Le cure palliative

A partire dal secondo dopoguerra, il disagio per l’elevato numero di persone che morivano in ospedale in solitudine e senza speranza portò, dapprima nei paesi anglosassoni e successivamente in tutta Europa, a sviluppare una maggiore sensibilità, contribuendo alla nascita di un’ampia letteratura collegata alla “filosofia delle cure palliative”.
In Italia, recentemente, con la Legge n. 38 del 15 marzo 2010 sono state sancite disposizioni per garantire l’accesso alle cure palliative ed alla terapia del dolore. Legge innovativa e importantissima perché pone il tema del dolore quale parte integrante e irrinunciabile del percorso terapeutico del paziente tenendo conto del valore, della dignità e dell’integrità della persona e assicurando l’equità nell’accesso all’assistenza e l’appropriatezza rispetto alle specifiche esigenze dei malati. In particolare la legge enuncia quali principi fondamentali la tutela e la promozione della qualità della vita fino al suo termine ed il sostegno sanitario e socio-assistenziale della persona malata e della famiglia, assicurando l’autonomia del paziente senza alcuna discriminazione. Punti fondamentali riguardano la rilevazione del dolore e della somministrazione di farmaci antalgici in cartella clinica (articolo 7) e la realizzazione di una rete di hospice e di strutture per la terapia del dolore e per le cure palliative al fine di garantire agli ammalati risposte assistenziali su base regionale.
Il termine “palliativo” deriva dal latino pallium (mantello) e rimanda etimologicamente ai significati di protezione, di avvolgimento, di calore affettivo e di partecipazione umana che in questo ambito dovrebbero circondare il morente. Le cure palliative hanno lo scopo di tenere sotto controllo la sofferenza fisica, psicologica, sociale e spirituale del malato quando la malattia non è più guaribile, ma solo curabile: l’inglese, palliative care, evidenzia la distinzione tra to cure (curare per guarire) e to care (prendersi cura).
Di fronte alla constatazione del medico per cui “non è più possibile fare nulla”, le cure palliative affermano che invece c’è ancora molto da fare; e questo è il momento che “annuncia” un nuovo approccio culturale all’evento della morte, una nuova lettura: privilegiare il miglioramento della qualità della fine della vita, anziché la quantità di sopravvivenza.
Da un lato le cure palliative permettono di controllare (e spesso di prevenire) il dolore fisico e ogni sintomo di disagio in relazione alla malattia, con l’ausilio di una adeguata posologia, per dare minimi effetti collaterali sul piano della lucidità e della vitalità del paziente, sino a quando (e sarà compito dei medici, soprattutto anestesisti, e degli infermieri) il dolore non diventi insopportabile e legittimi la sedazione terminale per inibire lo stato di coscienza del paziente. Dall’altro lato un lavoro d’équipe (psicologi, assistenti sociali, sacerdoti, volontari, ma anche medici e infermieri) coadiuva e consente la presa in carico della sofferenza psichica e spirituale del paziente affinché il malato non debba sentirsi solo con il dolore e la sofferenza. Le cure palliative pongono il malato (e non la sua malattia) al centro dell’attenzione. Non solo il paziente, ma anche la famiglia vengono coinvolti in questo percorso “curativo”: il morente, con i suoi cari, va “accompagnato” e ascoltato, aiutato ad essere partecipe delle decisioni che lo riguardano e che caratterizzeranno il termine della sua esistenza.
 
Maria Angela Gelati

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