Errores de los hombres infieles

Sono passati ormai una quindicina d’anni o più da quando, in una Chicago che ben faceva onore al suo nome di “windy city” (la città ventosa) ed in un tempo in cui le stagioni erano vere stagioni anche sulle rive del lago Michigan (che viste le sue dimensioni assomiglia piuttosto ad un mare), affrettavamo i nostri passi per raggiungere il McCormick Place, il più importante sito espositivo del Nord America dove si teneva, eravamo a fine ottobre, la NFDA. Usciti a malapena da un quasi “blizzard” (tecnicamente, secondo l’ufficio meteorologico canadese, si tratta di una tempesta di neve di almeno quattro ore con vento molto forte superiore ai 40 km/ora, una visibilità inferiore al chilometro ed una “windchill”, temperatura percepita, di -25°) fummo una volta tanto lieti di penetrare, nonostante il nostro ormai ben noto amore tergestino per il vento, in quell’ambiente dove le condizioni erano meno rudi. È anche vero che soffrivamo di una forte infreddatura. Occasione ideale e da non lasciar scappare per tentare di trattarla con assunzioni ripetute del molto nuovayorchese cocktail “Manhattan”.
Andando verso lo stand del più grosso fabbricante statunitense di ambulanze, barelle e materiale di soccorso, assieme al quale esponevamo, fummo fermati da un amico che volle salutarci e presentarci un suo collega di lavoro. La faccia di questa nuova conoscenza ci riuscì subito simpatica. Tutti i lettori avranno provato una sensazione gradevole o sgradevole al primo contatto con una persona. I tratti del volto, il portamento, il modo di parlare, di muoversi, tutto un “mix” insomma che fa sì che di primo acchito qualcuno ci vada a genio o meno. L’esperienza dimostra, in seguito, che certe persone gradevolissime, “facce d’angelo” al primo contatto, si rivelano veri e propri “pain in the ass” (con una traduzione libera potremmo dire che si tratta di dolori in una zona molto sensibile dell’ultima parte del tubo digestivo), come con colorita ed efficace espressione i nostri amici d’oltreoceano usano definire certi soggetti. E viceversa.
Così non fu con la nuova conoscenza. Si chiamava questo signore Carlos Colòn o meglio, se vogliamo non trascurare la pompa ispanica, Carlos Orlando Colòn Rodriguez. Era nato il primo marzo del 1958, ma questo lo abbiamo scoperto molti anni più tardi parlando a ruota libera della sua bella isola caraibica d’origine a Cayey, vecchia cittadina coloniale al sud di San Juàn, la capitale di Porto Rico. La conversazione verteva in quel momento proprio sulla capitale, più simile ormai a Miami o a Cancun, e sulla progressiva scomparsa dei vecchi centri storici (anche se “el viejo San Juàn” esiste ancora). In quelle città, battute quasi sempre dal sole, l’uomo è più propenso, nei momenti di riposo talvolta avidamente cercati, a portare il suo pensiero su se stesso (onorando così la sublime iscrizione del tempio dell’oracolo di Delfi “gnòthi seautòn”, conosci te stesso e conoscerai l’universo e gli dei, sunto dell’insegnamento socratico) e sul mondo circostante. Non crediamo di dire sciocchezze quando affermiamo che i fattori climatici non solo condizionano di per se stessi, quasi “meccanicamente”, i comportamenti, ma attraverso questi ultimi influenzano fortemente il modo di pensare e di percepire le persone e i fatti. Nel caso di Carlos è evidente che il suo modo di essere è strettamente legato al territorio dove è nato e cresciuto prima di recarsi negli Stati Uniti, a Miami, dove da moltissimi anni ormai ha piantato radici in un clima molto simile a quello della sua isola d’origine. Per chi non lo sapesse Porto Rico (Estado Libre Asociado de Puerto Rico) è la più piccola delle Grandi Antille ed ha uno statuto molto particolare. Non è uno degli stati federali che formano gli USA, ma i suoi abitanti sono cittadini degli Stati Uniti dal 1917 e sono portatori del passaporto a stelle e strisce (che poi in realtà è blu) pur non votando, ad esempio, in occasione delle elezioni presidenziali. Tale statuto consente loro di essere a casa nel grande Paese vicino e ciò fa sì che la colonia portoricana sia estremamente presente sul territorio statunitense. In particolare in zone come la Florida o in centri economicamente importanti come New York. Tutti coloro che si occupano di sport sanno dei grandi pugili che dall’isola hanno raggiunto i vertici di quella dura disciplina. Il numero dei campioni del mondo, soprattutto nelle categorie di peso più leggere (piuma, mosca, gallo,…), è senza fine. Non è però che i portoricani passino la più parte del loro tempo a scazzottarsi. Molti di essi occupano posizioni economiche di prestigio nei diversi settori di attività.
È così che Carlos si trova ad essere vice Presidente di Hepburn Superior - U.S. Chemicals, una delle più importanti compagnie nordamericane di forniture per il settore funerario, che produce fluidi da “embalming” (da noi s’è preferito parlare di “tanatoprassi” per distinguere una conservazione “temporanea” del corpo da quella “eterna”, l’imbalsamazione dei faraoni); Carlos Colòn è appunto diplomato alla Facoltà di Scienze Mortuarie e Direzione Funeraria. Ricorderemo anche che in quel paese non è possibile esercitare la professione senza il citato titolo di studio. Da molti decenni ormai egli percorre tutti i paesi delle Americhe, dal Canada alla Patagonia argentina, per conto della sua azienda. Nel corso di tali viaggi le occasioni di “scappatelle”, tutti lo sanno, non mancano mai. Ai maschietti come alle femminucce. Occorre precisarlo in ossequio alle “pari opportunità”. Le lunghe serate in albergo o a bordo piscina durante i weekend; le sale d’attesa degli aeroporti; i posti in aereo; le persone che si incontrano per ragioni di lavoro; i tavoli dei ristoranti … Tutte occasioni per “socializzare” e talvolta per portare tali attività “sociali” più o meno direttamente sotto le lenzuola. Tutto ciò a Carlos non è sfuggito nel corso delle sue peregrinazioni. E metodicamente ha raccolto impressioni personali e confidenze di amici quasi stesse lì, sdraiato sotto i portici della piazza assolata di Cayey, ad annotare gli affanni del mondo, compresi quelli di Venere.
Approfittando di un certo talento nello scrivere (cosa che abbiamo scoperto solo qualche mese fa in un incontro a Città del Messico; non ci siamo meravigliati oltre misura visto che la sensibilità del personaggio ce lo faceva presagire) egli ha deciso di dare forma compiuta a questa somma di sensazioni, di informazioni e di situazioni curiose o imbarazzanti per metter giù un libro, “Errores de los hombres infieles”, dove “hombres” più che “uomini” significa genere umano, comprendendo così anche le donne che, come a ragion veduta sottolineato dall’autore nel primo capitolo, non sono le ultime a trasgredire ai precetti di una santa e casta vita.
L’opera che ne risulta presenta quindi una doppia natura. Se da un lato prende in considerazione tutti i problemi (psicologici, personali, giuridici, …) ai quali la società si confronta rispetto al tema dell’infedeltà, dall’altro pone un occhio divertito sulle debolezze umane e sulle situazioni quasi comiche in cui talvolta si ritrova chi, per una ragione o per l’altra, è immerso fino al collo in certe situazioni. C’è il vero e proprio “collezionista” di avventure che se ne pavoneggia e c’è quello che se ne vergogna come quell’insospettabile signore britannico, membro dello stesso gruppo di lavoro di cui facevamo parte, che trovammo una sera nel corridoio di un famoso albergo di Buenos Aires accompagnato da una bella signora proprio mentre la stava introducendo nella sua suite, forse solo (non si sia troppo permalosi, per carità!) per parlare di problemi di lavoro e nonostante costei non facesse parte del summenzionato gruppo. Il giorno dopo, peraltro, egli osservava da lontano i nostri movimenti per filarsela non appena avesse l’impressione che potessimo avvicinarlo.
E c’è ancora colui che, portando all’estremo una razionalità fortemente orientata, costruisce una piattaforma ideologico-etico-filosofica per spiegare certe sue trasgressioni. Pensiamo a Mokhtar, un collega marocchino di Casablanca (conosciuto anche col significativo nomignolo di “mandrillo del Rif”) responsabile per il suo Paese di un laboratorio farmaceutico di fama mondiale nel quale abbiamo noi stessi operato per parecchi decenni prima di atterrare, per caso, nell’industria funeraria. Costui, ad ogni riunione che facevamo in ogni angolo del mondo, la sera non restava quasi mai con gli altri partecipanti. Ogni volta ci diceva, visto che avevamo rapporti abbastanza stretti, che se non rimaneva era perché aveva un appuntamento galante con una hostess conosciuta in volo, con una signora amica di lunga data e così via. Un giorno ci decidemmo a chiedergli come facesse a conciliare la professione di un amore dichiarato ad ogni piè sospinto e di una ammirazione incondizionata per la consorte rimasta a casa con la sua “turbolenta” volubilità fuori dai domestici lari.
Ebbene, il gaglioffo ci illustrò con il massimo “aplomb” e con gran sicurezza la sua teoria. Il fatto di correr dietro ad ogni gonna che passasse gli dava l’opportunità di fare costantemente un confronto tra le “qualità” della nuova venuta (quando aveva modo di apprezzarle, visto che pur essendo un uomo estremamente attraente non tutte le ciambelle gli riuscivano col buco… già sentiamo gli spiriti salaci abbandonarsi a facili ironie) e quelle della consorte legittima. Nel cento per cento dei casi, se vogliamo dar credito a quanto il filibustiere andava dicendo, le nuove arrivate non arrivavano alla caviglia della moglie. Così ogni volta che, effettuata la “verifica”, tornava a casa non solo era convinto di aver fatto la scelta migliore per quanto riguardava la compagna della sua vita, ma si trovava anche “ipso facto” nelle disposizioni più propizie e motivate per rendere i dovuti onori ed omaggi a tanto rara persona. La storia, vera, non ci dice come la pensasse sull’eventualità che “esperimenti” analoghi fossero condotti, in circostanze simili, dall’amata consorte al fine di verificare le qualità eccelse del marito ed amarlo quindi ancor di più.
Tornando a Carlos, peccato che il suo libro, uscito nel 2008, non sia disponibile in italiano. I cultori della lingua di Cervantes potranno facilmente trovarlo su internet. Non potendo noi tradurlo, in questa sede vorremmo tuttavia, e tanto per dare un esempio tangibile della sensibilità dello scrittore, presentare al lettore, in libera trascrizione in italiano, un breve saggio scritto da Carlos in occasione della nascita del nipote: “La Creaciòn”.
«Quando mia figlia mi chiamò per dirmi che sarei diventato nonno, non avrei mai immaginato che tutte queste sensazioni che la gente aveva fossero certe. Molto spesso avevo sentito dire che si trattava di una delle esperienze più grandi che un essere umano potesse provare. Oggi mi sono levato allo squillo del telefono. Rispondendo ebbi la voce di mia figlia che, su un tono molto basso, mi disse che l’ora era giunta, che mi recassi presto presso di lei e che toccava a me o, meglio, che lei ed il suo sposo desideravano che fossi io ad incaricarmi del taglio del cordone ombelicale. Un brivido mi attraversò tutto il corpo, una paura terribile. A malapena riuscivo a stare in piedi. Il solo pensiero che avrei dovuto afferrare una forbice nelle mie mani per fare quel taglio mi dava i tremori fino in fondo all’anima. Giunsi all’ospedale. Non ricordo per quali strade. So solamente che ci arrivai. Lì mi attendeva mio genero. Fattami indossare una casacca, mi condussero lì dove c’era mia figlia. Giunto il momento afferrai le forbici. Dal mio sudare e dal tremar delle mie mani tutti potevano rendersi conto che stavo morendo di paura. Le lacrime dei miei occhi, a loro volta, dilatavano la gioia incontenibile che percepivo in fondo al cuore perché Dio non solo mi aveva concesso la gioia di veder nascere mia figlia, vederla crescere e sposarsi, ma anche, in quel momento, mi regalava in più il privilegio di conoscere una delle gioie più grandi: vedere come un essere umano si staccasse da un altro per dar vita ad una creatura autonoma. In quei momenti un numero infinito di domande mi venivano in mente: come possono esistere delle persone che pensano di fare del male ad un bimbo? Perché ci sono genitori che dei figli se ne infischiano? Sì, oggi l’unica cosa che posso fare e quella di mettermi in ginocchio e ringraziare Iddio per avermi concesso di partecipare a questo grande, grandissimo avvenimento: la creazione».
 
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