Come una canoa sul fiume dell’esistenza

Si susseguono le stagioni della natura, e con esse quelle degli uomini, e sono i riti a permettere alle generazioni passate di restare in contatto con quelle presenti. Sotto il cielo del Nord America, le tribù indiane di agricoltori, tra le quali gli Irochesi, gli Uroni e gli Algonchini, avevano una tradizione molto particolare che si ripeteva ogni dieci anni e la cui pratica permetteva ai vivi di diventare “un tutt’uno” con i cari estinti. L’usanza del disseppellimento collettivo nei cimiteri, infatti, faceva sì che le ossa raccolte venissero utilizzate, tritate ed impastate con la farina di mais come ingrediente per i biscotti, mangiati poi durante la festa annuale dei morti. Una usanza, questa, che sembra fosse presente anche nel Mediterraneo: ne resterebbe traccia nei biscotti siciliani “fave di morto”, preparati tutt’ora per la festa del 1 novembre, ove l’originaria polvere di ossa è stata sostituita da mandorle tritate. Si trattava comunque di un accorgimento che, oltre ad avere un significato simbolico di rigenerazione, dava modo di assumere fosfato tricalcico, che tutt’oggi viene impiegato come additivo alimentare antiossidante contro i processi di invecchiamento.
Gli spiriti dei defunti rimanevano sempre in comunicazione con i vivi ed in occasione della festa annuale dedicata ai morti si predisponeva anche per loro un posto a tavola, sebbene potessero mangiare “solo” lo spirito dei cibi. Gli Indiani gioivano di questo ricongiungimento, seppur temporaneo, con i propri cari e non provavano timore per queste presenze ultraterrene, a meno che le persone in vita non fossero state malvagie. Tuttavia il comportamento avuto da vivi non decretava il ricevimento di un premio o di una punizione dopo la morte, perché questi erano corrisposti dalla comunità già in vita: il premio per il virtuoso era ricevere la stima di chi viveva con lui, mentre al malvagio non erano inflitte punizioni, tanto meno la pena di morte, ma, disprezzato della comunità, era talvolta costretto all’esilio, anche perpetuo. Solo tra i Pueblo, famosi per la costruzione di villaggi in muratura, gli assassini rimanevano all’interno della tribù, precettati come guerrieri e tenuti, però, a comportarsi rettamente.
Grandi onorificenze erano riservate, presso gli indiani delle pianure, ai guerrieri morti in battaglia. In ogni accampamento indiano vi era il cosiddetto “spazio dell’agonia”, dove i guerrieri, anche a costo della propria vita, portavano il compagno morente affinché lo sciamano potesse celebrare il rito funebre che iniziava con il canto dei morti: “A voi guerrieri io dirò quello che accade. Un guerriero con molti cavalli muore senza un lamento cantando il suo canto di morte. Orsù, dunque, canta che noi ti ascoltiamo”. Il ferito, se era sufficientemente in forze, intonava il proprio canto, che egli stesso aveva composto in precedenza, e, attorniato dai suoi compagni, spirava. Lo sciamano, allora, si rivolgeva ai quattro punti cardinali, ricordando che nulla vive in eterno eccetto la terra e le colline, mentre i guerrieri si alternavano per buttare un pugno di terra sul corpo ormai senza vita ed intonavano le lodi: “Un guerriero si è addentrato lungo il sentiero del sole, possa egli approdare su una ridente spiaggia sabbiosa”.
Presso i nativi americani non vi è paura della morte e il destino è frutto dell’azione dell’uomo. Per i Cheyenne, ad esempio, la vita è come una canoa che il grande spirito consegna agli uomini quando nascono. Spetta a loro fare scorrere l’imbarcazione sul fiume dell’esistenza, evitando le paludi e le rapide che potrebbero travolgerla prima del tempo e che impedirebbero di vedere tutto ciò che Dio ha creato. Poi un giorno, quando al grande mistero piacerà, la canoa arriverà in un grande mare sconosciuto. Cosa c’è in quel mare a nessuno è dato sapere fuorché al creatore. Lo spirito creatore, Wakan Tanka, si manifesta in tutte le cose e, nella visione Dakota, conosce innumerevoli punti di sosta. Così come l’uccello migratore si posa dove fa il nido o dove si ferma a mangiare, anche Wakan Tanka si sofferma in innumerevoli “posti” ed ognuno di questi diventa sacro: il sole meraviglioso, la luna che illumina la notte, ogni pianta, ogni albero, ogni animale, ogni uomo. E sono punti di sosta del grande mistero le montagne fiorite in primavera, ma anche i fili d’erba della prateria e le ali di una libellula, che sono miracoli “verdi” che vivono.
Gli indiani che vivono nelle riserve sono fedeli alla tradizione ed ancora oggi celebrano i riti così come sono stati tramandati. Tuttavia, ciò che lega il popolo di oggi alla storia degli antenati e fa sì che la loro forza non sia inferiore a quella di una volta, è la loro grandezza interiore, come si legge nelle parole di un giovane Navajo: “Non posso immaginare un popolo senza’anima, eppure ogni giorno li vedo vagare, nelle loro vie piene di gente con gli occhi spenti alla ricerca di uno scopo, di radici, di un’anima. Povero viso pallido: con la tua scienza, con la tua ricchezza, con la tua sete di progresso hai smarrito le tue radici e ora vuoi le mie. Ebbene prendile, io ne ho ancora”.
 
Francesca De Munari


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