A CHIOME SCIOLTE, PER RICORDARE VIRTU' E LEGAMI

Fin dall´antichità, la lamentazione funebre ha rappresentato la più intensa manifestazione di lutto. Sopravvissuta ancora nel Novecento nei villaggi contadini e più isolati, viene effettuata soprattutto dalle donne, che cantano doti ed episodi di vita del defunto.

In Abruzzo è il cantaloni, in Sardegna si parla di attittu, per la Liguria si usa sgarrire.

Tante sono le espressioni dialettali che assume una particolare tradizione, legata alla morte di un congiunto: il lamento funebre.

E se in Friuli si dice componi e in provincia di Matera si chiama naccarata, l´ispirazione è sempre la stessa: la manifestazione del dolore più personale e profondo con cui i superstiti rispondono alla perdita.
Infatti, con la lamentazione non si piange in maniera "generica", ma si rievocano episodi di vita del defunto, si ricordano i suoi legami con i vivi, le sue attività o le sue qualità.
Tanto il riepito a Napoli, quanto ad Arigliano il travaglio, da Nord a Sud, il lamento è stato per secoli il comportamento più intenso che ha segnato i momenti di lutto.

DALL'ANTICHITA' AL NOVECENTO
Già praticato dagli Egizi, dai Greci, dai Romani, è arrivato fino al Novecento ed anche oltre: attorno agli anni Sessanta, soprattutto in alcune zone della Lucania, si pratica ancora questa usanza. Ma se nell´antichità la lamentazione si accompagnava a gesti molto plateali, dal battersi il petto o le cosce o spargersi cenere sul capo, dallo strapparsi i capelli o le vesti o gettarsi nella polvere, nel corso del tempo vi è stato un progressivo abbandono delle forme più spettacolari di pianto. Così, la reazione di cordoglio ha assunto toni più moderati e la lamentazione, da tradizione comune a tutti i ceti sociali, poco alla volta è rimasta legata solo alle classi più popolari.
Varie testimonianze e ricerche hanno evidenziato che il lamento funebre, ancora nei primi cinquant´anni del Novecento, è diffuso, in Italia, nella civiltà contadina, in modo particolare nelle comunità più isolate, nei villaggi lontani dai centri urbani e sulle alture.

Una tradizione al femminile: le lamentatrici. Il lamento funebre viene effettuato di solito dalle donne, soprattutto da quelle più anziane o almeno di mezza età.

In genere, sono le parenti a lamentare la morte, anche se, alle volte, sono state utilizzate le lamentatrici professionali: famose, ad esempio, quelle di Senise, in provincia di Potenza, chiamate nei paesi vicini per fornire le loro prestazioni molto apprezzate. Con le lamentatrici pagate, però, non vanno confuse le amiche e le comari che accorrono ai lutti e si associano al lamento: si tratta di donne che colgono l´occasione di una morte nella comunità per rinnovare un proprio grande dolore.

Sono soprattutto madri che hanno perso un figlio e mogli rimaste vedove: diventano così delle lamentatrici per vocazione, che volentieri accorrono a tutti i funerali quasi che il lamento fosse per loro un bisogno, un modo per ricordare una grave perdita. Virtù e frammenti di vita, dolore e speranze troncate. La lamentazione è realizzata in versetti. La melodia di solito cambia di villaggio in villaggio, mentre i moduli, ovvero i motivi del lamento sono quasi sempre gli stessi. Si ricordano le virtù del defunto: nel caso della vedova che lamenta la morte del marito si ricordano spesso i momenti passati insieme e qualche episodio di gentilezza del consorte.

In molti villaggi, ad esempio, ricorre la frase "eri così buono: mi andavi levando le pietre da mezzo la via", alludendo ad una premura del marito che durante gli spostamenti faceva salire la donna sull´asinello e toglieva le pietre sul percorso, per evitarle i sobbalzi. Si tratta di formule tradizionali: alcune sono valide per ogni caso di morte e altre si riferiscono a situazioni più particolareggiate. Quando la lamentatrice piange la morte di un uomo adulto, padre, marito o fratello, ricorre spesso il tema delle mani del defunto e della fatica a cui erano portate: "quanta fatica hai fatto con queste mani", "sei morto con la fatica alle mani".

Per la morte di persone giovani o mature, ma non ancora propriamente vecchie, si presenta spesso un´invocazione sarcastica, "Oh, il vecchio che eri!", intendendo dire il contrario, cioè che eri ancora giovane per continuare a vivere. Così si esclama anche "ce male cristiane", alludendo esattamente l´inverso, ovvero che eri un uomo perbene. Durante l´esposizione del cadavere, parenti e vicini rendono visita al defunto: la lamentatrice canta il fatto nel suo lamento, segnalando il nome di chi entra e ricordando il rapporto che aveva con il defunto.
Dice "mo viene..." seguito dall´indicazione della persona e dalla presentazione di qualche episodio di vita che ha coinvolto il defunto e l´ospite appena arrivato. La lamentatrice registra anche altri momenti del cerimoniale funebre, come l´ingresso del prete, il suono delle campane, il trasporto della bara fuori casa. Un passaggio conclusivo del lamento, segnalato soprattutto nei comuni di Ferrandina, Pisticci e Grottole, consiste nella richiesta al defunto se è contento di quanto "gli è stato fatto", cioè della manifestazione di cordoglio e della pompa del funerale.

Molto diffuso e usato soprattutto dalle madri che lamentano i loro figli morti, è il tema della morte come sonno: si immagina che il defunto sia soltanto immerso in un sonno troppo lungo e si esorta e scongiura il dormiente a svegliarsi, ad alzarsi, a camminare.
Spesso la lamentatrice piange anche la situazione in cui lei stessa si troverà dopo la morte del congiunto: la vecchia madre cui muore il figlio, perde il suo bastone e la sua speranza e si chiede "come sarà la mia fine senza il mio frutto". La vedova si sente abbandonata "in mezzo a una strada" con "un fascio di figli in boccio". Per lei il marito era la "trave della mia casa" e canta con pena il destino degli orfani senza la protezione paterna "chi darà loro uno schiaffo e chi un manrovescio". Il pensiero che ora toccherà a lei lavorare per sfamare i figli ancora piccoli viene espresso così: "m´agghie affritecà la stuane", mi devo rimboccare il grembiule (riferito all´abitudine della donna di tirare su quest´indumento sul davanti come una grossa tasca, quando va nei campi). Per coloro che sono morti lontano da casa, senza l´assistenza dei loro cari, ci si chiede chi avrà dato l´ultima goccia d´acqua per calmare la sete, mentre è ricorrente nel momento in cui la bara viene portata via dalla casa la richiesta di "puntare i piedi alla porta" per non andarsene. In casi eccezionali si è impiegato il lamento funebre in occasione di fatti equivalenti la morte, come la partenza per il servizio militare, la guerra o l´America. Nelle colonie albanesi calabro-lucane è stato anche diffuso il lamento rituale della sposa prima di lasciare la casa dei genitori.

I gesti della lamentazione. Ad accompagnare il lamento, alcuni particolari atteggiamenti che hanno lo scopo di segnare in modo più incisivo il dolore per la perdita. Innanzitutto, le donne si sciolgono le chiome.
Poi, durante l´esecuzione, devono unire al canto un movimento ritmico del busto, a destra e a sinistra, come per una ninna-nanna, o avanti e indietro: a questo, aggiungono decisi gesti delle mani, quasi stessero facendo un discorso particolarmente vibrante. In alcune località, la lamentatrice è solita agitare il fazzoletto: prima sul cadavere, poi sul proprio al naso. Due azioni che ripete di continuo. Una singolare tradizione arriva dal villaggio di Calvera, vicino a Potenza: la madre lamenta il figlio morto danzando intorno al letto.
Ogni tanto si interrompe per somministrare, ora sui piedi ora sulle guance del defunto, dei rapidi buffetti come per risvegliarlo dal sonno.
 
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