENIOF, e che mi ha faxato per conoscenza, nella quale, dopo avere espresso le sue doglianze sull'ultimo annuario, sentenzia: "si spera che questo venga tenuto presente per la prossima uscita (dell'annuario n.d.a.), se la FENIOF ci sarà ancora!". Presagio di sventure o semplice campanello d'allarme? Ed a proposito della perdita di iscritti esorta: "forse è arrivato il momento di fare un po' di analisi e di adeguarsi, ma penso anche che i persi siano irrecuperabili se non con comportamenti che facciano pensare che la FENIOF fa gli interessi di tutti e non di pochi". Una lettera che non vedremo mai pubblicata su l'Informatore e che, in sostanza, invita alla resipiscenza da attuare in FENIOF, altrimenti destinata a soccombere.
Io non sarò così duro da preconizzare la fine ingloriosa della storica Federazione dalla quale ho molto imparato e che, quanto meno, ha il merito di essere stata l'antesignana sulla strada della sindacalizzazione della categoria, ma non posso non esternare le mie perplessità sulle dichiarazioni fatte in assemblea. Non senza invocare la clemenza del mio direttore che ripetutamente, pur se vanamente, mi invita alla concisione. Condivido la requisitoria dell'amico Vittorio Natangeli al quale dico, però, che non tutto è perduto e che anche certe situazioni "fallimentari" possono essere salvate se c'è la volontà di recupero. Cialdella ha ragione nell'attribuire molta responsabilità dello sfascio al Decreto Bersani, ma occorre ricordare che la famigerata normativa, ampiamente liberalizzatrice di tutto il comparto commerciale, è divenuta operativa dopo poco più di un anno dalla sua promulgazione.
Perchè, dunque, in quel lasso di tempo la FENIOF non si è attivata efficacemente per far sì che il nostro settore venisse escluso da quella liberalizzazione selvaggia? Per esempio proclamando una "adunata" di migliaia di carri funebri nella capitale? Ormai è acclarato che in Italia le leggi vengono adeguate sotto l'incalzare delle eclatanti manifestazioni di piazza. E la FENIOF non è mai stata capace di organizzarne una, anzi si è sempre dimostrata contraria alle iniziative periferiche di questo genere. Che, però, hanno sortito gli effetti desiderati, come è avvenuto a Milano e come è accaduto a Palermo. Senza dire della primogenitura spettante alla mia città, Foggia, dove nel 1996 fu concepita come forma di protesta plateale contro la privativa, la sfilata di 100 carri funebri. Santinello è troppo riduttivo nell'attribuire la crisi ai soli movimenti contabili; in realtà se crisi c'è, le radici sono ben più profonde e ramificate. Rullo, come lo struzzo, nasconde la testa nella sabbia, scaricando su "alcuni" Consiglieri nazionali (lui escluso o incluso?) la carenza di comunicativa con la base; mi sembra evidente che non ha molta esperienza sindacale nel nostro settore e non conosce i "suoi" polli, cioè i colleghi, congenitamente avulsi da spirito collaborativo e combattivo: la gran parte sta alla finestra a guardare come altri risolvono i problemi; quindi, se colpevole esiste è la massa amorfa e abulica degli impresari funebri che non partecipano e non si attivano - anche perché non coinvolti e motivati - nel confronto interno ed esterno, tanto da non partecipare neppure alla scelta dei dirigenti sindacali; anzi, sovente, per l'anzidetta massa chi si dedica al sindacalismo non fa che perdere tempo; non per niente si può constatare che mentre ai vertici della FENIOF ci sono sempre i soliti, in periferia c'è un avvicendamento occasionale e temporaneo di personaggi che non ha mai prodotto l'auspicabile stabilizzazione di esponenti regionali o provinciali duraturi nel tempo; con queste premesse i programmi - da lui invocati - non si fanno, e se pure si fanno non si realizzano. Cesarano torna sul logoro ritornello del mancato inquadramento giuridico delle imprese; da oltre 20 anni si ripete questa cantilena senza fine; ci faccia sapere, dunque, con quale determinazione e spirito di iniziativa lui, che è Vice Presidente nazionale pressappoco da altrettanti anni, ha fatto di coraggioso e di concreto per raggiungere l'obbiettivo dell'inquadramento; ha mai sbattuto i pugni sui tavoli dei Ministeri? Ha mai ipotizzato una clamorosa manifestazione nazionale o locale di protesta della categoria, finalizzata al conseguimento di quell'obiettivo? Ha mai almeno immaginato di attuare una infima parte delle mastodontiche proteste realizzate, per esempio, dai Cobas del latte? Ha mai osato ribellarsi all'andazzo acquiescente della dirigenza FENIOF, incapace a sua volta di sottrarsi alla soggiacenza psicologica nei confronti dei tanto temuti "poteri forti"? Che cosa, infine, sindacalmente parlando, ha realizzato nel Sud Italia, a lui affidato? Con queste ottime "referenze" può ambire alla successione del mite Miazzolo, se e quando questi deciderà di "abdicare al trono" o se e quando la "cordata" lombarda deciderà di mollare il cordone con il quale tiene al guinzaglio la Federazione.
Sulla coerenza e trasparenza proclamate da Miazzolo ci sarebbe da scrivere un trattato. Sinteticamente mi limiterò ad esternare il mio personale punto di vista con due concetti: a) di coerenza, è vero, ce n'è tanta, da quando lui ha assunto le redini, tantissima da poterla confondere con l'immobilismo; b) quanto a trasparenza non direi proprio. Per esempio, non si è mai saputo con chiarezza che cosa ha determinato la rottura dei rapporti fra la FENIOF e la CONFERENCE SERVICE che nei tre lustri di collaborazione aveva dato vistosi e proficui frutti; se si esclude quella ermetica "novella" sulla mamma ed il figlio "degenere" concepita da Samoggia e pubblicata su l'Informatore un paio di anni fa (o giù di lì) nessuno, né i lettori come me, né tanto meno i soci FENIOF (che ne avrebbero pieno diritto), hanno mai conosciuto "veramente" le cause dello scisma; uno scisma che, secondo la logica dominante di via Sabotino, avrebbe dovuto "rottamare" il gruppo Leanza, estromettendolo dal mercato fieristico e pubblicitario del settore, e che invece ha danneggiato solo la stessa FENIOF che ha perduto l'antica indiscussa sovranità sulla fattispecie, con una perdita di immagine irrecuperabile dovuta alla sua forzata assenza dalle più importanti esposizioni nazionali biennali. Che, inoltre, ha determinato la nascita di una nuova prestigiosa rivista settoriale molto apprezzata e seguita, con conseguente incalcolabile depauperamento di proventi pubblicitari a danno della Federazione. Tutto ciò senza che i soci siano stati sufficientemente e chiaramente informati sui motivi della frattura. Se questa è trasparenza....!?!? A proposito, a quando la scissione con 0.F. e STONEHENGE? Se a ciò si aggiunge il rifiuto sistematico a collaborare con Federcofit (la nuova aggregazione sindacale dalla quale non si può prescindere fingendo di disconoscerne l'esistenza), almeno in quelle iniziative di interesse generale per la categoria, mi sembra si possa dire che la misura è colma e il danno per tutti enorme. Anche in questo atteggiamento di pervicace ed inspiegabile ostilità si ravvisa tutta la ..."trasparenza" millantata dalla dirigenza della FENIOF!
Detto questo mi devo attendere altre rampognate dai responsabili della Federazione ed altre accuse di denigrazione gratuita. Accetterò anche queste, ma vorrei costoro capissero che la mia inquietudine non è affatto originata dalla voglia di criticare a tutti i costi la Federazione o di nuocerle inopinatamente, bensì dal disappunto, dalla sofferenza, diciamo pure dal dolore che non posso non esternare nel constatare l'irreversibile processo di regressione che da anni ha attanagliato la nostra storica organizzazione sindacale portandola proprio a "galleggiare", cioè a sopravvivere per inerzia (contrariamente a quanto Miazzolo asserisce) e forse gradualmente ne sta determinando l'autoaffondamento.
Nonostante le negatività conclamate, però, mi permetto di dire che la sua eventuale sparizione dalla scena settoriale sarebbe una sconfitta terribile per tutti gli impresari funebri italiani vecchi e nuovi. Ho scritto in altra occasione, riferendomi alla FENIOF, e lo riconfermo, appropriandomi di un superato slogan pubblicitario: "se non ci fosse bisognerebbe inventarla". E concludo con un invito a tutti gli ex colleghi: rifondate la vostra Federazione, reinventatela, scuotetela dal torpore al quale è abbandonata, svegliatela dal letargo, datele nuova linfa e nuovo vigore. Ai giovani impresari mi permetto di rivolgere un accorato appello: fatevi avanti con le vostre esuberanti energie, impossessatevi dei gangli vitali, rivitalizzatela, salvatela. Ai vecchi voglio rammentare, invece, un motto tanto caro a John Fitzgerald Kennedy: "prima di chiederti che cosa fa lo Stato per te, domandati quello che fai tu per lo Stato". Tu, caro, vecchio amico (ex collega) impresario, che cosa hai fatto, che cosa fai per sostenerla?
Mentre invoco la comprensione del mio direttore e dell'editore per essere stato "costretto" ancora una volta ad abusare della loro pazienza, rivolgo a loro ed ai lettori tutti, nonché ai dirigenti e soci FENIOF e FEDERCOFIT i rituali, calorosi e sinceri voti augurali di Buon Natale e felice Anno Nuovo.
 
Alfonso De Santis
P.S.: A pag. 9 de L'INFORMATORE/OSIRIS di settembre si dava per approvata la relazione morale ed economica del Presidente sull'attività svolta, con la sola astensione di Natangeli, dando incarico alla Segreteria di pubblicarla sull'organo ufficiale. Oggi, 15 novembre 2003, sulla mia scrivania c'è l'Informatore n. l0 di ottobre, ma della suddetta relazione non c'è traccia. Ci sono articoli "interessantissimi" come lo studio davvero "estasiante" sugli omicidi in Italia (già ci considerano becchini....! A quando quello "edificante" sui suicidi?), ma della relazione del Presidente neppure l'ombra. Una dimenticanza della Segreteria? Oppure una pietosa omissione per evitare di affondare il bisturi nella piaga purulenta, quale è la irreversibile emorragia di consensi? Ma c'è dell'altro su l'Informatore di ottobre. Ne riparleremo.





Alfonso De Santis, impresario funebre in pensione, è autore di un libro che tutti gli operatori del settore dovrebbero leggere, "IL DITO NELLA PIAGA". Una raccolta di 15 racconti, coinvolgenti e divertenti, tutti ambientati nel comparto funerario, ai quali seguono aneddoti e riflessioni personali sulla morte (224 pagine, copertina cartonata rigida). Il libro è in vendita al prezzo di 10 euro, spese di spedizione comprese.

Le richiesta vanno indirizzate all'autore:
Alfonso De Santis - via della Repubblica 24 - 71100 Foggia
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