Che sarĂ  poi morire?

"Mister Magorium e la bottega delle meraviglie" è un film per bambini che parla della morte. Un vecchio mago che ha dedicato la sua lunga vita (ha superato da molto i 200 anni) a far divertire i bambini ammucchiando nel proprio negozio giocattoli magici, ha deciso di lasciare la vita e di andarsene per sempre, cioè di morire. La bottega diventa triste e si ribella, ma lui trova il modo di accontentare tutti lasciando in eredità i suoi poteri alla giovane assistente.
Trovo molto interessante il modo lieve in cui la morte viene rappresentata a parole e con le immagini. "Dopo che uno ha fatto la propria parte - dice pressappoco Mister Magorium - tocca agli altri: non c'è da essere tristi, perché ogni tanto chi resta può ricordare la storia di chi non c'è più come un precedente della propria e così riuscire a vivere la propria vita e ad abbandonarla serenamente quando arriva il momento lasciando il posto agli altri". Vale per tutti, anche per i personaggi tragici: Re Lear ad esempio, nella descrizione di Shakespeare, cosa fa alla fine? Muore. Quanto alla rappresentazione visiva, arrivata la propria ora Mister Magorium si siede su uno sgabello, chiude gli occhi e cosa fa? Semplicemente muore.
Mister Magorium vuole andarsene, ma non è malato: perché allora vuole morire?
Su questo nel film si tace. Se ci si chiedesse il perché della morte non la si potrebbe prendere così alla leggera! Non sarà che ci viene suggerito, e si suggerisce ai bambini, che è meglio non chiedersi perché si muore? Se Mister Magorium fosse malato ci sarebbe almeno una spiegazione della causa prossima della sua morte. Ma resterebbe da chiedersi perché ci si ammala. Ed è meglio non complicare la vita ai bambini!
La cosa brutta del morire non starebbe quindi nella morte stessa, ma nella tristezza che avvince i superstiti. E questo non può essere taciuto neanche ai bambini perché ogni bambino conosce la tristezza dell'assenza e dell'abbandono. Il male non è quindi nel dovere o nel volere morire, ma nel lasciare orfani i nostri cari, coloro che hanno bisogno di noi. Non ci resta che morire lasciando agli altri qualcosa che faccia loro superare la tristezza della perdita.
Mister Magorium è un mago, lascia la propria magia alla assistente, e così tutto torna a posto! La lezione potrebbe valere per tutti in un mondo in cui tutti vogliono restare bambini e spesso ci riescono. Ma ognuno dovrebbe avere una magia da lasciare a chi resta. Una magia che tutti hanno senza essere maghi è ovviamente l'amore: tutti, come Mister Magorium, dovrebbero morire pensando a coloro che restano e lasciando una eredità d'affetti in grado di far sentire loro che sono importanti e che la vera tragedia non è morire, ma vivere infelici. Non morire per sé ma per gli altri che restano, pensando a loro, lasciando loro l'eredità più preziosa: far sentire che li si amava al punto che, anche morendo, sono stati la nostra preoccupazione principale.
Tutto quadra, tranne che non si capisce come un bambino possa abbandonare gli altri, morire, senza essere a sua volta triste per doverli lasciare.
Ecco: probabilmente Mister Magorium non è il bambino che vuol far credere di essere, ma è padre, madre e nonno che vive per i propri bambini, che procura loro le magie di cui hanno bisogno per essere felici. Ma se è così, perché vuole morire? Vivere per gli altri forse logora dopo qualche centinaio di anni? Essere felice di far felici gli altri è proprio una felicità? Non sarà che per essere felici quando ci si dedica alla felicità degli altri bisogna che gli altri a loro volta si dedichino a farci felici?
Se la risposta a quest'ultima domanda fosse affermativa tutto si spiegherebbe meglio: i bambini godono la felicità che Mister Magorium procura loro, ma che ne sanno di ciò che lo farebbe felice? Credono che sia felice di farli felici e che gli basti, ma evidentemente non è così se egli ad un certo punto vuole morire. Non sarà che invece di diventare tristi per la morte di Mister Magorium i bambini avrebbero dovuto pensare un po' di più alla sua felicità e un po' meno alla propria? E pensare un po' più alla felicità altrui e un po' meno alla propria non significa non essere più bambini?
 
Francesco Campione


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