Lotta per la sopravvivenza

CANNIBALI IN FAMIGLIA

L'aquila depone un piccolo numero di uova, molto spesso due, a distanza di qualche giorno. Inizia però a covare subito, appena deposto il primo, e così i piccoli nascono in tempi differenti. Quando viene alla luce il secondo, il primogenito diventa il più delle volte un assassino: è già abbastanza robusto e aggredisce il fratello sotto lo sguardo indifferente dei genitori.

Triste sorte per il secondogenito che, però, può anche morire per deperimento perché i genitori non si curano di lui. Tra le aquile reali il fratricidio è quasi una regola. La morte diventa una normale strategia di sopravvivenza. Uccidere un fratello, un figlio o comunque un simile, per alcune specie, è un fatto naturale, necessario per assicurare la continuità della vita. Questi animali, che sono stati chiamati "assassini innocenti", hanno individuato nella morte altrui le maggiori opportunità per la continuazione della stirpe: per loro gli atti di cannibalismo sono aspetto normale della vita sociale.
Per lo squalo toro o lo squalo tonno la lotta per la sopravvivenza comincia in tenerissima età, anzi, addirittura quando sono ancora degli embrioni. All'inizio della gravidanza, il corpo della femmina contiene una dozzina di minuscoli feti, ma come questi cominciano a crescere, si divorano l'un l'altro mentre sono ancora nel grembo della madre. Gli embrioni più grossi e robusti, già muniti di denti affilati, fanno a pezzi e divorano quelli più piccoli.

Alla fine rimarrà un solo embrione, grosso e ben nutrito: quando non avrà più fratellini da divorare, sarà pronto per nascere. Ci sono poi i cannibali per mancanza di spazio. Quando gli ambienti sono sovraffollati, la morte dei simili diventa l'unico rimedio per non soccombere. Succede spesso negli stagni: dove ci sono i pesciolini rossi possono schiudersi centinaia di uova. Così, se lo spazio diventa troppo ristretto, sono gli stessi genitori a mangiare uova ed anche cuccioli. Visto che ben pochi riusciranno a sopravvivere alla "strage", in acqua saranno ripristinate le normali condizioni di vita. Alle volte, per gli animali, provocare la morte degli esemplari della propria specie significa affermare la supremazia in un determinato territorio.

Di solito si tratta di maschi estranei al gruppo, che vogliono conquistare una zona altrui e su questa intendono dominare. I leoni maschi che assumono il comando di una comunità spesso uccidono e divorano i cuccioli di altri maschi: vogliono dei figli soltanto loro, con le loro stesse caratteristiche, che trasmetteranno ai discendenti. Da assassini si trasformano in padri modello per la loro prole. Ma c'è anche chi divora i genitori. Per questi animali, la morte di mamma e papà significa l'autonomia, la capacità di avventurarsi da soli per il mondo. Capita ad esempio in alcune specie di ragni. Una volta che gli adulti hanno esaurito le cure parentali, sono ancora "buoni" da mangiare. Siccome la femmina del ragno dei muri spesso muore prima che i suoi cuccioli lascino il bozzolo, i suoi pargoli ragnetti sono pronti a divorarsi il pasto materno: danno così inizio alla loro vita da adulti. Singolare è il caso dell'orso grizzly. Osservandoli, gli studiosi hanno capito che se una femmina partorisce un figlio solo quasi sempre lo abbandona.

Fa lo stesso anche se una parte della nidiata accidentalmente muore. Infatti, per l'orso è più conveniente lasciar morire un unico figlio e dare inizio a una nuova nidiata, più numerosa, piuttosto che perdere tempo per continuare a curarne uno solo. Ma se il figlio unico non è in grado di richiamare l'attenzione dei genitori - attenzioni che durano circa tre anni - non è detto che la bestiola muoia: le altre mamme, quelle provviste di una nidiata di almeno due orsetti, sono teneramente disponibili all'adozione.
 
Gianna Boetti


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