Giosuè Carducci e i carducciani alla Certosa di Bologna

Dormono a' piè qui del colle

Percorsi didattici guidati per le scuole medie inferiori e superiori

Il 16 febbraio 2007 è ricorso il centenario della morte di Giosuè Carducci e la città di Bologna ricorderà questa ricorrenza attraverso molteplici attività.
Carducci è sepolto all'interno della Certosa, così come altri suoi familiari, amici, allievi; il Progetto Nuove Istituzioni Museali (che dal 1999 coordina interventi volti alla conservazione e alla valorizzazione del Cimitero Monumentale della Certosa) insieme ad alcune istituzioni cittadine (Casa Carducci, Museo del Risorgimento, Università di Bologna - Dipartimento di Italianistica, Musei Civici d'Arte Antica) ha avviato una ricerca storico-artistica per individuare tutti i personaggi che hanno ruotato intorno alla vita del Carducci a Bologna e che trovano riposo nel cimitero del capoluogo emiliano.
Scopo principale di questa idea è quello di proporre ad alunni ed insegnanti delle scuole medie superiori l'opportunità da un lato di scoprire, secondo una prospettiva unica ed originale, la vita del poeta e della Bologna post-risorgimentale coeva, e dall'altro di conoscere la bellezza e la ricchezza artistica dei sepolcri monumentali della Certosa.
Si sono strutturati diversi percorsi didattici guidati ai sepolcri del Campo Carducci e di quanti hanno fatto parte della cosiddetta "Bologna carducciana" e dell'entourage culturale e familiare del poeta, riscoprendo personaggi che, secondo ruoli e modalità diversi, interagirono più o meno direttamente con il "poeta-professore". La Bologna della seconda metà dell'Ottocento leggeva, ascoltava, pensava e viveva il fermento culturale che si era creato intorno all'ambiente universitario, di cui Carducci fu parte ma a cui, soprattutto, diede un innovativo e sferzante impulso, anche politico.
Tra i sepolcri che verranno visitati spiccano alcuni di grande pregio storico artistico (come quelli della famiglia Zanichelli e della famiglia Gozzadini); altri raccolgono invece epigrafi di pregnante valore letterario ed altri, infine, sono semplicemente legati a personaggi morti prima del poeta, davanti ai quali si può immaginare di vedere lo stesso Carducci chino a meditare davanti ai propri amici defunti.
Durante la visita sarà quindi possibile approfondire molti temi, dalla celebrazione dei letterati alla vita quotidiana del poeta e alla vita civile e culturale di Bologna negli anni di vita di Carducci.
Molte saranno anche le opportunità di modulazione didattica: si potranno avere percorsi focalizzati ora sulla parte storica, ora sulla parte artistica, ora sulla parte letteraria e per ognuno ci saranno accompagnatori scelti fra i maggiori esperti disciplinari; fra gli altri la responsabile del Museo Casa Carducci, Simonetta Santucci, Gian Mario Anselmi, Direttore del Dipartimento di Italianistica dell'Università di Bologna, Antonella Mampieri, dei Musei Civici d'Arte Antica, Mirtide Gavelli e Otello Sangiorgi del Museo del Risorgimento di Bologna.
Benché l'oggetto delle visite siano questi percorsi storici, artistici e letterari, non appare educativamente corretto sottrarsi ai problemi che pone la visita ad un cimitero. Prima dello svolgimento delle visite in Certosa verranno dunque tenuti due seminari sulle tematiche tanatologiche e, dopo aver effettuato i percorsi didattici, un incontro aperto dei ragazzi con uno psicologo che li accompagni nell'elaborare adeguatamente l'esperienza vissuta. Questo modulo sarà coordinato da Francesco Campione, docente di Psicologia Clinica all'Università di Bologna e Direttore dell'Istituto di Tanatologia e Medicina Psicologica.
Con gli insegnanti potranno poi essere pianificati incontri nelle classi, tenuti dagli stessi docenti che hanno accompagnato la visita. Insieme al Teatro Testoni Ragazzi si sta valutando la possibilità di inserire l'intervento di uno o più attori che interpretino brani poetici o in prosa composti dal Carducci o dai suoi allievi. A corredo dei percorsi verrà fornita alle scuole una brochure che conterrà, oltre alla biografia e alla bibliografia del poeta e degli altri personaggi, la documentazione fotografica dei sepolcri e una storia della Bologna coeva.
I cittadini bolognesi e i turisti potranno fruire di questi percorsi grazie ad un opuscolo (della collana "Arte e Storia in Certosa") che consentirà di visitare e di conoscere meglio i sepolcri di Campo Carducci e dei "carducciani" sepolti nella Certosa bolognese. In primavera verranno organizzate anche alcune visite guidate pubbliche.

GIOSUE' CARDUCCI E I CARDUCCIANI IN CERTOSA


"Amo Bologna; per i falli, gli errori, gli spropositi della gioventù che qui lietamente commisi e dei quali non so pentirmi. L'amo per gli amori e i dolori, dei quali essa, la nobile città, mi serba i ricordi nelle sue contrade, mi serba la religione nella sua Certosa", così scriveva Giosuè Carducci nel 1888. Tributo d'affetto alla sua "seconda patria" dove era venuto ad abitare nel novembre del 1860, "con l'Italia e l'unità", chiamato dal ministro Terenzio Mamiani a ricoprire la cattedra di eloquenza italiana nell'Ateneo della città. E non c'è dubbio che fra i luoghi cari al poeta, insieme alle "solenni strade porticate" e alle piazze "austere, fantastiche, solitarie", anche questa "grande città dei morti", ai piedi del Colle della Guardia, rappresenti uno spazio coinvolgente. Ora nella qualità di monumento storico legato a un passato remoto glorioso ("Dormono a' piè qui del colle gli avi umbri che ruppero primi" e, dopo questi, gli Etruschi, i Galli e poi i Romani, quindi Longobardi, fuori alla Certosa di Bologna), ora in quella di sacrario delle memorie e degli affetti privati. Qui, infatti, il "vate dell'Italia unita", spentosi il 16 febbraio 1907, riposa con la madre Ildegonda, con i figli scomparsi ancora "parvoli", Francesco e Dante, nella tomba di famiglia (Campo Carducci) che poi ha accolto la moglie Elvira, le figlie Laura, Beatrice e Libertà. Quanto all'amata "Lidia" delle Odi barbare, il sepolcro di Carolina Cristofori Piva, con iscrizione dettata da Carducci, è ubicato nella Loggia del Colombario. È per impulso di Carducci che Bologna è diventata, fra il 1870 e il 1890, un centro prestigioso di iniziative culturali, dove l'amore per la poesia si unisce a quello per la ricerca filologica ed erudita, dove il fervore per l'indagine scientifica convive con la passione storica e politica. Sono numerose le personalità illustri ed emblematiche della "Bologna carducciana" sepolte alla Certosa. Fra i colleghi del "poeta-professore" all'Alma Mater Studiorum si segnalano: l'archeologo Edoardo Brizio, il geologo Giovanni Capellini, il grecista Vittorio Puntoni, il fisico Augusto Righi nel Chiostro VI, mentre Francesco Magni, docente di clinica oculistica e lo storico della filosofia Francesco Acri riposano nel Chiostro VII. Insieme ai giuristi Cesare Albicini (Sala delle Catacombe), Giuseppe Ceneri (Chiostro Maggiore) e Oreste Regnoli (Galleria degli Angeli), sono meritevoli di ricordo il chimico Pietro Piazza (Sala Gemina) e il latinista Giovanni Battista Gandino nel viale lungo il muro di cinta parallelo al Canale di Reno. Fra i sodali della Deputazione di Storia Patria per province di Romagna, la rinomata società culturale di cui Carducci è stato segretario e presidente, lo storico e patriota Giovanni Gozzadini che riposa con la moglie Maria Teresa Serego-Alighieri, pittrice e letterata, insieme alla figlia Gozzadina, nella tomba di famiglia di notevole rilievo artistico nel Chiostro Annesso al Maggiore, nonché Luigi Frati, bibliografo ed erudito, nella Sala del Colombario. Nel novero dei discepoli di Carducci spiccano i nomi dei letterati Severino Ferrari (Campo Carducci), Gino Rocchi (Cortile VII), Adolfo Albertazzi (Chiostro VI), Giovanni Federzoni (Sala del Colombario), del latinista Giuseppe Albini (Galleria degli Angeli) e dello storico Albano Sorbelli (Campo Carducci). Insieme a loro tanti altri personaggi con cui Giosuè Carducci ha intessuto rapporti di amicizia e di lavoro. Fra gli altri il suo segretario Alberto Bacchi Della Lega (Chiostro Annesso al Maggiore), i suoi editori Nicola, Cesare e Giacomo Zanichelli nella tomba realizzata da Alessandro Massarenti (Chiostro VII), il conte Nerio Malvezzi de' Medici nella tomba eseguita su progetto di Ercole Gasparini e adorna delle sculture di Giacomo De Maria (Chiostro Terzo), Alberto Dallolio, sindaco di Bologna, dal 1891 al 1902, nel Chiostro Maggiore. Neppure vanno dimenticati, protagonisti della "dotta" Bologna, il poeta-bibliotecario Olindo Guerrini sepolto nella Sala del Colombario ed Enrico Panzacchi che riposa nel Campo Carducci.

IL RISORGIMENTO DI CARDUCCI


Pur non prendendo parte direttamente alle lotte per l'indipendenza, la figura di Giosuè Carducci è a tal punto connessa con le vicende del Risorgimento da avere ben meritato l'appellativo di "vate della terza Italia".
Per tutta la vita egli sentì e visse il Risorgimento con ardore di patriota, tuttavia questa passione non andò mai disgiunta da un ricerca scrupolosa della verità storica. Con lo stesso metodo severo e paziente che usava nel campo letterario e critico, "ricercava libri, opuscoli, documenti, testimonianze di superstiti: risaliva ai primordi e riconfermava gli sviluppi [...] sempre più attratto a prendere notizia di ciò che si riferisce al Risorgimento": la Biblioteca del Poeta conservata a Casa Carducci è il risultato e la grandiosa testimonianza di questo lavoro.
Carducci però non era uno storico, ma poeta e letterato, e per di più militante: così, se da una parte i suoi versi ci hanno lasciato una vera e propria storia del Risorgimento "attraverso una sintesi, una illustrazione, una esaltazione impareggiabili", dall'altra tale storia risulta sempre disegnata a partire da precise scelte di campo che, pur evolvendo nel corso del tempo, conservano una loro interna logica. Nella passione politica e nell'impegno poetico, il Risorgimento resta comunque "il centro su cui si raccolgono i suoi affetti, la sua visione della storia e la sua concezione della vita".
Ricordando la prima volta che aveva sentito dalla voce della madre le poesie guerresche del Berchet, così confessava: "Versi benedetti: anche oggi ripetendoli, mi bisogna balzare in piedi e ruggirli, come la prima volta che gl'intesi. [...] Dopo sentiti cotesti versi [...] avevo una voglia feroce di ammazzare tedeschi".
Animato da questo spirito romantico e patriottico, nel 1859 Carducci divenne uno "dei moltissimi che accolsero la formola garibaldina Italia e Vittorio Emanuele senza verun entusiasmo per la parte moderata", ma perché attraverso questa scelta "la storia d'Italia troverebbe meglio il suo completamento necessario, la liberazione, la unione e la grandezza di tutta la patria".
Il "re guerriero che pugna e vince" è da lui celebrato
"... Non perché dai Sabaudi a la marina
stendi lo scettro de l'avito impero ...
ma perché figlio amante
sei dell'antica madre in ch'io mi vanto
".
L'inno "Alla croce di Savoia", e le poesie celebrative delle vittorie piemontesi di "Montebello" e "Palestro" nascono in questa prospettiva.
Carducci torna all'opposizione "Dopo Aspromonte"; la monarchia ha rotto il patto con le forze popolari e democratiche:
"Ahi grave è l'odio e sterile
stanco il mio cuor de l'ire
splendi e m'arridi o candida
luce de l'avvenire!
".
E Garibaldi ferito dagli stessi soldati italiani appare al Poeta come l'unico eroe di quella infelice giornata.
"Chi vinse te? Deh cessino
i vanti disonesti:
te vinse amor di patria
e nel cader vincesti
".
Per Carducci Garibaldi "ci raffigura il più bello ideale della nazione italiana. In lui la grandezza della storia di Livio, in lui la gentilezza epica degli eroi di Virgilio, lo slancio avventuriere dei paladini dell'Ariosto, la fede dei cavalieri del Tasso. In lui tutta l'epopea del nostro Risorgimento".
Quanto a Mazzini, per il poeta egli è "l'ultimo dei grandi italiani antichi e il primo dei moderni, il pensatore che de' Romani ebbe la forza, de' Comuni ebbe la fede, de' tempi moderni il concetto". Mazzini è "il politico che pensò e volle e fece una la nazione" e verso il quale l'Italia ha un incalcolabile "debito per l'avvenire".
Avvicinatosi progressivamente alle posizioni repubblicane e divenuto bardo giacobino del partito d'azione, egli dedicò ben cinque canti alla "nuova infamia" di Mentana:
"Triste novella io recherò tra voi:
la nostra patria è vile
".
Anche le poesie "Per Eduardo Corazzini morto delle ferite ricevute nella campagna romana del 1867" e "Per Giuseppe Monti e Gaetano Tognetti martiri del diritto italiano" costituiscono violente invettive contro la Francia e contro il Papa, espressione del livore anticlericale allora assai diffuso presso le classi dirigenti italiane.
A quel periodo risale anche l'ode "Nel vigesimo anniversario dell'8 agosto 1848", nella quale il popolo bolognese vittorioso venne celebrato come "santa canaglia". I Bolognesi che, trent'anni dopo, avrebbero chiesto a Pasquale Rizzoli di raffigurare nel monumento celebrativo non tanto obelischi e leoni, ma un giovane popolano "forte e generoso" dovevano conoscere bene quei versi.
Nel 1870 si giunse infine a Roma ma "a frusto a frusto, fra una pedata e l'altra"; il Canto dell'Italia che va in Campidoglio nella sua ironia, esprime molto bene la delusione per questo epilogo del Risorgimento così poco eroico:
"Oche del Campidoglio, zitte! Io sono
l'Italia grande e una
deh, non fate, oche mie, tanto rumore,
che non senta Antonelli
".
Ora Carducci sente la necessità di dare unità al nuovo Stato, e dopo avere maledetto Pio IX, "Polifemo cristiano", confessa:
"Oggi co'l papa mi concilierei" e con ironia lo invita:
"Vieni: a la libertà brindisi io faccio:
cittadino Mastai. Bevi un bicchier
".
Egli può cogliere ed esprimere così l'intima coerenza del Risorgimento, al di là di contrasti e contraddizioni: "Vittorio Emanuele conspirante ad un fine con Giuseppe Mazzini e con Giuseppe Garibaldi": "un repubblicano monarchico, un monarca rivoluzionaria, un dittatore obbediente".
In questa prospettiva, si comprende meglio la "conversione" alla monarchia, l'ode "Alla Regina d'Italia" (1878) e il saggio "Eterno femminino regale" (1882): "non un preteso tradimento da parte dell'antico poeta ‘petroliere' o incendiario, ma una conversione storica di tanti uomini della Sinistra", in questa prospettiva egli torna a celebrare il "Piemonte" e i suoi eroi, non solo quelli vittoriosi, ma anche quelli sconfitti: Re Carlo Alberto "italo Amleto" morto in esilio e Santorre di Santarosa, che accompagnandone l'anima al cielo, prega "Dio, rendi l'Italia a gl'Italiani".
In quegli stessi anni Carducci non esitò però a tuonare ancora contro "i tiranni di fuori e i vigliacchi di dentro": gli uni avevano ucciso l'irredentista Guglielmo Oberdan, gli altri avevano taciuto per convenienza politica. La lapide posta all'interno del Palazzo Comunale costituisce la testimonianza della polemica feroce che il poeta suscitò nella città di Bologna e nell'intera nazione con le sue parole di fuoco.
Con la sua opera, Carducci plasmò un'immagine del Risorgimento complessa al tempo stesso coerente, semplice da cogliere con uno sguardo di sintesi e al tempo stesso analitica, attenta a personaggi ed eventi anche minori, una miniera inesauribile di definizioni, un repertorio di immagini, e lo trasmise alle generazioni successive, fino quasi ai giorni nostri.
I Bolognesi e gli Italiani per molti decenni avrebbero pensato, sentito, guardato, raffigurato il Risorgimento avendo la mente - e spesso anche il cuore - pieno dei suoi versi.


LA VITA DI GIOSUE' CARDUCCI

1835    Nasce il 27 luglio a Valdicastello (Lucca) da Michele, medico condotto, e da Ildegonda Celli.
1838/55   Vive in Maremma, a Bolgheri, quindi dal 1849 a Firenze dove compie gli studi presso la scuola dei Padri     Scolopi. Si laurea nel 1855 in filosofia e in filologia presso la Scuola Normale Superiore di Pisa.
1857    A San Miniato, dove insegna presso il Ginnasio, pubblica il primo libro di poesie, le Rime.
1860    Il 18 agosto è chiamato dal Ministro della Pubblica Istruzione a ricoprire la cattedra di eloquenza italiana presso l'Università di Bologna dove vive con la famiglia fino alla morte.
1865    Pubblica l'Inno a Satana, composto nel 1863.
1870    Muoiono il figlio Dante e la madre.
1872    Conosce Carolina Cristofori Piva e se ne innamora.
1877    Viene stampata la prima edizione delle Odi barbare.
1878    Incontra la famiglia reale a Bologna e dedica a Margherita di Savoia l'ode Alla Regina d'Italia.
1882    Pubblica i Giambi ed epodi.
1886    Viene nominato Accademico della Crusca e rientra nella Massoneria a Roma, dopo un lungo periodo di polemica separazione.
1887    Pubblica le Rime nuove.
1890    Viene nominato senatore.
1899    E'colpito da un grave attacco di paralisi. Escono Rime e ritmi.
1906    Il 10 dicembre gli viene conferito il Premio Nobel per la letteratura.
1907    Si spegne nella notte fra il 15 e il 16 febbraio.

Fuori alla Certosa di Bologna

Oh caro a quelli che escon da le bianche e tacite case
 de i morti il sole! Giunge come il bacio d'un dio:
bacio di luce che inonda la terra, mentre alto ed immenso
cantano le cicale l'inno di messidoro.
Il piano somiglia un mare superbo di fremiti e d'onde:
ville, città, castelli emergono com'isole.
Slanciansi lunghe tra ‘l verde polveroso e i pioppi le strade:
varcano i ponti snelli con fughe d'archi il fiume.
E tutto è fiamma ed azzurro. Da l'alpe là giù di Verona
guardano solitarie due nuvolette bianche.
Delia, a voi zefiro spira da'l colle pio de la Guardia
che incoronato scende da l'Apennino al piano,
v'agita il candido velo, e i ricci commuove scorrenti
giù con le nere anella per la superba fronte.
Mentre domate i ribelli, gentil, con la mano, chinando
gli occhi onde tante gioie promette in vano Amore,
udite (a voi de le Muse lo spirito in cuore favella),
udite giù sotterra ciò che dicono i morti.
Dormono a' piè qui del colle gli avi umbri che ruppero primi
a suon di scuri i sacri tuoi silenzi, Apennino:
dormon gli etruschi discesi co ‘l lituo con l' asta con fermi
gli occhi ne l'alto a' verdi misterïosi clivi,
e i grandi celti rossastri correnti a lavarsi la strage
ne le fredde acque alpestri ch'ei salutavan Reno,
e l'alta stirpe di Roma, e il lungo-chiomato lombardo
ch'ultimo accampò sovra le rimboschite cime.
Dormon con gli ultimi nostri. Fiammeggia il meriggio su ‘l colle:
udite, o Delia, udite ciò che dicono i morti.
Dicono i morti - Beati, o voi passeggeri del colle
circonfusi da' caldi raggi de l'aureo sole.
Fresche a voi mormoran l'acque pe ‘l florido clivo scendenti,
cantan gli uccelli al verde, cantan le foglie al vento.
A voi sorridono i fiori sempre nuovi sopra la terra:
a voi ridon le stelle, fiori eterni del cielo. -
Dicono i morti - Cogliete i fiori che passano anch'essi,
adorate le stelle che non passano mai.
Putridi squagliansi i serti d'intorno i nostri umidi teschi:
ponete rose a torno le chiome bionde e nere.
Freddo è qua giù: siamo soli. Oh amatevi al sole! Risplenda
su la vita che passa l'eternità d'amore.
Giosuè Carducci

(La poesia che Giosuè Carducci dedica alla Certosa è inclusa nella raccolta Odi Barbare, libro I. Nella stessa raccolta si trovano altre due poesie ambientate a Bologna: Le Due Torri e Nella piazza di San Petronio.)

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