IL CIMITERO DI NOVODIEVICI

Nel corso delle nostre peregrinazioni professionali rari sono i momenti di inattività. Tutto è già previsto nel piano di viaggio. Tra allestimenti, presenza in fiera, appuntamenti di lavoro, incontri, banchetti ufficiali, ben poco tempo rimane da consacrare a visite di siti o monumenti di cui molto si è sentito parlare e che rimangono in un angolo della memoria, pronti a farsi vivi non appena la prossimità geografica li ripropone nella sua realtà palpabile.

Il caso del cimitero e più generalmente del complesso di Novodievici è, a questo titolo, esemplare. Nelle decine di viaggi effettuati a Mosca sempre, per una ragione o per l'altra, ci era stato impossibile visitare quel luogo, certamente uno dei più importanti della storia e del patrimonio culturale di quel Paese. Ora una tempesta di neve non prevista, ora un problema urgente da risolvere e che manda all'aria ogni programma, ora una indisposizione improvvisa: per farla breve c'era sempre qualche impedimento che ci rinnovava, con perfida ritmicità, la frustrazione per la mancata escursione.

Con tanto più piacere, dunque, in occasione dell'ultimo viaggio nelle bella capitale russa per partecipare a Necropolis, la fiera funeraria di riferimento dell'immenso Paese, abbiamo trovato, alla buonora!, il tempo per soddisfare il nostro appetito di conoscenza dell'inclito sito. Il tutto grazie ad una programmazione del ritorno nel tardo pomeriggio che ci ha concesso, in una bella giornata d'autunno, di passare la mattinata nello storico complesso.

Occorre precisare, tanto per dare un'idea dell'importanza del luogo, che esso è iscritto, dal 2004, nella lista dei patrimoni culturali dell'umanità redatta dall'Unesco. Fa parte, quindi, di quegli 812 beni ai quali viene riconosciuto un valore universale eccezionale. Di essi 628 comprendono beni culturali propriamente detti (chiese, siti archeologici,…), 160 siti di valore naturalistico (in Italia, ad esempio, vi sono la costa amalfitana, le isole Eolie, la valle dell'Orcia, …) e in 24 casi si tratta di beni misti. Essi sono distribuiti in 137 stati, quasi i due terzi di quelli esistenti. Per informazione, e non per stupido sciovinismo, la lista è capeggiata dall'Italia (40 siti), seguita dalla Spagna (38), dalla Francia (30) e via di seguito. Le ragioni che hanno condotto alla inclusione del complesso in questione nel prestigioso elenco vanno ricercate nel fatto che esso rappresenta l'esempio più straordinario dello stile "barocco moscovita" della fine del XVII secolo, integrando, dal punto di vista politico, storico e culturale, l'altro sito della capitale facente parte dell'elenco, e cioè il Cremlino con la piazza Rossa.

Il convento di Novodievici, conosciuto anche sotto il nome di Monastero di Bogorodize-Smolensky, è rimasto praticamente immutato dal diciassettesimo secolo in poi. Il suo nome viene talvolta tradotto come "convento nuovo delle vergini". Altri sono propensi a tradurre "delle fanciulle", ancorché i due termini non siano esattamente sovrapponibili visto che rimane da dimostrare che tutte le vergini siano fanciulle (ve ne sono anche, purtroppo per loro, di stagionate) così come pure risulta arduo, se non impossibile, affermare categoricamente che tutte le fanciulle siano vergini.

Sia come sia, esso costituiva una struttura deputata all'accoglimento, sotto l'alta e vigilante protezione dei severi popi ortodossi, di donne dell'aristocrazia russa e della famiglia reale che per diverse ragioni (carattere ribelle o, pensando agli amici siciliani, magari a causa di una "fuitina", istituto socio-culturale ben noto nella Trinacria che anche se, come spesso accadeva, non consumata proprio per senso spiccato dell'onore dei fuggitivi, veniva considerata formalmente come offesa all'onore delle famiglie coinvolte e quindi suscettibile di condurre al "matrimonio riparatore", quello sì molto meno platonico come facilmente possiamo immaginare) venivano spedite, raramente per vocazione, nei santi luoghi. Tra le ospiti illustri costrette a prendere il velo ricorderemo Irina Godunova (moglie di Fiodor I e sorella di Boris Godunov che visse egualmente al convento fino al giorno in cui si impadronì lui stesso del potere), Sofia Alexeyevna, sorella di Pietro il Grande, ed ancora Eudoxia Lopukhina moglie dello stesso.

Il convento venne fondato nel 1524 dal Gran Principe Vassili III per commemorare la conquista di Smolensk del 1514. Esso fu costruito come fortezza in uno dei meandri del fiume Moskva e divenne un caposaldo della cintura difensiva del sud di Mosca. Al momento della fondazione ricevette una dotazione di 3000 rubli, nonché i villaggi di Akhabinevo e Troparevo ai quali si aggiunsero, più tardi, altri donati da Ivan il Terribile. Esso accompagna tutta la storia del Paese e nel 1812 le monache riuscirono a stento a salvarlo dalla volontà distruttrice di Napoleone. In "Guerra e Pace" di Tolstoi, Pietro doveva essere giustiziato proprio sotto le mura del convento. In un altro capolavoro dello stesso Autore, "Anna Karenina", il personaggio principale, Costantino Lyovin, incontra la futura moglie mentre sta pattinando in prossimità delle mura del monastero. In effetti il "campo delle vergini" (così si chiamava il prato antistante al convento) costituiva la pista di pattinaggio su ghiaccio più nota e frequentata nella Mosca del diciannovesimo secolo. Tolstoi, che risiedeva nei dintorni, nel distretto di Khamovniki, amava volteggiare, pattini ai piedi, sul lastrone gelato.

Ovviamente durante il periodo sovietico il monastero venne chiuso e soltanto nel 1945 la cattedrale fu restituita ai credenti. Nel 1980 vi fu stabilita la residenza del Metropolita di Krutitsy e Kolomna e, nel 1994, le monache vi fecero ritorno sotto l'autorità dello stesso. L'edificio più importante, che è pure il più antico, è la grande cattedrale dai cinque cipollini, costruita da un architetto italiano nel 1524-25 e dedicata alla sacra icona di "Nostra Signora di Smolensk". In essa si trovano affreschi tra i più raffinati di Mosca, realizzati in maggioranza durante il regno di Ivan il Terribile. Nel 1683-85 venne posta una iconostasi (così si chiama quella specie di separazione posta sull'altare dietro la quale vanno e vengono gli officianti durante le cerimonie religiose) le cui cinque logge ospitano icone realizzate da grandi pittori russi del diciassettesimo secolo come Simeon Ushakov e Costantino Zubov. Il campanile, struttura snella di 72 metri (il più alto dopo quello di Ivan il Grande), concorre ad unificare, armonizzandolo, l'insieme architettonico. In un primo tempo i personaggi di spicco, nobili soprattutto, venivano sepolti all'interno del complesso, come del resto accadeva in altri famosi monasteri moscoviti come quelli di Danilov e di Donskoi. Successivamente venne deciso, nel 1898, di aprire una necropoli all'esterno delle mura del convento.

Ed è in essa che, con timore reverenziale e memori delle tante citazioni udite nel corso degli anni, siamo penetrati in una fresca e ventosa mattinata del meraviglioso e tonificante autunno moscovita. Le foglie ingiallite facevano tappeto al nostro incedere attutendo, quasi per dare maggiore solennità al momento, il rumore dei nostri passi. La carta che ci era stata fornita, dietro pagamento (tant'è!), al chiosco d'ingresso guidava il nostro andare. Eravamo soli nella necropoli. Qualche giardiniere (quasi tutti, se non tutti, portatori di handicap; lodevolissima iniziativa dell'amministrazione del luogo) ci aiutava a trovare le tombe di difficile reperimento. Tutto un periodo della storia e della cultura di quel grande, affascinante e tormentato paese che è la Russia ci investiva con la dolcezza e la fissità, eterna, dei monumenti. In un luogo che rimette tutti allo stesso livello realizzando paradossalmente proprio lì quel "comunismo", quell'egalitarismo della morte ("davanti" e "nella" quale siamo tutti uguali: ricchi e poveri, belli e brutti, intelligenti e cretini, bianchi e neri...), che tanti tra i sepolti a Novodievici avevano tentato (chi con l'aggressività, talvolta anche violenta, chi con l'astuzia e con la menzogna) di imporre a tutto il mondo in nome di una utopia, generosa sulla carta ma spesso sanguinaria nei fatti, e di un modello di società che si è rivelato definitivamente fallimentare. E da un paradosso all'altro fa uno strano effetto osservare, meditando, le tombe di illustri esponenti del partito mentre dall'altra parte del muro si odono, provenienti dal monastero, i rintocchi cristallini delle campane che chiamano i fedeli a raccolta per cerimonie che in altri tempi, non molto lontani, garantivano a chi vi partecipasse la deportazione nei casi benigni e la fucilazione quasi sempre. Il tutto nel nome della libertà dell'uomo. Che cosa avrebbero potuto pensare gli illustri nomenklaturisti se qualcuno li avesse avvisati, mentre erano ancora in vita, che il loro riposo eterno sarebbe stato allietato dalle note delle campane di una chiesa piuttosto che dai botti dei cannoni dell'Armata Rossa?

Non bisogna dimenticare infatti che, vista l'importanza storica ed il prestigio immenso ad essa associato, quel luogo era diventato, durante la dittatura, la necropoli della nomenklatura. Personalmente non ho mai nutrito simpatie per quel sistema (affermazione eminentemente personale che non coinvolge minimamente la redazione in seno alla quale e grazie a Dio ognuno è libero, senza timore di sanzioni, di pensare quello che vuole) al quale, quando ho ritenuto utile farlo, mi sono, in coerenza con le mie idee, opposto. Rimane il fatto che in un luogo come quello anche gli antichi rancori svaniscono e quei monumenti, belli o meno belli, sono lì a ricordarci che sotto di loro vi sono i resti di un uomo prima ancora che di un avversario politico e che come tali meritano il rispetto e la pietà che dovrebbe suscitare in noi il grande mistero della morte. Così percorriamo i vialetti accompagnati dalla deliziosa Olga, figlia di una poetessa amante dell'Italia e autrice tra l'altro, durante un lungo soggiorno a Capri, di una raccolta di belle poesie scritte direttamente in italiano, ripensando, man mano che i monumenti sfilano davanti a noi, a tanti momenti della storia recente di cui abbiamo seguito talvolta con ansia, talaltra con irritazione o ancora con sollievo lo svolgersi. L'austera figura di Gromyko, che occultava sotto una rudezza apparente una intelligenza diplomatica fuori del comune, si presenta a noi durante i suoi interventi, come ministro degli esteri dell'Urss alle Nazioni Unite. Per non parlare di Kusciov, il popolare Nikita Sergueievitch (quello della scarpa sbattuta sul tavolino dell'Onu) che dopo un breve soggiorno tra i "grandi" della piazza Rossa aveva trovato, visto l'eccesso di affetto che i cittadini manifestavano nei suoi confronti, il riposo eterno nella pace di Novodievici. Guadagnandoci, ci pare, largamente al cambio. Malgrado la bonarietà apparente anche lui sapeva mostrare i denti. Ripensiamo alla rivoluzione ungherese del 1956 (altri la definiscono una contro-rivoluzione; chiamiamolo, tagliando la testa al toro, un sollevamento) ed ai carri armati che in quella triste ed indimenticabile notte novembrina invasero, sotto la regia di Andropov, Budapest, alla faccia degli accordi sottoscritti qualche ore prima con Imre Nagy e con il famoso ed eroico ufficiale Pal Maleter (entrambi sepolti nel famoso cimitero della via di Fiume a Budapest), mettendo così al potere il dimesso e manovriero Janos Kadar che seppe agire facendo dell'Ungheria il primo paese del patto di Varsavia a trovare una certa forma di libertà e di relativo benessere per i suoi abitanti. E poi i musicisti, come il violinista Oistrach che nel monumento che lo ricorda ritrova lo strumento a lui caro. Ci fa piacere pensare che fosse parente, forse antenato, dell'immenso David Oistrach che abbiamo avuto il privilegio di ascoltare dal vivo in una esecuzione che ancor oggi, a decenni di distanza, ci riempie di emozione facendoci venire i brividi solo a pensarci. Senza dimenticare tutti quei personaggi che contribuirono al prestigio tecnologico della defunta Unione Sovietica. Si pensi agli Antonov od ai Tupolev, progettisti di aerei tuttora operativi malgrado le numerose catastrofi che, non tanto per difetti tecnici quanto per incuria assoluta nella manutenzione, contribuiscono a darne una immagine sinistra. E poi i cantanti, come il notissimo Scialiapin od i ricchi mercanti della capitale russa. O certi militari di rilievo, come il Generale Lebed, il cui peso nella storia russa recente è incontestabile. Tutti ricordano il suo intervento decisivo in occasione del tentativo di colpo di stato dell'agosto 1991 volto a ripristinare l'antico regime e che aprì la strada all'energico ed allora amato e non ancora corrotto Boris Eltsin. Lebed che aveva intrapreso una carriera politica presentandosi nel 1996, con scarso successo nonostante le previsioni, ad una elezione presidenziale (di cui abbiamo ancora vivi i ricordi dei suoi interventi su una rete televisiva russa che ricevevamo in un albergo della capitale dove abitualmente si scendeva) rimase vittima a 52 anni nel '92 di un incidente di elicottero mentre si trovava ad essere Governatore della provincia di Krasnoiarsk. Ora riposa, sotto un poderoso monumento in bronzo, all'ombra della cattedrale di Novodievici.

Abbiamo volutamente lasciato, per ultimi, gli scrittori, ed in particolare due giganti della letteratura russa: Nikolaj Gogol e Anton Tchekov. Si trovano poco distanti l'uno dall'altro quasi a significare che i grandi spiriti si ritrovano. Anche dopo la corta parabola terrena. Davanti al monumento di Gogol riprende forma nel nostro pensiero il Pavel Ivanovich Cicikov (quello che andava in giro per la Russia comperando "anime morte", cioè i nomi dei contadini morti ) del suo capolavoro, ovvero, pensando alla produzione teatrale, il giovane impiegato di Pietroburgo Chlestakof scambiato dai pavidi e corrotti notabili di un paese di provincia per un ispettore la cui visita in incognito era attesa e temuta.

Quanto a Tchekov , medico (solo saltuariamente per portare aiuto ai sofferenti in caso di epidemie) e letterato (essenzialmente e fortunatamente), come non rituffarsi voluttuosamente nelle atmosfere, più che nelle vicende, ovattate e statiche (la staticità intrinseca al teatro realista russo viene portata all'esasperazione) che caratterizzano, soprattutto nei suoi capolavori ("Zio Vania", "Il gabbiano", "Il giardino dei ciliegi", "Le tre sorelle"), il suo ruolo anticipatore nella storia della drammaturgia moderna? Come non chiudere gli occhi e pensare con rimpianto allo scempio che viene talvolta fatto di tali opere da registi che, per concessione alla moda o per narcisismo, le propongono indulgendo in messe in scena iper moderne dove i personaggi arrivano vestiti in jeans laddove, secondo noi a costo di essere tacciati di essere conservatori e tradizionalisti, una messa in scena "classica" parrebbe doversi imporre.

Non abbiamo sin qui citato personaggi femminili. Ne ricorderemo uno il cui monumento bronzeo è tra i più importanti del cimitero. Ricoperto in permanenza da montagne di fiori, esso ospita i resti di Raissa Gorbaciova, la bella moglie di Gorbaciov prematuramente scomparsa. L'impressione è che il sentimento collettivo sia molto più favorevole alla defunta di quanto non lo sia nei confronti del marito che, piaccia o no, è il massimo responsabile dei cambiamenti verificatisi in Urss e, di conseguenza, nel mondo nell'ultima parte del ventesimo secolo. È ben noto che Gorbaciov non è mai stato amato dal suo popolo. È probabile, a nostro modo di vedere, che l'anima slava, sentimentale e passionale privilegi la bella storia d'amore che ha legato queste due persone e che focalizzi il suo affetto sul personaggio che di solito, in questo tipo di storie, ha il ruolo principale: la donna.

Abbiamo lasciato Novodievici profondamente commossi (senza tuttavia arrivare alle crisi d'asma che attanagliavano Proust davanti a certi quadri) con l'intima sensazione di aver compiuto più che una visita un pellegrinaggio. Fortemente convinti, inoltre, della pregnante attualità dei versi di Ugo Foscolo nei "Sepolcri": " A egregie cose i forti animi accendono / L'urne de' forti, o Pindemonte …".

Dopo questa parentesi di pace, la capitale della nuova Russia ci ha sommersi con la volgarità esibizionista e chiassosa dei nuovi ricchi, buffi e goffi nelle loro rutilanti 4x4 (mai visto tante Porsche Cayenne in una sola strada: quella dove si trova il bar "Vogue", punto d'incontro alla moda della Mosca "very in"). Ci veniva in mente il dire dell'indimenticato ed indimenticabile Franco Battaglia, catanese di vecchia e benestante famiglia ed allenatore della squadra di rugby in cui ci siamo rotti, essendo più giovani, qualche osso; vedendo, ironico osservatore, certi soggetti (che esistevano come oggi anche allora, l'Italia non essendo purtroppo immune, anzi!, da certe forme deteriori di volgarità) diceva: "Al circo si vedono scimmie vestite in smoking; ma sempre scimmie sono! Min….!".

 
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