Il suicidio in Occidente e in Oriente

Congedarsi dal mondo

Almeno finora, non mi è mai venuto in mente di uccidermi. Si sono invece congedate dal mondo, nel corso della mia vita, cinque persone che ho conosciuto abbastanza bene: un compagno di scuola, due colleghi, la moglie di un mio caro amico, una lontana parente”. Inizia così il capitolo introduttivo del nuovo libro di Marzio Barbagli, docente di sociologia dell’ateneo bolognese, da poco pubblicato da Il Mulino. Un incipit quasi confidenziale, per presentarci il soggetto dell’opera, il suicidio, come un evento che inevitabilmente irrompe nella nostra vita, anche in modo indiretto e marginale, ma che è comunque presente e su cui ci siamo certamente trovati a riflettere almeno una volta.
Perché una persona può giungere all’atto estremo di togliersi la vita? Nella sua opera Barbagli ripercorre la storia dell’umanità, dalle società primitive fino ad arrivare ai giorni nostri, analizzando il fenomeno nell’ambito prima della civiltà occidentale e poi di quella orientale (Cina, India e Medio Oriente).
Dalla sua indagine emerge che, in linea generale, le principali cause di suicidio non sono variate di molto attraverso i secoli e che, contrariamente a quanto si sosteneva in passato, non è affatto vero che il togliersi la vita sia una pratica tipica delle società evolute mentre risulti sconosciuta tra i popoli primitivi. In passato, come oggi, si poteva arrivare a suicidarsi a causa della perdita di una persona cara, dell’onore o per via della miseria; la rinuncia alla propria vita diveniva all’improvviso l’unica soluzione per mettere fine ad un dolore insopportabile e per il quale l’individuo non riusciva a trovare e a mettere in atto alcun rimedio.
Inoltre, osservando i comportamenti di popoli lontanissimi fra loro sia geograficamente che per grado di sviluppo civile e per tipologia di società, l’autore rileva come di fatto l’atteggiamento del gruppo nei confronti di colui o di coloro che si tolgono la vita sia molto spesso di profonda condanna. Nell’Europa del Medioevo, così come in alcune società primitive, il cadavere del suicida veniva seppellito lontano dagli altri defunti per evitare contaminazioni; lo si considerava, insomma, come un qualcosa di maledetto e di pericoloso. Nonostante ciò, vi sono esempi di suicidio in qualche modo tollerato dalla società, così come la vendetta da parte dei parenti della persona che si era tolta la vita: è il caso degli indiani che abitavano il Gran Chaco, in Argentina, o dei Thlinkets, popolazione dell’Alaska, ma soprattutto di alcuni gruppi etnici della Costa D’Oro, in Africa, dove ancora nell’Ottocento era previsto dalle norme che se una persona si toglieva la vita i parenti, per vendetta, avessero diritto di uccidere il responsabile.
Particolarmente interessante è il capitolo dedicato all’analisi del fenomeno nell’Europa contemporanea perché nel corso del Novecento sono via via crollate certezze che avevano conosciuto il più ampio seguito e secondo le quali l’evoluzione della società europea avrebbe avuto come inevitabile destino un aumento esponenziale dei casi di suicidio. Così non è stato e, già negli anni ’30, queste teorie iniziarono ed essere messe in dubbio; nonostante due guerre mondiali, i campi di sterminio e la miseria del dopoguerra, il tasso dei suicidi nei Paesi dell’Europa occidentale è andato abbassandosi di anno in anno. Parallelamente è nata e si è evoluta una nuova concezione della rinuncia alla vita, l’eutanasia, che alcuni Paesi hanno regolarizzato per legge e che è certamente conseguenza di un progresso in termini di laicizzazione dello stato e della società.
Tra i capitoli dedicati alle civiltà orientali, oltre a quelli che espongono le caratteristiche del suicidio nei secoli passati, fondamentali per capirne la natura in popoli con tradizioni estremamente differenti da quelle occidentali, preme sottolineare l’importanza delle analisi che costituiscono il settimo capitolo dedicato al fenomeno, attualissimo ed altamente tragico, dei kamikaze, i “corpi bomba”. Esempio estremo di quello che Durkheim, sociologo del XIX secolo, avrebbe classificato tra i “suicidi altruistici”, nel senso che non vengono realizzati per scopi personali, ma collettivi, quella degli uomini (e donne) bomba è una pratica che Barbagli spiega partendo “più che dalle caratteristiche psicologiche e sociali delle persone che le eseguono, dalle esigenze politiche e militari delle organizzazioni che le decidono e le preparano, dagli sforzi disperati che esse fanno per raggiungere i loro obiettivi ambiziosi con mezzi limitati, oltre che naturalmente dalle tradizioni culturali dei paesi nei quali si muovono”.
L’opera di Barbagli, bravissimo narratore che in ogni suo libro è capace di mantenere alto l’interesse del lettore proprio attraverso la ricchezza dei racconti e dei tanti aneddoti, è soprattutto una indagine circostanziata sulla pratica del suicidio e sulla percezione che si aveva e che si ha di questo atto estremo di annullamento di sé, una riflessione profonda che vuole scandagliarlo da ogni punto di vista, attraverso lo studio di popolazioni e di società diversissime fra loro, allo scopo di conoscerlo in ogni suo aspetto per tentare di comprenderlo al pari di ogni altro comportamento umano.
 
Daniela Argiropulos

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