Il DITO NELLA PIAGA

È il titolo di un libro scritto da un impresario funebre, anzi da un ex impresario, che da sempre si diverte e si cimenta con carta e penna. La piaga è il comparto funerario italiano, con le sue nefandezze endemiche ed i suoi pregevoli, pur se rari ed incogniti gesti di altruismo, e il dito è la penna che ha "immortalato" pregi e difetti degli operatori del settore, la mia penna.
Non è la storia della mia vita lavorativa e neppure è un "mattone" difficile da digerire, è una raccolta di quindici racconti ambientati nel mondo funerario ai quali seguono aneddoti e riflessioni personali sulla morte. Chi lo ha letto mi testimonia che è scorrevole e piacevole, che incuriosisce, che "prende", non solo perché mette a nudo virtù e vergogne del comparto, ma anche perché sorprende e coinvolge.
OLTRE MAGAZINE, nello scorso numero di settembre, pubblicò il primo dei racconti contenuti ne "Il dito nella piaga" ed allegò un dépliant illustrativo del libro stesso, contenente la cedola di ordinazione. Ne ho vendute 21 copie, esattamente ventuno, fra gli operatori di tutta l'Italia (isole comprese, come recitava una famosa pubblicità). Ne ho inviate 35 copie "omaggio" ai più grossi e rinomati fabbricanti italiani con la sollecitazione a farne dono natalizio ai loro clienti (gli impresari); non uno che abbia accettato il suggerimento (interessato!).
Una decina di copie le ho spedite alle redazioni delle riviste specializzate; non una che l'abbia recensito, che abbia avuto il coraggio di dire: "Il dito nella piaga" è una cavolata, oppure è un libro che merita di essere letto non solo dagli addetti ai lavori, ma anche dal grosso pubblico.
Un risultato deludente su tutti i fronti e sotto tutte le latitudini: gli impresari lo hanno schifato, i fabbricanti lo hanno snobbato, i redattori delle riviste, che pure dovrebbero essere più aperti verso gli "esperimenti" culturali (molto infrequenti nel nostro settore), lo hanno ignorato!
Passa l'inverno ed al tiepido sole di primavera mi porto a Modena dove, per tre giorni filati (22, 23, 24 marzo), promuovo il mio libro nell'ambito di Tanexpo. Risultato: 32 copie vendute, fra cui una ad uno straniero, un brasiliano. Ne avevo portate con me 150: illuso! Lunedì 25 marzo rientro nella mia "tana" e dopo solo due giorni ricevo una telefonata che mi lusinga: una collega di Torino mi dice di avere "divorato" il libro e di averlo trovato molto bello, ben scritto. Mi incoraggia a proseguire il percorso "letterario".

Ringrazio tutti, ma, caparbio come sono, non demordo e neppure la consapevolezza che nella società in cui viviamo - smarriti i valori morali, dominata dal mito delle tre "s" (soldi, successo, sesso) - il nostro settore si contraddistingue per gli alti livelli di venalità e di menefreghismo per tutto quanto gli si evolve intorno (salvo che non intacchi i propri interessi), neppure questo - dicevo - mi scoraggia.
Conscio di avere fatto un buon lavoro non cesserò di esortare gli operatori del settore a prendere conoscenza delle tematiche sviluppate nei quindici racconti, che non sono fini a se stesse, ma inducono alla riflessione, ad un serio esame di coscienza perché, se da un lato stigmatizzano le modalità comportamentali che ci procurano da sempre la condanna da parte della società civile, dall'altro esaltano gli slanci di generosità ed i rigurgiti di umanità troppo spesso misconosciuti o davvero ignorati.
Siamo una consorteria (la stampa ci definisce spregevolmente racket), ma a differenza delle corporazioni settoriali protese al raggiungimento di comuni obiettivi o al perseguimento di un ben individuabile fine comune, restiamo una comunità anomala, formata da operatori egocentrici, abituati a coltivare ognuno il proprio orticello e a non alzare lo sguardo oltre il proprio limitatissimo confine; ci preoccupiamo di difendere strenuamente gli effimeri vantaggi di cui ci illudiamo di essere entrati in possesso, senza pensare a costruire delle solide basi per il futuro comune, che è denso di nubi; ci crogioliamo nella parvenza di un raggiunto benessere economico ed operativo, ma disdegniamo di guardare alle incognite che ci prepara il domani; in altri termini viviamo in una sorta di gabbia dorata dalla quale guardiamo al nostro collega come ad un nemico da combattere e possibilmente da distruggere, alle associazioni di categoria come ad amene strutture pseudo-burocratiche inutili, alle riviste che giungono sulle nostre scrivanie come ad evasivi perditempo privi di interesse, ai libri come a strumenti riservati alle sole persone di cultura.
La nostra morbosa attenzione si riversa soltanto sui servizi da accaparrare, da svolgere, da far fruttare, e sull'onnipotente dio denaro. Nessuno si interessa alle previste riforme al regolamento di polizia mortuaria, pochi leggono le riviste settoriali, la gran parte le abbandona ancora incellofanate negli scaffali o negli armadi, le riunioni sindacali sono disertate, il mio libro ignorato.

Anche se la più bella e sintetica recensione verbale mi è stata esternata da un collega con queste semplici, testuali parole: "tutti gli impresari dovrebbero leggerlo". Ma io ho la presunzione di aggiungere: tutti i fruitori dei nostri servizi - e mi riferisco ai vivi (i cosiddetti dolenti) - dovrebbero leggere il mio libro perché, attraverso l'analisi attenta e scrupolosa degli avvenimenti descritti in chiave narrativa, potrebbero imparare a distinguere le imprese serie da quelle meno serie, gli operatori corretti da quelli che invischiano per accaparrare.
Purtroppo, però, i canali editoriali per arrivare direttamente al grosso pubblico sono proibitivi per uno "scrittore" sconosciuto come me e allora ho coltivato l'ambizione di divulgarlo capillarmente attraverso le agenzie funebri che lo adottassero (personalizzandolo opportunamente) come proprio veicolo pubblicitario (l'impresa della mia famiglia lo fa con risultati sorprendenti).
Niente di tutto questo si è realizzato e così la mia velleitaria aspirazione è rimasta, come i sogni, a languire nel classico cassetto. Eppure le testimonianze pervenutemi (in verità soltanto due!) sono veramente significative. La prima, molto concisa, riferendosi ai cinque libri acquistati dice: "molto apprezzati dai colleghi a cui li ho regalati". La seconda, di due facciate dense di elogi, da cui vado a estrapolare alcune frasi, afferma: "l'ho letto tutto d'un fiato… bravo!
Mi piace il tuo modo di scrivere tradizionale, con i punti e le virgole al posto giusto, il rispetto della grammatica e della sintassi, la proprietà di linguaggio che per molti scrittori di oggi sono solamente optional… ci fai rivivere efficacemente momenti tristi ma anche esaltanti…. l'elencazione dei mali della nostra epoca non può non condividersi…" e conclude con l'esortazione: "abbandona l'idea fissa, tratta altri temi ed affronta il mercato: sono sicuro che avrai successo!"
.
Ne avevo fatto stampare 1000 copie con l'illusione di collocarle tutte per poi eventualmente dare corso a successive ristampe; in effetti ne ho vendute 53 e circa 50 le ho regalate nel tentativo di fare breccia in un mercato che conta più di 10.000 operatori, fra impresari e fabbricanti, ma milioni di potenziali lettori, costituiti da tutti coloro i quali abbisognano dei nostri servigi nei frangenti dolorosi della vita.
Mi illudevo che i primi lo adottassero per farne dono ai dolenti dopo le esequie - insieme alla riconsegna del materiale che si raccoglie durante il funerale (nastri di composizioni floreali, registro con le firme dei partecipanti, certificati di morte e quant'altro) - un bel gesto per farsi ricordare con un "oggetto" diverso, un libro tematico, un qualcosa che nessuno butta via, che rispetta e che, opportunamente personalizzato, resta per sempre nelle case in cui è entrato; i secondi ne facessero oggetto di promozione da regalare, per esempio, a chi compra una auto funebre oppure a chi acquista un completo di camera ardente ovvero a chi ordina un certo numero di cofani o, infine, come omaggio natalizio ai clienti affezionati.
Niente di tutto ciò che ipotizzavo è avvenuto, e me ne dolgo, non perché non sia riuscito a piazzare i miei libri, ma perché constato che l'indifferenza della categoria nei riguardi di un esperimento culturale "unico" nel suo genere, è sintomatico della abulia, del menefreghismo generalizzato verso tutto ciò che assume la connotazione di sforzo conoscitivo ed accrescitivo della coscienza, della deontologia e della professionalizzazione.
È sconfortevole, è scoraggiante, è avvilente constatarlo, ma siamo una categoria refrattaria ai richiami di una vera crescita che oggi non è ravvisabile come evenienza probabilistica, ma che si configura come mera esigenza nel contesto di una società che si trasforma, evolvendosi, in ogni suo aspetto, in ogni sua componente.
 
Alfonso De Santis
"IL DITO NELLA PIAGA"
può essere richiesto direttamente all'autore:
ALFONSO DE SANTIS
Via della Repubblica, 24 - 71100 FOGGIA
inviando 10 euro a copia

Biemme Special Cars

Abbattitore Salme - Coccato e Mezzetti

GEM MATTHEUS - Creamazinoe animale

Rotastyle - L'arte del prezioso ricordo

STUDIO 3A - Risarcimento Assicurato SRL

GIESSE

Infortunistica Tossani

Alfero Merletti - Studio Legale

Scrigno del Cuore

Tanexpo, 7.8.9 aprile 2022