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C’è voluto un cancro

Con questo libro Alice Spiga, direttrice di SO.CREM Bologna, racconta della sua malattia e della sua rinascita.

Succede. La vita è fatta così. Le cose accadono e basta. A volte sono ragionevolmente prevedibili, a volte meno e non è detto che abbiamo l’opportunità di prepararci, di capire come far fronte o come adattarci ad una nuova situazione.

Molti di noi possono annoverare una data ben precisa che ha segnato un cambiamento importante, se non radicale, della propria esistenza. Un giorno, un mese e un anno in cui tutto è mutato, uno spartiacque che ha marcato una netta cesura tra un prima e un dopo.

Quando siamo vittime di un evento traumatico improvviso ci troviamo completamente spiazzati: tutto ciò che siamo, che abbiamo fatto, costruito o conquistato viene messo in discussione e in un attimo crolla ogni certezza, minando la nostra stabilità emotiva, facendoci sentire nudi e indifesi. Rimaniamo attoniti, quasi incapaci di pensare e di agire, perché sappiamo che da quel momento in poi la nostra vita sarà stravolta e dovrà irrimediabilmente proseguire in una nuova direzione, che non riusciamo nemmeno ad intravvedere.

Può essere un lutto, una separazione, la fine inaspettata di un rapporto di lavoro… Per la trentottenne Alice è stata una malattia o, meglio, una diagnosi che nell’immaginario comune rimanda a scenari funesti e a verdetti definitivi.

È il 4 agosto 2020 il giorno che imprime quella svolta obbligata nella vita di Alice e che rimarrà indelebile nella sua memoria. È quel giorno, infatti, che l’esito di una ecografia al seno parla di una “formazione solida” che richiede ulteriori e urgenti esami diagnostici. E quel giorno Alice non ha dubbi: morirà.

Inizia così un lungo e difficile percorso terapeutico, psicologico ed umano. Un racconto che si snoda tra i reparti semi-blindati di una struttura ospedaliera soggetta ai rigidi protocolli dell’emergenza Covid, dove vengono affrontate le varie fasi della malattia e delle cure: l’intervento di rimozione del cancro, i cicli di chemio e di radio, la menopausa indotta, il timore di una metastasi.
Durante tutto il percorso, riaffiorano anche antichi traumi e paure, come quella di essere nuovamente vittima di attacchi di panico che, oltre che di problemi relazionali, in passato sono stati causa di una condizione di eccessiva magrezza, mai accettata.

In questo turbinio di sentimenti, tra timore, rabbia, apprensione e tanti pianti, grazie anche al prezioso ed irrinunciabile sostegno del compagno, della famiglia e degli amici più cari, Alice scopre nuove vie per venire a patti con la malattia e riconciliarsi con la vita.

Questo suo vissuto, Alice ha voluto metterlo nero su bianco con C’è voluto un cancro - Storia di una rinascita (edizioni Ultra) in libreria dallo scorso mese di marzo. È il racconto autobiografico di una giovane donna che con pazienza e coraggio ha ripreso in mano la propria vita trasformando le avversità in una opportunità.

Una testimonianza di resilienza fortunatamente non rara, ma che ritengo un po’ speciale perché Alice fa parte del nostro mondo e si confronta quotidianamente con i temi della morte e del morire. Motivo per cui la sua storia mi ha particolarmente toccata e, proprio perché opera in questo ambito, sono certa che l’impatto con la malattia sia stato fonte di emozioni e di riflessioni ancora più profonde.

Ho avuto il piacere di incontrare Alice lo scorso 19 aprile in una gremita sala di una nota libreria bolognese dove ha presentato il suo lavoro e dove ho avuto modo di rivolgerle qualche domanda.

C’è voluto un cancro. Un titolo di sicuro effetto. Come mai questa scelta?
Perché è proprio così. Se la malattia non fosse entrata nella mia vita, non sarei quella che sono ora. Mi ha costretto a guardare il mondo e me stessa da un’altra prospettiva, a dare valore a determinate cose anziché ad altre, ad apprezzare chi mi sta intorno, a godere di ogni singolo giorno. Ha anche fatto sì che modificassi abitudini e stili di vita, che scoprissi aspetti della mia personalità che ignoravo o sottovalutavo. Mi ha messa di fronte alla mia mortalità e mi
ha costretto a chiedermi: “Alice, tu che cosa vuoi? Che cosa ti rende felice? Che cosa vuoi fare per il resto della tua vita?”. La risposta a queste domande era sempre la stessa: scrivere. Compongo poesie dall’età di undici anni e ho iniziato più volte racconti e romanzi, senza però riuscire ad andare oltre le ventinove pagine. Avevo un blocco: ero terrorizzata dalla paura del fallimento, di non essere all'altezza delle mie e delle altrui aspettative. Il cancro ha sovvertito tutto. Mi ha fatto comprendere che il tempo a mia disposizione è limitato, che dovevo smettere di rimandare e mettere la mia passione per la scrittura al centro della mia vita».
È cambiato, e se sì in che modo, il tuo rapporto con la morte dopo questa esperienza?
Il mio rapporto con il morire e con la morte è cambiato grazie al mio lavoro in SO.CREM Bologna. Lavorare in un’associazione per la cremazione è una palestra di vita: si entra in contatto con tante persone - spesso completamente sole - che soffrono, ma anche con tanti professionisti che vivono e lavorano a braccetto con la morte. In questi anni ho conosciuto tantissimi tanatologi, che studiano ogni aspetto della morte con grandissima passione e devozione. Sono anche entrata in contatto con chi lavora nelle imprese funebri: uomini e donne sempre in prima linea davanti al lutto, sempre con una professionalità e una gentilezza che raramente si trovano in altri settori a così stretto contatto con il pubblico. Lavorando in SO.CREM e respirando un modo diverso di rapportarsi alla morte, ho imparato a nominarla, a smettere di chiamarla con tutti quegli assurdi eufemismi e giri di parole che non fanno altro che creare confusione e terrore. Nominare la morte mi ha dato, poi, il coraggio di nominare la malattia. In ospedale la chiamano “neoplasia” o “carcinoma”, le pazienti dicono “Il mio è al seno” oppure lo ribattezzano con nomignoli personali (lo scrittore Massimo Vitali lo chiama il mio “Umore con la T”). E questo perché “cancro” fa paura quasi quanto “morte”. Per me si è trattato di un processo non dissimile da quello che si vive per un lutto: prima lacrime e terrore, poi rabbia, poi l’accettazione di avere una malattia, poi l’accettazione di essere una malata, poi di essere una malata di cancro. E quando mi sono concessa di dire “cancro” mi sono sentita come se mi avessero tolto un peso dal petto. La malattia aveva un nome ben preciso e aveva una terapia altrettanto precisa e forse non vivrò fino a cento anni, ma sono viva adesso ed è quello che conta».
Progetti per il futuro?
Da quando ho avuto un cancro, ho deciso di concentrarmi sul presente. Questo non significa che io non abbia piani per il futuro, ma so che tutto può cambiare in un momento e quindi preferisco vivere nel qui e ora. Nel mio qui e ora c’è la scrittura e tante idee per i prossimi romanzi e per il mio blog. C’è la mia famiglia, il mio compagno, la nostra casa, il giardino con le “rose da meditazione”. Ci sono le presentazioni del libro, che mi stanno dando tantissime meravigliose soddisfazioni. C’è il lavoro in Associazione, dove finalmente possiamo tornare a organizzare eventi e convegni liberi dallo spettro del Covid. Ho smesso di correre verso il futuro e mi godo il presente. Ho smesso anche, se è per questo, di rivangare continuamente il passato, di rimuginarci sopra e di farmi ossessionare da “tutto quello che avrebbe potuto essere”. Da quando vivo nel presente, si è allentata notevolmente la morsa dell’ansia, che mi ha tenuta prigioniera per più anni di quanti ne voglia ammettere. In questo, un ruolo fondamentale lo hanno avuto la meditazione e la palestra: ascoltare il cuore che batte, il calore che produciamo con il movimento, l’aria che accarezza la pelle è un potente esercizio di radicamento nel nostro corpo e nel qui e ora».
Nonostante la tematica, C’è voluto un cancro è un libro caratterizzato da una scrittura fluida, coinvolgente ed ironica, dove non mancano momenti in cui si sorride. L’autrice si mette a nudo, non solo con una cronaca puntuale di tutto quello che succede nel primo anno di trattamenti e terapie antitumorali, ma anche su tutto quello che ha passato a causa dell’ansia e degli attacchi di panico, regalando tantissimi consigli e suggerimenti per chi ha vissuto o sta vivendo la sua stessa esperienza di malattia, come pure per chi soffre di stati ansiogeni e di crisi di panico, per chi vorrebbe trovare un rapporto equilibrato con il cibo e per chi sta cercando un modo per diventare una persona completa. Questa storia di rinascita parla a ognuno di noi.
 
Raffaella Segantin

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