la morte nell'arte

Tre opere molto diverse realizzate in periodi differenti, ma accomunate da un unico pensiero, quello di sondare il mistero della morte.

“Si muore una volta sola, e per tanto tempo!” (Molière).

Voglio parlare in questo articolo della morte nell’arte pittorica e scultorea. La rappresentazione della morte ha, infatti, sempre rappresentato per gli artisti un punto nodale di ricerca, perché è un concetto irrisolto, sempre misteriosa, mai spiegata razionalmente. La signora dai capelli fluenti e dall’aspetto cadaverico, come veniva raffigurata fino al tardo Medioevo dai popoli di origine latina, o figura scheletrica con la falce, avvolta in un nero mantello nell’accezione greca e tedesca (come anche in quella moderna di Ingmar Bergman nel Settimo sigillo del 1958); “a livella” - come scriveva Totò - che colpisce indiscriminatamente, senza ingiustizie o favoritismi, che il denaro non potrà mai corrompere, davanti alla quale tutti gli esseri umani sono uguali.

L’artista che si confronta con il tema della morte assiste alla creazione della trasposizione del suo pensiero alla tela o al blocco di marmo da modellare ed è frutto di un turbamento e di una ricerca interiore. È di estremo interesse vedere come i vari artisti nel corso dei secoli abbiano rappresentato un momento topico come quello della fine della vita: immagini che spesso sono caratterizzate da una nota tenebrosa, da un senso di decadenza e annientamento, da un sentimento di stupore e di paura nei confronti di un qualche cosa che l’essere umano teme ed evita.

Prenderò in esame alcune opere che mi hanno particolarmente colpito. Non andrò in ordine cronologico, ma di un casuale simbolismo. 

L’isola dei morti di Arnold Böcklin

L'isola dei morti (Die Toteninsel) è il nome di cinque dipinti con il medesimo soggetto del pittore svizzero Arnold Böcklin, realizzati tra il 1880 e il 1886, conservati a Basilea, New York, Berlino e Lipsia. È considerato l’indiscusso capolavoro di Böcklin, uno dei maggiori esponenti del simbolismo tedesco, un artista a tutto tondo che oltre a pittore era disegnatore, scultore e grafico.

De L'isola dei morti esistono diverse versioni, realizzate tra il 1880 e il 1886: una produzione ai limiti del seriale che ha visto almeno cinque esemplari consecutivi, uno dei quali, il quarto che si trovava a Rotterdam, è andato perduto durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale. Il quadro per come lo conosciamo fu commissionato da una nobildonna tedesca, Marie Berna, che aveva chiesto a Böcklin di realizzare un dipinto in commemorazione del defunto marito Georg Von Berna, morto di difterite quindici anni prima. Marie Berna rimase molto colpita da un’opera che il pittore esponeva nel suo studio a Firenze: si trattava della prima versione che era stata commissionata dal mecenate Alexander Günter. La vedova Berna disse di volere un quadro “per sognare” e quel quadro, effettivamente, nella sua statica pace aveva un alone di mistero. Chiese solo una modifica, ovvero l’aggiunta una bara traghettata verso l’isola.

Lo stesso artista descrisse così la sua opera: “Un’immagine onirica: essa deve produrre un tale silenzio che il bussare alla porta dovrebbe far paura”. La scena, ambientata poco prima del tramonto, rappresenta un mare color petrolio, denso e calmo, dalla superficie oleosa, che si infrange sugli scogli generando lievi giochi di spuma. Il cielo, scuro e minaccioso, è velato da nubi compatte e impenetrabili. Un’esile imbarcazione è spinta a remi da un nocchiero visto di spalle che richiama il personaggio classico e dantesco di Caronte. Sulla prua si scorge una bara, posta di traverso e coperta da un telo sul quale è stata deposta una ghirlanda intrecciata di fiori rossi. Una figura in piedi e vista di spalle, apparentemente coperta da un sudario, potrebbe identificarsi con l’anima che accompagna il corpo all’ultima dimora o con la Morte stessa. La barca sta per attraccare sulle coste di un’isola misteriosa a forma di C, nella cui parte centrale si innalzano colossali cipressi dalla punta aguzza; gli scogli affioranti e grandi lastre di pietra scura ne difendono l’entrata. L’isola è sicuramente disabitata, infatti è costituita da rocce a pelo d’acqua, scarpate scoscese, pendii ripidi e impossibili da scalare, aperti da profonde cavità identificabili come tombe. D’altro canto, la presenza sulla barca della bara indica con certezza che si tratta di un cimitero solitario.

Il risultato del dipinto fu una delle opere più enigmatiche mai realizzate il cui intento era una meditazione sull’aldilà e si è connotato come capolavoro assoluto del simbolismo tedesco. Negli anni successivi alla sua realizzazione, e soprattutto nel XX secolo, L’isola dei morti ebbe una fortuna che certamente Böcklin non si sarebbe mai nemmeno sognato di prevedere. Ispirò decine di pittori, tra cui De Chirico e Dalí, esercitò sul pubblico una sorta di vera e propria fascinazione ipnotica, che nella Germania nazista sarebbe poi diventata quasi una forma di isterico fanatismo. Adolf Hitler, nel 1933, riuscì ad acquistare la terza versione del dipinto: in una celebre foto scattata nella Cancelleria del Reich, nel 1940, il quadro campeggia alle spalle del dittatore.
(Fonti bibliografiche: metmuseum.org, smb.museum e lasottilelineadombra.com
)

Morte della Vergine di Caravaggio

La Morte della Vergine è uno dei dipinti più famosi di Caravaggio (all’anagrafe Michelangelo Merisi) oggi conservato al Louvre di Parigi. Realizzato tra il 1605 e il 1606 su commissione per una cappella privata all’interno della chiesa romana dei Santa Maria della Scala, fu l’ultimo quadro d’altare che Caravaggio dipinse a Roma prima di fuggire per avere ucciso un uomo in una rissa.

Il pittore, nella sua opera, coinvolge l’osservatore nel pianto degli apostoli e della Maddalena intorno a Maria distesa sul letto di morte. È una scena di dignitosa povertà, tra gente modesta ma di sentimenti profondi. La desolazione dell’ambiente è resa ancora più intensa e solenne dalla grande tenda rossa, simile a un sipario alzato. La tensione drammatica è raggiunta con una straordinaria concentrazione di mezzi. I personaggi sono messi in risalto con estrema forza dalla luce che modella le figure e fa emergere dall’ombra gli apostoli e il volto della Madonna.

Va detto che il quadro, una volta consegnato, venne rifiutato in quanto la figura della Vergine non era conforme all’iconografia classica, priva com’era di qualsiasi riferimento sacro o mistico, tanto che la leggenda narra che Caravaggio abbia utilizzato il corpo di una prostituta annegata nel Tevere come modello per Maria. Nonostante il rifiuto, il quadro venne poi acquistato dal Duca di Mantova, per passare successivamente al re d’Inghilterra Carlo I e, molto tempo dopo, fu acquistato da un banchiere parigino che lo portò alla corte di Luigi XIV, andando a riempire la collezione del Louvre.

Si tratta di una delle immagini di morte più rivoluzionarie di tutta la storia dell’arte. Sono poche le parole che si possono aggiungere a tutto quello che si è detto su Caravaggio, uno degli artisti più amati ai giorni nostri, capace di  un uso, che potremo definire scenografico, della luce. Violento, irascibile, dedito all’alcol e ad altri vizi, era decisamente un genio, non sempre incompreso, tanto che i suoi quadri erano già ricercati da importanti e potenti collezionisti dell’epoca. La sua vita è stata una avventura, segnata da omicidi, arresti e fughe. La morte beffarda lo colpì proprio nel momento in cui stava per porre termine alle sua pena.
(Fonti bibliografiche: arteworld.it, artesplorando.it e Dizionario della pittura e dei pittori AA.VV., Einaudi, 1989)

Lezione di anatomia del dottor Tulp  di Rembrandt

Lezione di anatomia del dottor Tulp è un olio su tela di 216,5x169,5 cm, dipinto da Rembrandt nel 1632, oggi conservato al museo Mauritshuis de L’Aia. Il quadro raffigura la seconda autopsia pubblica avvenuta nel 1632 ad opera del professor Nicolaes Tulp, ordinario della Cattedra di Anatomia presso l’università de L’Aia, intento a tenere una lezione pratica che prevede la dissezione del corpo di un criminale giustiziato.

Per l’allora giovane Rembrandt si trattò del primo ritratto di gruppo: accanto al luminare sono, infatti, presenti sette membri della Gilda dei chirurghi di Amsterdam, mentre al centro della scena si trova il cadavere oggetto di studio. Interessante la composizione dell’opera: la disposizione dei personaggi è molto teatrale e le teste di sei dei sette spettatori formano, partendo da sinistra, una freccia la cui punta termina con la mano destra del dottor Tulp. Il settimo chirurgo, invece, tiene in mano l’elenco dei partecipanti e ha la funzione di collegare visivamente Tulp agli altri personaggi. Rembrandt scelse di fissare il momento in cui il medico disseziona l’avambraccio del cadavere per mostrarne la struttura muscolare. L’azione della scena si incentra proprio su quel gesto assai realistico in cui, con l’aiuto di pinze chirurgiche mostra il funzionamento dei tendini. Dal dipinto emerge anche un messaggio morale che collega la dissezione alla criminalità e al peccato con il monito che la morte attende tutti quanti.

A questa prima opera Rembrandt farà seguire nel 1656 un ulteriore dipinto sullo stesso tema La Lezione di anatomia del dottor Deyman, conservata al Rijksmuseum di Amsterdam.
(Fonti bibliografiche: arteworld.it, mauritshuis.nl e atlasorbis.it)

Appuntamento ai prossimi numeri di Oltre Magazine con la descrizione di altri capolavori del patrimonio artistico mondiale focalizzati sulla tematica della morte.
 
Stefano Montaguti


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