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CRETA E MICENE
LE ANTICHE CIVILTÀ DELLA GRECIA

Tra la fine del III e gli inizi del II millennio a.C. si sviluppa a Creta una nuova civiltà chiamata minoica, dal nome del mitico re Minosse.
Essa aveva contatti con l'Egitto e la Mesopotamia, ma ebbe una evoluzione autonoma distinguendosi dalle altre civiltà, che si erano essenzialmente sviluppate in valli fluviali, per il suo carattere isolano e marittimo.
Della sua storia si conosce relativamente poco. Ci sono rimasti, a testimonianza dell'elevato livello di civilizzazione, un ricco patrimonio di ceramiche e i resti dei grandi palazzi, basti pensare ai palazzi reali di Cnosso (il così detto Labirinto) e di Festo.
All'inizio del XV secolo a.C. si ha il declino della civiltà minoica.
Una suggestiva, ma anche accreditata e documentata tesi archeologica, ipotizza che una violenta esplosione vulcanica ed un conseguente maremoto abbiano distrutto gli attracchi e gli insediamenti posti lungo la costa, indebolendo fortemente la struttura economica e commerciale della società cretese rendendola facile preda delle invasioni provenienti dalla Grecia continentale.
Dall'esplosione del vulcano, l'odierna isola di Santorini, e dal suo inabissamento nacque il mito di Atlantide.
A fianco della civiltà minoica, ed in qualche misura in continuazione a questa, in Grecia, nel Peloponneso, si sviluppa la civiltà "elladica", più comunemente conosciuta come micenea.
I progenitori dei Micenei erano un popolo di origine indoeuropea (come i Latini) proveniente dall'Asia; a partire dal 2300 a.C., essi discesero in Grecia ad ondate successive e si fusero con la popolazione locale.
La città di Micene costituì, tra il 1450 e il 1250 a.C., il principale centro della civiltà micenea, che fiorì durante la tarda età del Bronzo (1600-1100 a.C.). Con la sua ascesa la zona raggiunse l'apice del proprio splendore, ottenendo l'egemonia sul resto della Grecia meridionale ed espandendosi fino alle coste del Medio Oriente e dell'Italia.

La particolare conformazione montuosa della Grecia rese impossibile un dominio totale sulla penisola balcanica, mentre la costruzione di una poderosa flotta permise a Micene avventure e conquiste, che la portarono a sostituire la civiltà minoica nel dominio del Mar Egeo.
Micene ebbe uno splendore plurisecolare, interrotto molto bruscamente dagli effetti di un solo incendio, attorno al 1200, per subire in seguito addirittura l'abbandono.
Di tradizioni aristocratiche e guerriere, i Micenei (definiti "Achei" da Omero) risiedevano in cittadelle fortificate, circondate da mura poderose. Per ragioni militari e difensive essi crearono dunque quelle acropoli, che più tardi assumeranno la funzione di zone sacre e che costituiscono ancor oggi uno degli aspetti più caratteristici del paesaggio greco.
Le mura di Micene arrivavano ad una altezza di 18 metri e avevano uno spessore di 8 metri. Si accedeva all'interno della città attraverso la famosa Porta dei Leoni. L'architrave di questa Porta è formato da un unico blocco di pietra dello spessore di tre metri ed è sormontato da un lastrone triangolare alto quasi tre metri, decorato con due leoni rampanti ai lati di una colonna sacra, simbolo della divinità protettrice del luogo. Lo stile rude dell'altorilievo, unico esempio miceneo di grande scultura, ben si accorda con il carattere severo dell'ambiente.
I grandi palazzi principeschi non erano residenze di lusso ma castelli fortificati. I combattenti disponevano inoltre di un armamento formidabile.
La struttura politica e sociale era fortemente centralizzata: le varie città-stato erano sotto il dominio dei rispettivi sovrani, a cui era sottoposta l'aristocrazia, costituita dai capi militari.
La vita dei micenei fu connotata da una grande religiosità: il futuro pantheon greco, cioè l'insieme delle divinità da venerare, comincia a delinearsi a quest'epoca, con le divinità indoeuropee portate dai greci: Zeus, Hera, Poseidon, Artemis, Atena, Hermes, Ares y Dioniso; la santità e il timore dei morti ne è un esempio. La società micenea comincia ad avvertire segni di crisi a partire dal 1300 a.C.
Le ragioni del declino sono molto complesse e tuttora controverse.
Le ipotesi oggi più accreditate, tuttavia, vedono nel decadere della costituzione monarchica di fronte alla potenza dell'aristocrazia e in sommovimenti interni il venir meno delle grandi dinastie micenee e della loro cultura.
Prima della fine del XIII secolo ci fu anche l'invasione di un popolo del nord, successivamente chiamato dorico.
Ciò che sopravvisse alla rovina delle città "elladiche" ispirò miti e leggende arrivati sino a noi attraverso la poesia, come i grandi poemi epici l'Iliade e l'Odissea di Omero, composti tra il VIII ed il VII secolo a.C., le Odi di Pindaro ed i capolavori tragici di Eschilo, Sofocle e Euripide, scritti nel V secolo a.C.
IL TESORO DI ATREO
"Cantami, o Diva, del Pelide Achille l'ira funesta che infiniti addusse lutti agli Achei, …." (Omero, Iliade, libro primo). Quali sono i monumenti funerari degli antichi guerrieri Achei le cui gesta sono tramandate tra miti e poesia? A Micene esistono due tipi fondamentali di tomba, quella detta a fossa e quella a cupola (o tholos).
La tomba a fossa è più antica e consiste in una semplice fossa nel terreno, rivestita di pietra grezza. Originariamente era concepita come tomba singola e solo in seguito si avvicinarono più tombe singole, recintandole con enormi lastroni disposti circolarmente.
All'interno della cittadella si trova il cosiddetto Circolo A (o Tombe Reali) dentro il quale si aprono sei tombe a fossa, nelle quali vennero ritrovati favolosi tesori aurei. Tra questi, il più famoso è la maschera d'Agamennone, scoperta dall'archeologo Schliemann che, reduce dagli scavi di Troia e nel ricordo della tragica morte del re ucciso per mano della moglie e dell'amante, volle vedere, nei tratti volitivi e nei lineamenti marcati della maschera d'oro, la raffigurazione del re miceneo.
Con la civiltà micenea, per la prima volta i potenti avevano voluto lasciare ricordo della propria vita e del proprio simbolo sociale, manifestandolo soprattutto nella sepoltura; sempre per la prima volta venivano delimitati spazi sacri per le tombe: a Micene si sono trovati corredi funebri, lussuosi oggetti metallici e oggetti guerreschi (collari, pendenti e maschere facciali in oro, ...). Potere e autorità erano stati così resi immortali. Altra novità fu la collocazione, ad indicare il luogo di sepoltura, di lastre lapidee verticali recanti incisioni con scene di animali e di caccia, scene militari o anche simboli sacri a cerchi.
A differenza della tomba a fossa, la tomba a cupola consiste invece in un edificio formato da una camera circolare coperta da una cupola parabolica. La più celebre tholos è il cosiddetto Tesoro di Atreo, posto lungo la via d'accesso alla cittadella. Manufatto imponente, il complesso sepolcrale è interamente ipogeo, nascosto sotto una collina artificiale. Un corridoio di accesso (dromos), lungo circa trentacinque metri e fiancheggiato da alte mura declinanti, apre una ampia fenditura nel lato del monte.
Alla fine del dromos si trova la porta d'accesso alla tomba, porta sormontata da due enormi architravi (il secondo pesa 120 tonnellate) e da un triangolo di scarico. La costruzione principale ha circa 14 metri di diametro, e le pareti sono costituite da una serie di blocchi di pietra calcarea posti in cerchio che si stringono via via che si sale verso l'alto, sporgenti e trattenuti dalla pressione del terriccio sovrastante.
I 33 anelli concentrici di massi, accuratamente squadrati, sono solo connessi, senza alcun materiale coesivo: la lastra di chiusura della cupola è posta a circa tredici metri dal suolo, una altezza all'incirca pari, cioè, al diametro del locale alla base. Questa grande cupola è una notevole opera di ingegneria perché ognuno dei massicci blocchi di pietra di cui è composta deve essere stato preparato con molta cura per poter resistere alle spinte orizzontali e verticali del sovrastante terreno e, nel contempo, formare una superficie interna perfettamente liscia.
Per le sue dimensioni, il Tesoro di Atreo è stato il più grande spazio coperto, senza sostegni interni, mai costruito al mondo fino a che, un millennio e mezzo dopo, venne eretto a Roma il Pantheon. Da questo ambiente, destinato forse ai riti funebri, si accedeva ad un secondo locale, quadrangolare e più piccolo, dove erano collocate le tombe regali. Originariamente una ricca ornamentazione costituita da rosette di bronzo, lastre di marmo e di alabastro, decorava le pareti del monumento.
Tutto il complesso, interamente scavato nel declivio di un colle, emana una misteriosa suggestione e c'è, all'interno del tholos, un senso cupo, ossessivo e drammatico. È uno spazio interno, al quale non corrisponde alcun prospetto esterno, cavo e senza luce ma, contemporaneamente, opera di architettura imponente per nobiltà e dignità. La stessa drammaticità si ritrova anche in alcune maschere funerarie d'oro, dai tratti forti, decisi ed energici e ben si comprende come la tomba sia stata intitolata al nome del capostipite della tragica famiglia reale micenea.

ATREO, RE DI MICENE,
TRA MITOLOGIA E STORIA

Atreo e Tieste erano figli di Pèlope e di Ippodamia. I due fratelli, istigati dalla madre, uccisero il fratellastro Crisippo, che il padre aveva avuto da un'altra donna.
Per sottrarsi alla vendetta di Pèlope, ripararono a Micene con la madre alla corte del re Euristèo. Alla sua morte, Atreo s'impossessò del trono, suscitando le ire invidiose di Tieste, che, sedottagli la moglie Erope, fuggì portando con sé un figlioletto del fratello, al quale diede l'incarico di uccidere Atreo. Questi, ignaro che l'attentatore alla sua vita fosse il suo proprio figlio, lo fece morire.
Quando venne a conoscenza della scelleratezza di Tieste, Atreo giurò atroce vendetta: e, simulando di voler riconciliarsi con lui, lo accolse festosamente a Micene, dove, fatti segretamente rapire i due figlioletti, Tàntalo e Plistène, li imbandì a mensa al fratello.
Tieste, appreso dall'Oracolo che il figlio che sarebbe nato dalla sua propria figlia Pelopèa, avrebbe ucciso Atreo, una notte, al buio senza farsi riconoscere, si accoppiò con lei, e il mostruoso figlio di quell'incesto fu Egisto.
Per placare la maledizione degli dei, Atreo corse a chiedere consiglio all'amico re Tesproto. Vista presso di lui Pelopèa e credendola sua figlia, la sposò e la condusse con sé a Micene, dove ella fece allevare, con i due figli di Atreo, Agamennone e Menelao, anche il suo Egisto. Proprio Egisto fu incaricato da Atreo di uccidere Tieste e, avuta dalla madre la spada che lei aveva sottratto al proprio ignoto seduttore, con quella assalì il padre che, riconosciuta la spada, si spiegò col figliolo e lo persuase a vendicarlo. Egisto, accordatosi con l'amante Clitemnestra, ne uccise il marito Agamennone, figlio di Atreo.
La cosa scosse enormemente Micene perché Agamennone si era distinto in modo egregio nella guerra. La fine della storia arriva con una vittoria di civiltà. I figli di Agamennone, Oreste e Elettra, decidono di smetterla con la logica della vendetta e di affidare il responso alla giustizia divina.
Apollo, il Dio a cui viene delegata la sentenza, è la metafora della legge, anch'essa extraumana e indipendente dai singoli e dai loro interessi o ragioni.
Clitemnestra viene alla fine assolta in nome di una pacificazione tra le due famiglie, decisione probabilmente auspicata dalla stessa collettività.
 
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