La domenica in cui il calcio si è fermato

La tragica ed improvvisa morte del capitano della Fiorentina Davide Astori, lutto e dolore nel mondo sportivo e nella società civile.

(foto di Davide Astori: Wiki Commoms)

Lo sport, fonte di vita, di gioia e di benessere, ci riserva, purtroppo, anche amare sorprese. Non stiamo parlando della sconfitta, che fa parte delle regole del gioco e che, stimolando la ricerca di performance migliori, costituisce un paradigma per la vita di ogni praticante che dovrebbe, anche e soprattutto al di fuori dei terreni di competizione, prendere tutte le misure necessarie per fare costanti progressi a livello personale, professionale, culturale e relazionale. Ma proprio perché strettamente connesso alla vita esso non può prescindere da quella sua manifestazione finale che è la morte. Per essa non vi sono regole. Spesso inaspettata, colpisce tutti livellando ogni differenza fisica, di censo ed umana. Davanti ad essa siamo tutti uguali come giustamente  ricorda quella scritta ben visibile sopra il cancello di un cimitero del Jura francese, letta centinaia di volte ma sempre nuova nella sua semplice ed espressiva sinteticità: "Petits et grands tous ici se retrouvent" (piccoli e grandi tutti si ritrovano qui). Poveri e ricchi, buoni e cattivi, giovani ed anziani, belli e brutti, luminari della scienza ed analfabeti e via di seguito: per essa non vi sono regole, arriva e basta!

Ed è così che in una bella domenica di marzo mentre tutti si apprestavano a vivere le emozioni di un incontro di calcio, una notizia, brutale nella sua inequivocabile chiarezza, ci ha colpiti mentre stavamo scendendo in Italia proprio in direzione di quel luogo dove una tragedia s'era da poco consumata: il capitano della Fiorentina, Davide Astori, era stato trovato senza vita nella sua camera d'albergo. Ed ancora una volta ci veniva in mente quella scritta di Mignovillard e di tutta la giusta ingiustizia che essa esprime.

E ritornavano a galla, nel mare dei ricordi, i momenti di tristezza che mi avevano attanagliato nel corso  di una vita già abbastanza lunga a cominciare da quel dannato 4 Maggio 1949 quando l'aereo del Grande Torino s'era schiantato sulla basilica di Superga. Mia madre non cessava di piangere anche perché tra i giocatori c'era quel Pino Grezar, triestino (di cui il vecchio stadio del capoluogo giuliano, ora riservato all'atletica, porta il suo nome, mentre quello nuovo ricorda Nereo Rocco) che prima di trasferirsi in Piemonte per proseguire una carriera iniziata nella Triestina di serie A che s'annunciava luminosa, abitava nello stesso immobile dei miei ed era uso, ogni volta che li incrociava, pigliare amorevolmente in braccio e "sbrazzolar" (cullare nei dialetti veneti ed istro-veneti) il fantolino che ero io. Da allora, pur di solida fede rossonera, mi rimane sempre nel cuore un angolo riservato al Granata che coltivo amorevolmente. E come dimenticare anche altri sportivi campioni e non: Coppi, Senna, Morosini, Bovolenta, Casartelli, medaglia d'oro a Barcellona '92, e tanti altri tutti scomparsi prematuramente e tragicamente.

Ad essi si aggiunge oggi un giovane campione di 31 anni, capitano dei gloriosi Viola, che aveva ancora tanti giorni di successo professionale davanti a sé e, ancor più importante, una vita personale che s'annunciava felice come padre di una piccola che desiderava veder crescere, assieme alla moglie ed ai nonni È difficile immaginare il dolore che stanno vivendo  i suoi cari a cui va il rispettoso pensiero nostro e, ne sono certo, di tutti gli italiani, sportivi e non. Ne sappiamo, purtroppo, qualcosa personalmente. Riesce difficile immaginare che un atleta, costantemente sotto controllo, possa soccombere ad un incidente cardiaco senza che alcun segno premonitore ne abbia dato l'allarme. Tanto più che, a quanto si dice, i protocolli della medicina sportiva italiana sono tra i più stringenti al mondo. Ma la medicina, tutti lo sanno, non è una scienza esatta, e l'imponderabile, ne parlavamo con degli amici medici, è sempre dietro l'angolo.Tutte le nostre vite, non dimentichiamolo, sono appese ad un filo sottilissimo che da un momento all'altro si può spezzare.

Una nota stonata ci infastidisce, peggio ci rivolta, in questi tristi momenti. Quella che ci viene da certi commentatori che evocando i decessi sportivi riferibili a pratiche illecite lasciano pensare che non tutto sia chiaro in ciò che è successo. Il buon gusto ed il rispetto della professione di giornalista dovrebbero indurre tutti ad una sana prudenza e riservatezza in attesa, quantomeno, dei risultati dell'autopsia. Tanto più che tutto fa credere che la scomparsa di Astori sia dovuta esclusivamente a cause naturali.

Lasciamo quindi da parte ogni illazione per meditare sulla fatuità della vita e rimpiangere questa scomparsa. Ci sarà il solito cinico che verrà a dirci che dopotutto di giovani ne muoiono a decine, se non a centinaia, ogni giorno senza che se ne parli tanto e dappertutto. Verissimo, ma in questo caso non solo ci si trova di fronte ad un personaggio pubblico, e come tale fatalmente soggetto ad una percezione sovradimensionata di quanto gli accade, ma anche a qualcuno che, fortunato per aver potuto fare del suo gioco preferito la sua professione, rappresentava (e ci pesa parlare all'imperfetto) un esempio da seguire per tutti quei giovani che in un mondo in cui molti dei valori fondanti della nostra storia e della nostra civiltà stanno scomparendo: amicizia, senso del dovere, gusto dello sforzo per conseguire con mezzi leciti ed onesti un obiettivo, aiuto, da capitano, ai compagni in difficoltà, rispetto degli avversari con cui confrontarsi lealmente guardandosi negli occhi. Ecco, tutto questo ha rappresentato, a dire unanime di chi l'ha conosciuto, Davide Astori ed è per questo che vogliamo credere, per dirla con Menandro, che "muore giovane chi è caro agli dei".
 
Pietro Innocenti


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