Celebrare la dignità dell'uomo

Se volete davvero afferrare lo spirito della morte, spalancate il vostro cuore sul corpo della vita. Poiché la vita e la morte sono unite e indivisibili, proprio come lo sono il fiume e il mare.
Kalhil Gibran, “Il profeta”

Le “Camere del Commiato” che la nostra società multietcnica, e multireligiosa oggi richiede, sono di fatto uno spazio sacro della laicità.
Sebbene i vari credo religiosi ravvisino nella morte differenti significati, e vi associno riti diversi, il lutto viene celebrato e ritualizzato dall’architettura delle Sale per il Commiato come un fatto umano inevitabile e assoluto in cui l’esistenza fisica, spirituale ed emotiva incontra la propria frontiera: definitiva conclusione della vita del defunto, tempo di inevitabile mutamento per la vita dei dolenti.
La componente misterica e definitiva dell’evento umano, della “fisiologia della morte”, può espandersi o essere consolata nelle dimensioni rituali proprie delle diverse religioni che il carattere laico degli spazi in cui si svolge l’estremo saluto non può e non deve impedire ed anzi, per quanto possibile, deve agevolare pur mantenendosi immagine della dignità umana universale. Pertanto questo progetto di Sale per il Commiato tiene presenti due diverse istanze concettuali e queste cerca di tradurre coerentemente in architettura: dare una rappresentazione dell’universalità della morte, per come essa si presenta nella generale società umana, e conseguentemente garantire soluzioni spaziali che, ove necessario, permettano l’espressione del divino nelle forme rituali in cui esso nelle diverse culture religiose si presenta.
Gli spazi della Sala per il Commiato saranno “sacri” in nome di una rappresentazione panica dell’uomo, in ragione dell’affermazione della sua dignità. Non saranno dunque un culto e un rito a dare forma a questa architettura, ma piuttosto essa sarà l’interpretazione spaziale della più generale esistenza umana che vive la gioia dell’alba e con la stessa necessità il suo tramonto. Una architettura così concepita, che intende cantare la dignità di ogni uomo, saprà vestirsi e farsi carico del carattere particolare di ogni esistenza, tanto di quella a cui si dà l’addio, quanto di quelle che più patiscono questa partenza e che la percepiscono come dolore.
È stato questo l’approccio teorico con il quale si è deciso di affrontare, sin dalle fasi iniziali, il tema di progetto che ha interessato un’area situata nella prima periferia bolognese, a ridosso dell’area monumentale della Certosa. A nord l’area è separata dal più vasto spazio cimiteriale dal Canale Navile e da un percorso ciclo-pedonale che collega il centro alla periferia meridionale. A sud il lotto si affaccia direttamente su via Andrea Costa, arteria di traffico assai frequentata.
In una prima fase si è voluto procedere ad una azione di analisi “archeologica” nelle diverse tradizioni rituali per trovare se vi fossero caratteristiche comuni nei riti funebri e nelle architetture funerarie di religioni antiche e moderne. Tali costanti, proprio per il fatto di appartenere a culture molto diverse tra loro, esprimono probabilmente la componente umana universale (e quindi laica) del senso della morte: si sono volute assumere come linee guida esogene, intendendo con questa espressione quegli indirizzi operativi che il progetto si propone di seguire e che non sono indotti dal mondo fisico, ma da istanze simboliche e concettuali. Linee guida endogene saranno invece quelle che, mutuate dall’analisi dell’intorno fisico dell’area, si propongono di risolvere o di mitigare le criticità in esso contenute e di sfruttare o di potenziare le opportunità che esso offre. Ad ognuna delle linee guida esogene (suggestioni, pensieri, concetti) si è proceduto collegando un'immagine, in modo da portare l’idea a configurarsi in una esperienza spaziale che è stata poi assunta a concreta ispirazione del progetto.

Il progetto esibisce la propria presenza come verticalità a significare l’ascesi e il percorso d’accesso si manifesta come un incedere e un salire, interpretabili tanto in senso metaforico quanto letterale. Lo spazio si configura come presenza e come individualità nel momento in cui si fa “alto”: facendosi “alto”, lo spazio altrettanto si fa “altro”, si distingue, si segnala. La stele o il totem come segni verticali assumono in questa visione la stessa potenza simbolica delle cattedrali gotiche o delle piramidi. La dimensione verticale pare rappresentare in ogni cultura ciò a cui lo scibile umano tende, ma che non riesce a raggiungere. Se quindi il sacro è il riflesso del mistero della vita dell’uomo, è inevitabile che la sua architettura assuma linee che esprimano la vita stessa, così come l’uomo la intende e la significa tanto nella dimensione gnoseologica quanto in quella esistenziale: e che cos’è un uomo sulla superficie della terra se non un profilo verticale come un albero, un palo o una torre?
Rappresentazione della vita è l’uomo in posizione eretta, e dunque il segno perpendicolare alla terra; rappresentazione della morte è invece l’uomo disteso per terra di cui è immagine la linea orizzontale che non mostra alcuna discontinuità con l’orizzonte. L’uomo dopo la morte torna ad appartenere alla terra. È la dialettica tra questi due segni che fonda ogni possibile storia dell’architettura in questo mondo. L’elemento centrale del progetto ricercava una forma che fosse quanto più possibile riconoscibile e pluridirezionale. Alla riconoscibilità si è corrisposto con una rilevante verticalità, alla pluridirezionalità con la forma circolare. Si è così determinata una torre a volumetria cilindrica, come una nuova “torre del silenzio”.
Che l’anima dopo la morte compia un viaggio verso l’aldilà è tratto comune a quasi tutte le religioni, antiche e moderne, tanto da poter considerare questa caratteristica come una componente della visione umana universale relativa al lutto. Si ricordi per esempio il ruolo di Caronte che, accettato l’obolo del defunto (le monete poste sui suoi occhi nel rito funebre), lo avrebbe traghettato oltre l’Ade, oppure l’analogo mito di Hermes. Si pensi poi alle barche funerarie vichinghe e a quella ritrovata in una tomba a camera presso Sutton Hoo, oppure alle navi di pietra scandinave o danesi. Si comprende quindi che il tema del viaggio sia particolarmente prossimo a quello dellacqua . Nella religione induista, ad esempio, il samskara “Antyesti” prevede che il defunto venga purificato con acqua prima di essere cremato; successivamente le ceneri vengono sparse nel fiume sacro. E forse ancora significa un viaggio quell’affresco rinvenuto a Paestum nella “tomba del tuffatore” dove un uomo è dipinto mentre si tuffa in mare.
Il tema del viaggio e dell’acqua riecheggia universalmente tanto all’inizio della vita, quanto alla sua fine. Con il canale che tange l’area di progetto, esso diventa un curioso elemento di connessione tra il piano delle suggestioni interpretative e quello delle realtà spaziali e progettuali. Se rappresentare una nave ci parrebbe un anacronismo e forse un segno banale se troppo riconoscibile, ci è piaciuto invece che le parti ospitanti le zone di quiete e di sosta fossero conformate in modo da dare la sensazione di trovarsi in viaggio su un pontile.
L’organismo architettonico dovrà trarre forza dalla sua posizione mediana nel panorama urbano tra il Santuario della Madonna di San Luca e la grande Area Cimiteriale della Certosa. Sebbene dal livello stradale la vista del santuario sia impedita dagli edifici circostanti l’area d’intervento, essa potrebbe essere ripristinata a quota più elevata. In questo modo la “torre del silenzio”, il corpo centrale, potrebbe configurarsi come punto intermedio tra queste emergenze della sacralità bolognese, tra acropoli e necropoli.
Le linee guida endogene derivano in maniera diretta da una analisi del contesto nel quale l’opera dovrà inserirsi e possono considerarsi punti programmatici della fase progettuale la cui verifica ha permesso, a posteriori, un controllo del corretto inserimento del progetto nell’intorno. Si sono quindi considerati il sistema del verde e della socialità all’intorno del lotto, evidenziando connessioni mancanti o spazi pubblici già frequentati e fruiti, le specifiche funzioni da allocare (rispetto al personale tecnico e ai dolenti) e i relativi flussi, evitando pericolose o improprie sovrapposizioni nel piano degli usi e in quello del traffico. L’occasione del progetto è stata quindi utile per favorire le connessioni d’area vasta tra la zona Stadio e quella della Certosa, collegando il flusso ciclopedonale ora separato, e per creare una zona di sosta lungo il percorso pedonale che funga quasi da “Nuovo Sagrato” a questo spazio sacro della laicità, punto di arrivo dopo il dolente “pellegrinaggio”. Da sud, per mitigare il rumore e il disturbo visivo del traffico e per costruire un percorso di graduale e progressiva intimità, si è voluto istituire un’area filtro su via Andrea Costa che potrà contenere verde o collegamenti verticali in modo da distinguere immediatamente accessi pedonali e carrabili.
Da queste linee programmatiche si è quindi sviluppato un progetto, strettamente legato all’intorno, che raccoglie gli esiti del precedente approfondimento teorico.
Alle camere del commiato si accede attraverso un passaggio sul canale che, più che avere funzione di ponte, cerca la continuità con il “nuovo sagrato” di fronte all’entrata principale. Da qui, ancora all’esterno dell’edificio, due aree di meditazione lungo il perimetro della torre, quasi due “pontili”, possono accogliere i dolenti che vogliono raccogliersi in silenzio.
L’accesso principale all’edificio è ricavato nella “torre del silenzio”, fulcro spaziale e simbolico dell’intervento, mediante un solco verticale che affaccia immediatamente su un vano vuoto che collega percettivamente il cielo e la terra attraverso un pavimento trattato con una griglia microforata permeabile alla vista e alla luce. L’esterno del corpo centrale, con la cornice circolare che ricalca l’andamento interno delle scale, accompagna lo sguardo del dolente verso una ascesi progressiva che lo invita verso il giardino pensile di sommità, meta anche della scala a sbalzo che taglia la parete d’accesso ponendosi come delimitazione tra esterno e interno. L’accesso principale prevede quindi che il fruitore varchi prima un’apertura a prevalente carattere verticale, quindi una seconda a carattere orizzontale, in analogia ai simboli che si sono già evocati.
All’interno lo spazio si apre su un sistema di doppi volumi collegati da scale circolari che lascia lo sguardo del dolente, nel suo percorso di attraversamento, spaziare sia verso l’alto che verso il basso, in una circolarità che enfatizza la percezione dinamica degli ambienti. Proseguendo verso il piano superiore si arriva alla prima Camera del Commiato, dedicata alle urne cinerarie, che, posizionata nella parte alta della “torre del silenzio”, riconduce, a livello simbolico, al tema del vento. Qui è data la possibilità di uscire dall’edificio e di raggiungere, attraverso la scala esterna, il giardino pensile che, a livello visivo, collega il santuario di San Luca (l’acropoli), con l’area cimiteriale della Certosa (la necropoli).

Se dal livello d’accesso si percorrono le scale a scendere, si arriva invece al livello interrato che accoglie i soppalchi delle altre due Camere del Commiato pensati per ospitare eventuali cori o altri elementi dell’addio, oltre a locali di servizio e agli uffici direzionali.
Sebbene l’intero edificio risulti fruibile in maniera fluida in ogni sua parte (anche dal portatore di handicap), si vuole sottolineare come la parte funzionale e tecnica dell’architettura funeraria sia separata radicalmente dagli ambienti dedicati ai dolenti.
In tal modo il primo piano interrato della “torre del silenzio” accoglie i soppalchi delle sale (che chiamiamo “cori”), gli uffici amministrativi e quelli direzionali, e una piccola area per l’attesa dei dolenti. Non si tratta tuttavia di uno spazio privo di aria e di luce naturale: una uscita dà accesso ad un’area esterna (che funge da entrata secondaria) attrezzata per la sosta o per la meditazione. Dai due cori inoltre, oltre che tornare sul “sagrato” attraverso una scala esterna, si può discendere verso il livello -2 che accoglie, esternamente, la base della gradinata che costituisce la zona filtro tra l’edificio e via Andrea Costa, intesa come spazio vissuto non solo dagli utenti delle Camere del Commiato, ma anche dai passanti che, nel percorso dal polo sportivo alla Certosa, vogliono sostare.
Scendendo ancora si raggiunge il livello più basso che ospita le sale vere e proprie e altri locali di servizio (bagni e locale spogliatoio). A questa quota si trovano anche il laboratorio di tanatoprassi con il deposito feretri, un locale caldaia e un parcheggio sotterraneo per i carri funebri che trasportano le salme. Da questa quota si accede ancora all’esterno dell’edificio a consentire a questo sistema verticale del commiato una continua permeabilità tra interno ed esterno.
Le due sale al livello inferiore possono essere messe in comunicazione, in modo da restituire un’unica grande sala, mediante l’apertura delle pannellature verticali vetrate: in questo modo si ottiene una flessibilità degli ambienti utile al loro utilizzo disgiunto o congiunto, a seconda dell’afflusso degli utenti, permettendo, eventualmente, anche un uso differenziato delle sale, ad esempio per incontri o per seminari sul tema.
Una attenzione particolare merita lo studio della struttura e dei materiali che qualificano l’apparato formale e simbolico. Nodo strutturale del progetto è il grande pilastro centrale trattato con un rivestimento in acciaio corten dalla sommità alla base della Torre del Silenzio. Esso costituisce il perno dell’organismo architettonico, sorreggendo, tra l’altro, l’ascensore, e le travi a raggiera che sostengono da un lato la copertura diafana dei doppi volumi delle sale e dall’altro il ballatoio che conduce alla sala del livello superiore. L’esterno invece è trattato in parte con rivestimento in corten e in parte con rivestimento in pietra: in questo modo, anche dal punto di vista materico, pur mantenendo il carattere moderno dell’architettura, l’edificio alterna gravità e leggerezza, connettendosi idealmente con l’apparenza litica e monumentale della Certosa. I materiali più importanti del progetto restano tuttavia la luce e la piantumazione che accompagnano il dolente nel suo percorso evidenziando i doppi volumi e i collegamenti tra gli spazi e qualificando le aree di sosta e meditazione all’insegna di una continuità tra uomo e natura che il tema della morte richiama e che l’artificialità dello spazio urbano nega.
In questa articolazione di spazi, che qualifica i luoghi con la stessa diversità che contraddistingue i sentimenti di ciascuno verso la morte, il dolente è accompagnato dall’architettura ad una catarsi e ad una intima giustificazione del lutto. Tuttavia questa mano tesa al dolore dell’uomo non è imposta o urlata, ma solamente sussurrata e suggerita: solo così potrà essere garantita quella laicità cui si accennava e solo così il dolente potrà vestire questi luoghi del proprio sentimento e della propria religiosità, personalizzando e decodificando a suo modo il dolore e corrispondendo alla tensione spirituale degli spazi con la propria fede o semplicemente con un profondo e panico atto umano di “compassione” (nel significato etimologico del termine) che anche quando non diventi preghiera, avvicina l’uomo alla riflessione sul grande mistero che separa ai nostri occhi la vita e la morte.
 

 


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