Coronavirus: le difficoltà nel settore cimiteriale

L’epidemia causata dal Covid-19 non ha fatto tremare solo il sistema sanitario, ma ha creato enormi problematiche anche a tutto il comparto funerario.

Di certo questa è la prima catastrofe naturale di rilevanti dimensioni dopo la “spagnola” che un secolo fa causò enormi perdite. All’epoca il 95%, o forse più, di sepolture era in terra, in campo comune. Solo meno del 5%, rappresentato dai benestanti, poteva permettersi la sepoltura in una tomba. E l’allora legislazione sia ordinaria che emergenziale prevedeva unicamente lo strumento della inumazione in terra, in fosse comuni o in fosse individuali.

Ancor oggi il sistema cimiteriale e quello dei crematori si basa su norme che di fatto risalgono ad un secolo fa, del tutto inadeguate ai cambiamenti che si sono verificati nel tempo. Allo stato attuale vi sono infatti città dove la cremazione ha raggiunto l’incidenza del 50% e a volte arriva anche oltre il 70%. Ciò avviene principalmente nelle aree metropolitane e nel Nord del Paese, con l’eccezione di Roma e del napoletano, dove i numeri sono comunque importanti. Rispetto a cent’anni fa, oggi il sistema cimiteriale italiano è in grado di assorbire, per buona parte dei territori, forti crescite di mortalità per eventi eccezionali come questo, con limitate criticità. Già il Ministero della Salute è intervenuto con la circolare 11285 del 1° aprile scorso (poi sostituita dapprima con la 12302 dell’8/4/20 e con la 15280 del 2/5/20), che ha fornito indicazioni di comportamento, da graduare diversamente in relazione alla specificità di ogni Comune. È stato quindi demandato al sindaco - sulla base di dette indicazioni statali - l’adozione, in raccordo col Prefetto, di ordinanze contingibili ed urgenti per fronteggiare la situazione che si può prospettare diversa laddove ad esempio vi sia la disponibilità di un crematorio, oppure dal comune dove invece ci può essere una scarsità di loculi, ma abbondanza di posti in campo comune, e così via. Il problema sarebbe stato rilevante se l’epidemia avesse colpito in modo significativo anche il Centro Sud, poiché si sarebbe verificata contemporaneamente sia la penuria di loculi che di fosse a terra. Già in diverse città del Sud e in alcune de Centro Italia si è in difficoltà per garantire le ordinarie sepolture, figuriamoci se ci fossimo trovati ad affrontare emergenze con richieste di sepoltura di 8, 9 volte a media storica di periodo, come è capitato in certi territori del Nord.  

Di certo occorre sapere che come il sistema sanitario ha dovuto reagire velocemente all’incremento inatteso e localizzato di posti letto, di terapie intensive, di approvvigionamenti necessari di macchine, servizi e personale, lo stesso è parzialmente accaduto anche per il sistema funebre, cimiteriale e per la cremazione. Le indicazioni del Ministero della Salute non sono però state sufficienti, essendo stati necessari provvedimenti emergenziali di Protezione Civile, in parte già arrivati, in parte ancora attesi, quali:
  • lo snellimento delle procedure autorizzatorie rendendo telematiche gran parte delle comunicazioni tra persone dolenti e uffici comunali e operatori funerari (attuato solo con Ordinanza di Protezione Civile 664 del 18/4/20)
  • la possibilità di far funzionare la rete dei crematori alla massima potenzialità concessa dalle strutture esistenti e quindi derogando molte limitazioni oggi esistenti, nonché integrarla, laddove necessiti per “fuori scala” di mortalità, con l’uso di crematori ad installazione rapida (mobili o containerizzati), principalmente dedicati a cremazione di resti mortali. Soluzione richiesta, ma che ancora non è stata attuata;
  • la messa a disposizione di modelli evolutivi della mortalità attesa per poter elaborare, almeno per le città medio-grandi, degli stress test per valutare la capacità di reazione a diversi shock di aumento della domanda di operazioni cimiteriali e di cremazione.
Vi sono anche soluzioni semplici, adottabili rapidamente da ogni Comune, con ordinanza contingibile ed urgente, come l’uso dei posti vuoti in tombe di famiglia consentendo l’ingresso oltre che ai parenti stretti anche ad amici (basta ampliare l’utilizzo dello strumento della benemerenza, già previsto dal DPR 285/1990). O ancora l’avvio preventivo di campagne di estumulazione massiva per recuperare posti in loculo da utilizzare al momento in cui dovesse arrivare un eccesso di domanda di sepolture.

Già il Governo ha permesso il ricorso a procedure semplificate per acquisto di beni e servizi da parte di Comuni, durante la fase emergenziale. Si è quindi reso necessario utilizzare a pieno anche questi strumenti per far fronte alla necessità di grandi richieste di sepolture.
Quello però che non è stato ben compreso è che non c’è l’obbligo della cremazione dei defunti infetti da Covid. Si sarebbero potuti usare ancor più efficacemente le grandi riserve di posti costruiti e di fosse di campo comune (in particolare al Nord) con semplici accorgimenti amministrativi ed operativi. Basta un’ordinanza contingibile ed urgente del sindaco per agire, motivatamente e temporaneamente, in difformità di leggi e regolamenti statali e regionali. A quel punto per creare rilevanti disponibilità di posti in tumulo sarebbe stato sufficiente effettuare estumulazioni con ritumulazione di resti mortali abbinati in un loculo (se non vi fosse stata la possibilità, di cremarli immediatamente). Questo avrebbe permesso di disporre in tempi brevi o medi di un numero soddisfacente di posti in tumulo. Soluzione che è valida anche oggi per prepararsi adeguatamente per il futuro, in caso accadesse una seconda ondata di mortalità eccessiva nel periodo invernale venturo. Cosa al momento del tutto possibile! In sostanza basta saper sfruttare a pieno l’enorme serbatoio di posti costruiti nei due secoli passati (e di fosse, quando siano disponibili). Occorre capacità inventiva e l’adozione dei giusti strumenti normativi, amministrativi ed operativi per attrezzarsi preventivamente al bisogno.

Occorre poi tornare a ripensare alla centralità dei piani regolatori cimiteriali e a cosa prevedere in tali piani non solo per la ordinarietà (per il rispetto degli standard di legge), ma anche per garantire la sepolture in fase epidemica.

È infine da sottolineare e ribadire che, come il sistema della salute, nel sistema funerario convivono realtà pubbliche e realtà private. Ognuna sta cercando di dare il massimo apporto possibile per garantire servizi difficili e delicati in tempi emergenziali come questi. Senza molte lodi, a dir la verità, visto che quasi sempre ci si è dimenticati dell’opera che è stata e che continua giornalmente ad essere garantita da decine di migliaia di operatori che anch’essi, al pari del personale sanitario, hanno messo e mettono tuttora a rischio la propria vita. Il tutto con un sistema funebre, specie nella Bergamasca, che è andato in tilt, vista la valanga di defunti che si è presentata in poche settimane, tanto che, come ben noto, sono dovuti intervenire i mezzi militari per il trasporto di centinaia di feretri da far cremare in altre parti del Paese. È però da annotare che è
Non è apparso adeguatamente valorizzato un progetto di associati a Utilitalia SEFIT, ma aperto a tutti, costruito d’intesa con la Protezione Civile nazionale, per la creazione di un network volontario tra tutti i crematori italiani. Ogni giorno gli aderenti hanno messo a disposizione, se localmente la mortalità lo consentiva, posti in cremazione per assorbire parte della domanda nelle zone del Nord e parte del Centro, in cui si sono avute le punte di massima mortalità. E un domani potrebbe valere il viceversa. La Protezione Civile ha potuto usufruire di un sito web dedicato dove giornalmente erano individuate le disponibilità di ogni crematorio aderente. È un esempio che in rete si possono fare cose importanti, insieme.  
Un’altra lezione che abbiamo imparato da questa epidemia è la fragilità della rete dei crematori, senza alcuna valutazione preventiva di sistemi di garanzia per eccessi di domanda, come pure per semplici fermi impianto. Si impone un profondo ripensamento dell’attuale sistema.

Sarebbe infine sbagliato tacere quando c’è chi, di questi tempi infausti, invoca - a prescindere - la garanzia del diritto alla cremazione. Occorre ricordare che esso è un diritto comprimibile, allo stesso modo di come è stata, ad esempio, la nostra libertà individuale, dato l’obbligo di restare dentro le case per evitare il propagarsi della epidemia. Parallelamente la cremazione, quando non c’è la materiale possibilità di effettuarla, non la si fa o la si rinvia se possibile rimandarla. E per garantire la salute pubblica occorre provvedere rapidamente al trasporto funebre e alla sepoltura dei feretri.

È bene rassicurare la popolazione che, una volta cessato completamente il pericolo dell’epidemia, verranno ricercate soluzioni adeguate per favorire l’elaborazione del lutto, anche se ancora oggi i servizi cimiteriali sono in larga parte costretti ad operare con l’obiettivo esclusivo della salvaguardia dell’igiene pubblica. Occorrerà ancora per qualche tempo mantenere il distanziamento sanitario e quindi anche il rito di commiato dovrà essere limitato. Sono rinunce dolorose, di cui si è pienamente consapevoli, ma che sono sempre state un poderoso argine in qualunque epidemia alla sua diffusione. E sono le prime indicazioni di ogni manuale di gestione delle epidemie dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Già ora è però utile chiarire che lo shock a cui è stato sottoposto il sistema funebre, cimiteriale e delle cremazioni in Italia ha fatto emergere vistose falle nella normativa esistente e nell’attuazione della programmazione regionale degli impianti di crematori, prevista dalla L. 130/2001 (tranne qualche Regione, totalmente disattesa). Serve una normativa emergenziale, ma serve ancor di più una normativa ordinaria che permetta la funzionalità del sistema secondo moderni criteri gestionali, con meno interessi economici in gioco da controbilanciare e più interessi collettivi da soddisfare. Il nostro Paese ha una ricchezza cimiteriale cospicua, creata in diversi secoli, monumentale o anche solo quantitativa. Si tratta di utilizzarla al meglio.

Se vogliamo essere onesti con noi stessi dovremo ammettere che nessuno aveva mai ipotizzato un avvenimento di questo genere. Non esisteva un piano pandemico nazionale aggiornato per affrontare emergenze di questo tipo, almeno per le grandi città e i capoluoghi di provincia. Analogamente non c’era un piano pandemico per il settore funerario, e nemmeno strumenti normativi efficaci di intervento rapido. Per non parlare dei problemi di assetto istituzionale (rapporto Stato-Regioni-Comuni) che bloccano o interferiscono con soluzioni statali.

Dagli errori occorre imparare per correggerli per il futuro. E in questi mesi abbiamo imparato molto, moltissimo. Ora dobbiamo mettere questa esperienza a frutto per i prossimi 18/24 mesi (fino a che non avremo una immunità di gregge o un efficace il vaccino), quando si pensa che avremo introiettato anche questo virus come altri influenzali. Fino ad allora dovremo convivere con una situazione borderline, che dovrà essere gestita con pazienza, capacità e collaborazione.
 
Daniele Fogli


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