Cresce la cremazione: quali effetti sulla filiera?

Una analisi sulle motivazioni dell’aumento della pratica della cremazione e le inevitabili conseguenze a breve e a lungo termine.

Nel 2008, anno in cui è cominciata in Italia questa grande crisi economica che ancora ci attanaglia, la cremazione incideva per il 10,87%. Il numero delle salme cremate fu di 63.611 su un totale di 585.526 defunti. Nel 2018 si è passati a 183.146 cremazioni su 633.133 decessi, cioè il 28,93%. Nello stesso periodo gli impianti di cremazione sono passati da 45 ad 83. La loro dislocazione è ora in grado di dare una significativa copertura del Nord Italia e in parte anche del Centro, mentre risultano ancora scoperte diverse zone del Sud e delle Isole. Come si evince dalla tabella, che rappresenta l’evoluzione numerica dei crematori dal 2010 al 2018, l’incremento degli impianti in 8 anni è stato di 29 unità.

Regione 2010 2015 2018 Delta18-10
Calabria 0 0 1 1
Campania 1 3 3 2
Emilia-Romagna 6 10 12 6
Friuli-Venezia Giulia 2 3 4 2
Lazio 2 2 3 1
Liguria 3 3 3 0
Lombardia 10 12 12 2
Marche 2 2 3 1
Piemonte 7 11 14 7
Puglia 1 1 2 1
Sardegna 3 3 4 1
Sicilia 1 2 2 1
Toscana 6 8 10 4
Trentino-Alto Adige 1 1 1 0
Umbria 1 1 1 0
Valle d’Aosta 1 1 1 0
Veneto 7 7 7 0
Italia 54 70 83 29

Se non ci fosse stata la reazione contraria del movimento No-Crem, che avversa strenuamente la costruzione di nuove istallazioni, la copertura del servizio nell’intero Paese, Mezzogiorno compreso, sarebbe stata molto più rapida e capillare. Lo stesso dicasi se lo Stato avesse fatto la sua parte promulgando, quando servivano, le norme di riferimento per i crematori in attuazione dell’art. 8 della L. 130/2001 e se, parimenti, anche le Regioni (salvo poche  eccezioni) avessero eseguito il loro compito di approvazione dei piani di coordinamento della installazione di crematori.

Parallelamente al crescere della cremazione di salme si è assistito anche al crescere della cremazione di resti mortali (che già incidono numericamente e mediamente per circa il 20% aggiuntivo rispetto al totale delle cremazioni di cadaveri). Una sorta di doppio funerale, visto che il sistema di sepoltura ad inumazione a tenuta stagna (un unicum italiano, ormai, a livello mondiale) determina la conservazione dei defunti e non la loro scheletrizzazione. Così passati 20, 30 o anche 40 anni il risultato è che in oltre il 90% dei casi non si deve procedere alla raccolta delle ossa, poiché ci si trova al cospetto di un defunto che si è corificato (alcuni più semplicemente dicono mummificato) e che non consente il riutilizzo della tomba per nuove sepolture, salvo il ricorso alla liberazione coatta (talvolta con inumazione, più spesso con la cremazione).

Circoscrizioni Salme2008 Resti2008 Crmz2008 Salme2018 Resti2018 Crmz2018
Nord-Ovest 32.479 7.428 39.907 74.570 17.732 92.302
Nord-Est 17.959 5.190 23.149 48.192 13.968 62.160
Centro 13.088 2.504 15.592 34.242 5.002 39.244
Sud 344 43 387 21.742 695 22.437
Isole 186 - 186 4.400 141 4.541
Italia 64.056 15.165 79.221 183.146 37.538 220.684

Cause di questo elevato aumento della cremazione, a parte l’evolversi dei costumi e la visione di quanto succedeva in altri Paesi, sono intervenuti altri fattori tra cui:
  • La percezione che la tumulazione stagna determini un doppio funerale (al momento del decesso e poi alla estumulazione), con importanti effetti economici e psicologici (per la incertezza nella trasformazione in ossa e il dolore nell’affrontare il secondo lutto). Al contrario, la cremazione viene percepita come un evento conclusivo e certo negli effetti ed igienicamente preferibile;
  • L’identificazione di questa pratica come più economica e, in tempi di crisi, ciò si è rivelato fondamentale: il funerale costa meno, perché si può scegliere la cassa di minor pregio con la giustificazione “tanto poi va bruciata …”. Anche rispetto alla sepoltura ha costi decisamente competitivi, perché non c’è bisogno di pagare la concessione di un nuovo loculo, potendo inserire l’urna in un tumulo già esistente oppure in una nicchia cineraria. In taluni casi si evita addirittura la sepoltura in cimitero scegliendo di custodire l’urna a casa (alcuni mossi dall’intento di mantenere il rapporto di vicinanza col defunto; altri spinti dall’opportunità di un’ulteriore forma di risparmio sulla sepoltura);
  • Il mutato atteggiamento della Chiesa, che è ora di accettazione, tranne per i casi di affidamento di urna familiare e di dispersione ceneri, tuttora osteggiati;
  • Il cambio di visione dell’imprenditoria funebre italiana che, da un originario timore di una ripercussione economica negativa (il prezzo del funerale in molti casi, sbagliando, veniva ancorato alla qualità del cofano, più facilmente giustificabile per la tumulazione) ha ora compreso che con lo sviluppo della cremazione si aprono possibilità importanti di offerta di nuovi servizi (casa funeraria, sala del commiato, tanatocosmesi, ecc.): meno soldi destinati alla sepoltura significano in parte risparmio per la famiglia che può così permettersi servizi aggiuntivi.
Sacrificati sull’altare: i bronzisti, i marmisti, i “cofanari”, gli “zincari”, i gestori di cimitero, che hanno visto un progressivo ed inarrestabile calo dei propri introiti. Ma anche i fioristi non ridono! Chi saranno i prossimi della filiera a piangere? Paradossalmente sembra che i prossimi a rimetterci economicamente potranno essere proprio i gestori di crematori, qualora non si proceda rapidamente a definire i bacini ottimali di gestione del loro servizio. Il rischio è infatti che se non si limitano e non si distribuiscono in maniera razionale le nuove installazioni di impianti di cremazione sul territorio, in un paio di decenni si potrebbero verificare effetti negativi per eccesso di offerta (Piemonte docet, in negativo!). Aggiungiamo che in alcuni Paesi del Nord Europa il gestore di crematorio sta cambiando modello di business: non più l’impianto industriale (stile “cenerificio”, per intenderci, dove perseguire il profitto massimizzando il numero di cremazioni per forno), ma un impianto di servizio, con un ampio ventaglio di attività e di servizi di contorno che arricchiscono l’offerta. I modelli di riferimento nel caso industriale sono i crematori tedeschi, per gli altri i crematori olandesi.

E, alla fine, fatto salvo quanto possa succedere per modifiche legislative, vi sarà anche un profondo cambiamento nel sistema imprenditoriale funebre italiano: sempre più imprese funebri finanziariamente importanti, semmai con proprie case funerarie (e qui occorrono soldi e non chiacchiere), reti di agenzie funebri che si appoggeranno a sistemi intermediari (centri servizi, imprese funebri di maggiore dimensione, capaci di fornire loro servizi). In poche parole, l’esatto contrario di “piccolo è bello”.
 
Daniele Fogli


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