Il Cristo deposto

Prosegue il nostro studio su come l’arte figurativa abbia interpretato il mistero della morte con tre noti capolavori  focalizzati sullo stesso particolare tema.


Vogliamo, in questo articolo, mettere a confronto tre opere che rappresentano la morte di Gesù Cristo. Si tratta di un dipinto e di due sculture accumunate dalla drammaticità della rappresentazione di un corpo senza vita. Un altro minimo comun denominatore è costituito dal fatto che in tutti tre i casi si tratta del momento della deposizione, dopo che il corpo è stato tolto dalla croce ed adagiato su un piano orizzontale o, nel caso della Pietà di Michelangelo, tra le braccia della madre.
Sono tre capolavori del nostro patrimonio museale che, oltre al loro inestimabile pregio e valore artistico, sanno ancora emozionare e commuovere.  

Il Cristo morto di Andrea Mantegna

Il Cristo Morto nel sepolcro e i tre dolenti di Andrea Mantegna è uno dei suoi più celebri dipinti, realizzato tra il 1475-1478 circa, conservato nella Pinacoteca di Brera a Milano. La prima cosa che inevitabilmente colpisce è l’uso della prospettiva di cui Mantegna, com’è noto, è stato un sommo maestro. Per garantire la profondità della scena, evitando che l’anatomia risultasse deformata, osò intervenire sulle proporzioni: i piedi risultano così più piccoli del normale, le braccia più lunghe e il torace più largo. Il punto di vista è concentrato all’altezza dei piedi da cui partono le linee prospettiche che guidano l’occhio dello spettatore verso il volto, conferendo al dipinto una carica emotiva e una drammaticità uniche.

Il Cristo Morto di Andrea Mantegna può essere considerata una delle opere più rivoluzionarie della storia dell'arte. Un dipinto intriso di grande intensità, accentuata dall’essenzialità della scena. Nessuno, prima di Mantegna, aveva raffigurato un Cristo morto in modo così crudo e al contempo così straordinariamente umano: lo spettatore si trova al cospetto di un freddo cadavere appena deposto dalla croce che non ricorda il figlio di Dio in attesa della Resurrezione, ma il destino impietoso ed inesorabile dell’umanità. Un corpo adagiato su di una lastra di marmo rosso, a malapena coperto dal suo sudario che, fatta eccezione per le gambe, lascia scoperto tutto il resto. Si possono così osservare i segni delle ferite lasciati dai chiodi che hanno bucato e lacerato la pelle delle mani e dei piedi. Un corpo che più che dipinto sembra scolpito.

Come richiesto dall’iconografia del tempo, sul lato sinistro della scena compaiono tre dolenti, dai volti solcati da rughe e caratterizzati dal segno duro del dolore: sono la Madonna, che con un fazzoletto si sta asciugando gli occhi, San Giovanni, che piange con le mani giunte, e una donna che apre la bocca disperandosi, presumibilmente si tratta di Maria Maddalena. Ad essi tuttavia è riservata una porzione davvero minima del quadro, quasi non trovassero spazio nella scena. Non sono infatti i personaggi i veri protagonisti della composizione, bensì due elementi: la luce e la prospettiva. Anche la luce, così come la composizione prospettica di cui abbiamo già accennato, è determinate nel creare quel pathos che rende l’opera straordinaria. L’illuminazione, che proviene da destra, fa risaltare le pieghe rigide del sudario, creando forti contrasti con le ombre, così che l’attenzione dell’osservatore venga attratta dai dettagli più realistici del dipinto. I colori sono anch’essi “drammatici”, giocati su tonalità cupe con prevalenza del grigio e del rossiccio, che rimanda inevitabilmente al sangue versato sulla croce.  Siamo di fronte ad un capolavoro rinascimentale dove l’immagine riesce a rivelare e manifestare una grande forza espressiva.
(fonti bibliografiche: finestresullarte.info, analisidellopera.it)

La Pietà Vaticana

Considerato il primo capolavoro di Michelangelo, la Pietà vaticana si può oggi ammirare nella Basilica di San Pietro a Roma. L’opera fu commissionata nel 1497 dal cardinale Jean Bilhères de Lagraulas che diede l’incarico ad un giovanissimo Michelangelo, allora ventitreenne, di scolpire “una Vergene Maria Vestita, con un Christo morto in braccio, grande quanto sia uno homo giusto” per poterla collocare presso la cappella di Santa Petronilla, appartenente ai reali di Francia. Solo nell’agosto 1498 fu stilato e firmato il contratto che, tra le altre cose, stabiliva il tempo di consegna entro un anno, termine che Michelangelo rispettò pienamente. L'opera è suggellata dalla firma dell'artista: sulla fascia a tracolla che regge il manto della Vergine, si può chiaramente leggere “Micheal.Angelvs Bonarotvs florentinvs Faciebat”, ovvero “la fece il fiorentino Michelangelo Buonarroti”.

La Madonna siede su una sporgenza rocciosa che simboleggia il monte Calvario. Di solito questa scena veniva tradizionalmente ritratta con una certa rigidità, con la Vergine seduta con il busto fermo in posizione verticale. Michelangelo le seppe donare una naturalezza e fluidità senza precedenti, con le due figure che si fondono in una toccante intimità, dando vita ad una particolare struttura piramidale, basata sulle ampie vesti di Maria, un panneggio alquanto complesso che crea un accurato effetto chiaroscuro. Proprio questo naturalismo straordinario e la cura estrema del dettaglio hanno reso l’opera celeberrima in tutto il mondo.    

Un’opera che, comunque, non fu scevra da critiche, in particolare per la giovane età con cui è stata raffigurata Maria che ha l’aspetto di una ragazza, più giovane dello stesso Gesù. Una scelta di probabile derivazione dalla tradizione medioevale che la vedeva come sposa di Cristo e simbolo della Chiesa; fatto a cui si aggiunge una nota stessa di Michelangelo secondo cui “la castità e la santità preservano la giovinezza”. Infine, si deve considerare la volontà non tanto di ricreare perfettamente la scena della Pietà, quanto di centrare l’aspetto simbolico della vicenda.

Già nel 1517 la Pietà vaticana venne trasferita alla Basilica di San Pietro, da dove fu spostata solo in occasione del restauro dell’edificio e nel 1964, quando fu prestata per due anni all’Esposizione universale di New York (1964-1965). Nel 1972 fu oggetto di un atto vandalico da parte di un australiano (poi riconosciuto malato di mente) che la colpì più volte con un martello, prima di essere fermato. I danni furono gravi, ma il restauro incominciò in tempi molto brevi, tentando di riutilizzare il più possibile i materiali originali. Dopo quell’evento, la Pietà è protetta da un cristallo antiproiettile.
(fonti bibliografiche: L'Opera completa di Michelangelo scultore Di Umberto Baldini Rizzoli 1973; analisidellopera.it, vaticano.com)

Il Cristo Velato

Il Cristo Velato, scultura realizzata da Giuseppe Sanmartino nel 1753, si trova a Napoli nella Cappella Sansevero. È un’opera di grande suggestione per l’incredibile abilità con cui è stato scolpito il sudario che ricopre il corpo. Il lenzuolo, che fa parte dello stesso blocco di marmo, ha infatti caratteristiche di trasparenza davvero uniche, tanto che prese piede la leggenda secondo cui il committente Raimondo di Sangro, famoso scienziato e alchimista, avrebbe insegnato allo scultore una tecnica per calcificare il tessuto in cristalli di marmo. Niente è più lontano dal vero: una attenta analisi conferma che l'opera è stata realizzata interamente in marmo, e ciò è attestato anche da alcuni documenti dell'epoca, come quello datato 16 dicembre 1752, dove il committente scrive esplicitamente: “E per me gli suddetti ducati cinquanta gli pagarete al Magnifico Giuseppe Sanmartino in conto della statua di Nostro Signore morto coperta da un velo ancor di marmo…”. Anche nelle lettere spedite al fisico Jean-Antoine Nollet e all’accademico della Crusca Giovanni Giraldi, il sudario trasparente viene descritto come “realizzato dallo stesso blocco della statua” e Giangiuseppe Origlia, il principale biografo settecentesco del di Sangro, specifica che il Cristo è “tutto ricoverto d’un lenzuolo di velo trasparente dello stesso marmo”.

La sottile trama del sudario rivela una figura emaciata in dimensione reale, dove sono ben visibili le singole costole così come l’espressione soffrente del volto; al contempo i panneggi del velo, seguendo le linee del corpo martoriato, sembrano evidenziarne tutta la sua drammaticità. I simboli della Passione, posti ai piedi di Cristo, possono essere considerati il tocco finale del virtuosismo del maestro Sanmartino. Tutti questi elementi stilistici, nel loro insieme, evocano una rappresentazione della morte lirica e ideale.

Il Cristo Velato è un’opera del tutto innovativa, una gemma dell’arte barocca, già apprezzata e ammirata dai contemporanei a cominciare dal grande Antonio Canova.
(fonti bibliografiche: museosansevero.it, analisidellopera.it. wikipedia.org)
 
Stefano Montaguti


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