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Il triste destino dei non reclamati

Un migliaio di corpi senza nome aspettano nelle celle frigo degli obitori un riconoscimento che probabilmente non avverrà mai.

Sono un migliaio i cadaveri non reclamati attualmente presenti in Italia, “parcheggiati” negli obitori degli istituti di medicina legale e nelle camere mortuarie degli ospedali, chiusi in anonime celle frigorifere in attesa che qualcuno venga ad identificarli.

Le storie dei cadaveri senza nome sono quasi sempre storie raccontate a metà, accennate e ricostruite sommariamente attraverso i pochi effetti personali ritrovati accanto ai corpi senza vita o i pochi indizi rinvenuti sulla scena del ritrovamento. Orologi, indumenti, qualche accessorio. Poco raccontano di quello che la persona era in vita e così questi “morti senza nome” vengono catalogati con dei numeri, in attesa che qualcuno venga a reclamarli.

Ci solleva la coscienza pensare che si tratti di clochard, senza fissa dimora che hanno scelto o si sono ritrovati a vivere un’esistenza fuori dagli schemi, quasi come se il vivere ai margini della società civile fosse un motivo valido per non meritare un riconoscimento o una degna sepoltura. Una convinzione errata che, come sappiamo meglio di altri grazie alla professione che svolgiamo, chiunque merita un trattamento rispettoso dopo la morte. Inoltre, è sorprendente e fa riflettere scoprire che gran parte di questi cadaveri senza nome non sono affatto clochard o immigrati irregolari: tra di loro ci sono anche uomini e donne provenienti da background familiari e sociali perfettamente inseriti nella comunità.

La regione con il triste primato del maggior numero di cadaveri senza nome è il Lazio con 253 corpi, seguita da Lombardia (131), Campania (91), Sicilia (74) e Veneto (61) (dati aggiornati a inizio 2022). Il fenomeno è comunque diffuso in tutto lo stivale, da nord a sud. Dare un nome a questi corpi sconosciuti non è semplice: il Commissario straordinario del Governo per le persone scomparse collabora con gli enti locali sulla base di linee guida per la circolazione delle informazioni, disciplinari per le azioni operative ecc. Per dare la possibilità a chiunque di poter aiutare nel riconoscimento di qualcuno di quei volti senza nome, il governo italiano ha istituito un registro generale nel 2007. Il registro è consultabile online tramite la compilazione di un modulo che consente di inserire dettagli specifici di persone scomparse a noi conosciute, in modo da poter confrontare le immagini delle salme presenti sul sito con la persona che stiamo cercando o che è scomparsa. Ogni volta che un cadavere viene identificato il registro viene aggiornato.

Un altro aiuto per la ricerca delle persone scomparse e l’eventuale identificazione di corpi senza nome è il sito del LABANOF, Laboratorio di Antropologia e Odontologia Forense, che attraverso lo studio delle salme senza nome si prefigge l’obiettivo di rivelare torture e violazioni dei diritti perpetrate ai danni di chi non può più chiedere giustizia per i torti subiti. Il LABANOF si occupa soprattutto di migranti e immigrati, ma non solo. Sul sito del laboratorio, nella sezione “Archivio sconosciuti”, si trova la documentazione in merito a numerosi cadaveri senza nome dal 1995 al 2022 con foto o ricostruzione al computer dei volti senza nome, immagini e descrizione degli indumenti e segni particolari come colore di occhi e capelli e cicatrici. Scorrendo il triste archivio di schede è facile capire come molti dei presenti siano in realtà uomini e donne di origine caucasica che potrebbero benissimo provenire da città e famiglie italiane inserite nella società, sfatando il mito che i cadaveri senza nome appartengano soltanto a migranti arrivati dal mare o immigrati. La maggior parte degli scomparsi è di sesso maschile anche se, in alcuni casi e a causa delle pessime condizioni del corpo, è impossibile identificarne il sesso.

Le informazioni fornite dal LABANOF e recuperate durante le indagini sui luoghi di ritrovamento vengono sempre confrontate con quelle relative alle persone scomparse in collaborazione con associazioni come Penelope e a programmi tv come “Chi l’ha visto?” nella speranza di poter dare notizie a familiari e amici di chi ha fatto perdere le proprie tracce da tempo.

Ma cosa accade a questi corpi dimenticati se non vengono reclamati o riconosciuti? Finiscono per rimanere chiusi in celle frigorifere per mesi o per anni. Ci sono corpi senza nome rinchiusi per 15 o 20 anni in attesa di essere riconosciuti o ritrovati dalle famiglie, fino a quando, a causa della mancanza di spazio all’interno degli obitori, vengono seppelliti in spazi adibiti ad ospitare proprio i cadaveri senza nome, con sopra una lapide che riporta solamente la data del rinvenimento. In altri casi invece si riesce a rintracciare e contattare la famiglia, ma non ci sono i soldi per sostenere le spese per funerale e sepoltura e ci si affida alle associazioni private o a Onlus come la Caritas. Nel caso in cui il corpo da identificare sia di un senzatetto, uno degli effetti personali che potrebbe essere fondamentale per l’identificazione è proprio la tessera delle mense di queste associazioni che grazie alla registrazione di nome e fotografia, possono fornire un’identità al defunto. E sono sempre queste associazioni che spesso pagano le spese per i funerali.
Quando invece non è possibile arrivare ad una identificazione, i cadaveri vengono inumati senza nome tramite il servizio delle municipalizzate per la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti. A Roma, ad esempio, se ne occupa Ama che ogni anno è incaricata di inumare circa 200 corpi nello spazio dedicato ai cadaveri non reclamati nel cimitero di Prima Porta. A Napoli è il cimitero della pietà di Poggio Reale che ospita questi defunti, seppelliti a spese del Comune. La situazione si ripete con lo stesso modus operandi nelle altre città italiane dove il Comune nel quale avviene il decesso si sobbarca l’onere della sepoltura. Tombe senza nome, con lapidi vuote. è questa la fine di molti morti non identificati: emarginati e invisibili in vita, dimenticati e ignoti dopo la morte.
 
Tanja Pinzauti

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