In Malesia

Il cimitero cinese di Malacca

Il nostro ruolo di "viaggiatori" ci ha condotti, grazie a felici vicende personali, alla scoperta di un paese, la Malesia, e di una città, Malacca, di cui la grande maggioranza di noi conosce poco o nulla se si eccettuano il circuito automobilistico di Sepang (grazie alla Formula 1), le torri Petronas di Kuala Lumpur (fino a poco tempo fa le più alte del mondo con i loro 452 metri) o, per i meglio informati, l'albero "haevea brasiliensis", quello che fornisce il caucciù che per decenni ha assicurato la prosperità del Paese.
Oggi la Malesia, che ha festeggiato lo scorso anno il cinquantenario della "Merdeka" e cioè dell'indipendenza dall'impero coloniale britannico, è un paese dallo sviluppo costante e tranquillo, con un benessere diffuso che si impone all'occhio del viaggiatore sin dall'arrivo all'immenso, pulitissimo e funzionale aeroporto di Kuala Lumpur che molti considerano il più bello del mondo. Senza parlare poi della capitale stessa i cui edifici, arditi e di sicuro interesse architettonico, colpiscono chi ci arriva per la prima volta (facendo immediatamente correre il pensiero verso gli "skylines" di New York, Singapore, Shanghai, Hong Kong) al pari delle autostrade modernissime ed amplissime, ornate di fiori dai colori sgargianti nel terrapieno centrale e circondate da distese senza fine di quelle palme da cui si estrae il "palm oil", l'olio di palma che costituisce oggi, assieme al petrolio estratto nel Borneo malese (soprattutto nel Sarawak, che con il Sabah è una delle due province della Malesia orientale situate in quel Borneo condiviso con l'Indonesia al sud e col ricchissimo, per petrolio, Sultanato del Brunei tra le due province), la ricchezza principale del paese. Basta osservare il corso di tale risorsa sul mercato delle materie prime per rendersi conto della sua importanza nell'economia generale dello stato. Il parco automobilistico, essenzialmente di origine asiatica, è di ottima qualità ed una ventina d'euro sono sufficienti per fare il pieno di una vettura di media cilindrata assicurando così la possibilità di muoversi senza spendere quei patrimoni che dobbiamo sborsare in Europa. Una corsa in taxi di 450 km ci è costata, ad esempio, un'ottantina d'euro, il prezzo cioè di un Parigi - Roissy o di un Milano - Malpensa con la differenza che in questi ultimi casi si tratta di poche decine di chilometri.
La terza ricchezza del paese è costituita dallo stagno: il peltro che lì si trova è di eccellente qualità ed a prezzi da sogno per noi europei. Un paese, insomma, che nonostante i problemi (e chi non ne ha?) progredisce costantemente anche grazie ad una gioventù gradevolissima e studiosa. La colonizzazione britannica ha, checché se ne dica, lasciato tracce molto positive per quanto riguarda sia il funzionamento dell'amministrazione (orientato ad un sano pragmatismo, malgrado certi episodi sporadici di corruzione) quanto il sistema d'insegnamento. Fa piacere vedere ancora i giovani e le giovani uscire dai loro istituti scolastici, anche superiori, indossando le divise dai colori della scuola, nel più puro stile d'oltremanica (o della britannicissima Madrid di certi quartieri - Retiro, La Moraleja!) e non, come succede in certi paesi europei, sbracati o, per parlare delle ragazze, con quei volgarissimi ed orribili jeans che arrivano appena sopra il pube esponendo così una zona anatomica che molto raramente risulta "avantageuse" per chi ne fa mostra. Senza parlare degli eventuali monili infilzati nelle carni spesso molli, per eccesso di "merendine", nonostante la giovane età delle interessate.
Un altro vantaggio della Malesia risiede nella commistione di origini, razze e religioni che ne fanno un'entità estremamente variegata e stimolante. Per chi, come noi, è originario di una città, Trieste, che si trova al confluente di tre culture, la latina, la germanica e la slava, è chiaro che tale "melting pot" risulta del più grande interesse. In effetti quel lontano paese presenta tre gruppi etnici: gli autoctoni o malesi propriamente detti (il 60%, essenzialmente musulmani di lingua malese anche se, nonostante qualche recente episodio di fanatismo fomentato da gruppi integralisti del sud della confinante Thailandia, si tratta di un islam moderato; la prova ne è che pur portando il foulard le ragazze sono estremamente libere: rivolgono con un sorriso la parola allo straniero apostrofandolo con un "Welcome to Malaysia!" e, sulle panchine dei parchi pubblici si sbaciucchiano, velo sul capo, con i loro fidanzatini come fanno tutte le ragazze del mondo e come con tanta poesia ricordava il grandissimo, di madre napoletana, Georges Brassens nella celeberrima canzone del '54 "Les amoureux des bancs publics"), i cinesi (25%, buddisti, confuciani e taoisti di lingua mandarina, cantonese, hokkien, hakka ed altri dialetti del sud) e gli indiani (10%, essenzialmente tamoul del sud, induisti o musulmani di lingua tamil). Questi tre gruppi convivono da secoli senza problemi.
È quindi facile trovare, nel raggio di poche centinaia di metri, una moschea seguita da un tempio indù, da uno buddista e da una chiesa cristiana (magari dedicata a San Francesco Saverio che visse in quelle contrade e che gode di grandissimo favore presso quelle genti) dove i fedeli di tutte queste religioni praticano tranquillamente e devotamente i propri riti talvolta con un chiasso notevole. Si pensi al "subuh", la prima, all'alba, delle sei preghiere giornaliere intonate dal muezzin (oggi più che del muezzin si tratta di un cd a pieno volume) dall'alto del minareto, o al baccano infernale scatenato da certi indù alla stessa ora, se non un po' prima, con l'ausilio di stridule trombette e di sonori tamburi mentre il bramino, come un'apparizione, a torso nudo ed avvolto da volute di incenso va e viene portando ieraticamente offerte alla divinità cui il tempio è consacrato. I rapporti intercomunitari sono in generale eccellenti se si eccettua, negli ultimi anni, una volontà, da parte di alcune frange minoritarie della maggioranza malese-musulmana, di mettere le mani sulle ricchezze accumulate dalla comunità cinese, Hokkien essenzialmente, che, grazie allo spirito di iniziativa, all'industriosità ed al senso degli affari proprio di quelle genti, possedeva i tre quarti delle ricchezze del paese dominando il settore finanziario (banche) e commerciale. Essi comunicano abitualmente tra di loro in inglese, la lingua dell'ultimo colonizzatore. Curiosamente anche le colonizzazioni sono state tre, ed in particolare a Malacca che è la città storicamente più importante del paese. Qui esiste ancora una comunità portoghese che festeggia ogni anno, nel suo "settlement", il patrono São Pedro, il 29 di giugno. Del resto parecchie centinaia di parole della dolce lingua di Camões sono state recepite dal "bahasa Malaysia" la lingua nazionale stretta parente di quel "bahasa Indonesia" parlato, più rapidamente, dai vicini abitanti delle isole della Sonda. Ai lusitani succedettero gli olandesi. Da ultimo giunsero gli inglesi che sostituirono i batavi che riorientarono le proprie attività nella vicina Indonesia (ciò spiega, tra l'altro, l'altissima concentrazione di ristoranti indonesiani nei Paesi Bassi). Forse più che di inglesi sarebbe corretto parlare di britannici visto che tra di essi v'erano numerosi scozzesi che riuscirono a trovare, nella "rain forest" primitiva più vecchia e meglio conservata del mondo (al confronto con la quale l'Amazzonia fa figura di neonato), il clima uggioso ed i terreni adeguati (nelle Cameron Highlands) per creare numerosi percorsi di golf nonché magnifiche piantagioni di thé (il whisky, verosimilmente, giungeva direttamente dalla madre patria). Un po' come nell'attuale Sri Lanka (che personalmente preferisco, con affetto retrogrado, continuare a chiamare Ceylon - come Birmania anziché Burma o Bombay piuttosto che Mumbay) dove nella splendida Nuwara Elia - pronunciare "niurìlia" - si ha, netta, l'impressione di trovarsi nella cara, vecchia ed eterna Caledonia se vogliamo chiamare la Scozia col suo nome romano. L'arrivo degli inglesi significò, peraltro, l'inizio del declino (strano parallelismo con Trieste e con altre città dalla storia troncata, come Alessandria d'Egitto, Valparaiso in Cile o la stessa, amatissima, Napoli) di Malacca, o Melaka nella sua denominazione ufficiale, a vantaggio di Penang, l'isola del nord, e di Singapore, isola del sud, che dopo una unione effimera (1963-1965) con la Malesia nel primo periodo successivo alla partenza degli inglesi preferì diventare un piccolo stato autonomo. Ciò soprattutto a causa della composizione etnica che a Singapore (la città - "pura"- del leone - "singha") è quasi totalmente cinese. Rimane il fatto che cinquecento anni or sono il più importante dei tre "straits settlements" era Malacca. A tal punto che alla fine del quindicesimo secolo il sultano Mansur Shah domina tutta la regione, Sumatra compresa. Egli sposa allora una principessa cinese, Hang Li Poh, speditagli da Yong Le, il terzo imperatore della dinastia Ming (1368-1644), che giunge nella penisola accompagnato da molti connazionali tra i quali 500 figli di ministri e parecchie centinaia di damigelle di corte e di servitori. Essi si stabiliscono su di una collina ("bukit" in malese), dono del sultano, che da allora viene chiamata Bukit Cina. La comunità vi visse sino al momento in cui il colonizzatore portoghese prese, nel 1511 con Alfonso d'Albuquerque, possesso di quel luogo allora passaggio obbligato importantissimo per i commerci delle preziosissime spezie, tant'è che numerosi erano anche i veneziani colà presenti per assicurare i rifornimenti dell'allora ricercatissimo (anche per le qualità, troppo onore, afrodisiache che gli venivano attribuite) pepe ai Dogi che ne erano grandi estimatori.
Ricorderemo che inevitabilmente si verificarono unioni tra i cinesi ed i locali dando così origine alla comunità dei cosiddetti Peranakans. Tra gli altri risultati di tale superba commistione occorre annoverare, oltre all'architettura ed al mobilio, anche e soprattutto l'emergenza di una cucina particolare detta baba-nyonya, baba significando "uomo" e nyonya "donna". Essa si affianca, con risultati sorprendenti, alla già grande varietà di cucine asiatiche presenti nel paese consentendo agli amatori di tali pietanze un godimento a 360 gradi. Il tutto condito dal "sambal belacan" (leggere: "blàcian") che è una purea di peperoncino e gamberetti tale da risvegliare gli ospiti, visto che siamo in tema, dei cimiteri. I portoghesi, che si insediarono a Malacca per più di un secolo, vi costruirono, dopo aver sloggiato gli occupanti, un monastero francescano ed una cappella. Più tardi, durante la dominazione olandese, la comunità cinese, che era rimasta sempre legatissima a quella collina, riuscì a comperarla al nuovo colonizzatore e ne fece il suo cimitero. Diciamo cimitero per semplificare visto che in italiano le sfumature sono meno evidenti che in inglese. Nella lingua di Shakespeare, infatti, non tanto di un cimitero ("cemetery") si tratta quanto di un "graveyard" è cioè di un luogo, quasi un giardino, dove senza alcun ordine prestabilito e senza regole di sorta (un po' a somiglianza del giardino all'inglese assai diverso da quello francese o all'italiana), tanto care ai nostri burocrati, le tombe vengono poste in un suggestivo disordine, assecondando in qualche modo i rilievi del terreno e senza trascurare gli orientamenti appropriati determinati dal "feng shui" (letteralmente "vento - acqua") che è l'antica arte geomantica taoista della Cina. Le tre colline sulle quali si estende il cimitero occupano una superficie di 240.000 metri quadri ed ospitano 12.000 tombe alcune delle quali risalgono all'epoca Ming. Si tratta del cimitero cinese più grande al mondo al di fuori di quelli che si trovano nella madre patria. Esso è regolarmente minacciato dai progetti di alcuni promotori immobiliari (dall'alto la vista sulla città è splendida), ma la ricca comunità cinese tiene duro. Essa, lo si era già percepito, è estremamente attaccata all'eredità del proprio passato se è vero che dopo molti secoli continua a perpetuare la lingua e le tradizioni (culturali, vestimentarie, gastronomiche, ...) del paese d'origine. Tale attaccamento alla propria storia si traduce oggi nell'esistenza di numerosissimi circoli, talvolta sontuosi, dove le comunità, spesso createsi in base alla città o al villaggio di provenienza, si raccolgono per discutere dei loro problemi, per organizzare le feste tradizionali e probabilmente, ma questo non siamo riusciti a verificarlo, per darsi al gioco, vera passione dei cinesi di tutto il mondo. Non per nulla Macao (altra ex colonia portoghese) è diventata ormai la capitale mondiale del gioco superando Las Vegas. Il che è tutto dire!
Com'è facilmente immaginabile le leggende non mancano. Tra le altre quella riguardante il pozzo di Hang Li Poh nel quale si consiglia di gettare una monetina per propiziarsi un ritorno nella città. Non viene precisato se sia necessario, perché l'atto produca sicuri effetti, procedere al lancio, come a Roma alla fontana di Trevi, facendo passare il soldo dietro la spalla. Esso si trova presso le rovine del tempio di Poh San Teng costruito nel 1795 per ringraziare gli inglesi della liberazione dall'occupazione olandese.
La passeggiata nel parco è, come accade spesso in questi luoghi, ispiratrice di pace e di serenità. Nonostante le tombe siano in molti casi neglette (probabilmente per mancanza di discendenti) e nascoste dagli arbusti, esse conservano il fascino ed il richiamo del tempo. Lo sguardo segue le ondulazioni del terreno e scopre ora una statuetta (spesso raffigurante un leone), ora una lapide ricoperta di iscrizioni indecifrabili ed erosa dal tempo. Magari, nelle vicinanze, si erge una tomba da poco costruita per un ricco rappresentante della comunità. Essa, pur nei suoi materiali nuovi di zecca, ripropone il classico profilo semicircolare, amplissimo quasi ad aprirsi verso l'eternità del tempo, non ripudiando quindi una tradizione che, come si diceva è profondamente sentita e vissuta da tutti i cinesi della diaspora e non solo in Malesia. A conferma del carattere multietnico del paese, all'uscita dell'ingresso principale di Bukit Cina si trova il bianco cimitero islamico. Molto più vicino al nostro dal punto di vista concettuale, esso si differenzia da quelli degli altri paesi della stessa religione (ricorderemo soprattutto quello stupendo di Kairouan in Tunisia, una delle quattro città sante dell'Islam) per una minore sobrietà, dovuta probabilmente ad una ricchezza decorativa mutuata dalle forme architettoniche delle civiltà concomitanti. Prima fra tutte quella, pirotecnica, indiana, se è vero che molti membri di quel gruppo etnico non sono, come si potrebbe pensare, di religione indù ma musulmani. Per completare il quadro ricorderemo che esiste anche un cimitero anglo-olandese, di ridotte dimensioni, non lontano dalla "stadthuis" (municipio in olandese) che ancor oggi porta questo nome.
Un viaggio a Malacca merita di esser fatto. Noi che abbiamo trascorso molto del nostro tempo andando, per lavoro o per diporto, in giro per il mondo possiamo affermare, senza tema di essere smentiti, che questa città è una delle più affascinanti che ci sia stato dato di conoscere. Proprio per questo che contiamo di ritornarci quanto prima, dopo il lieto e fortunato approccio riservatoci dai capricciosi casi della vita.
 
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