Bossi docet, regnat, imperat!

Se c'è un interesse dal quale sono stato sempre lontano, questo è la politica. Se c'è una passione che non ho mai coltivato, questa è la politica. Se c'è una ambizione che non mi ha mai allettato, questa è l'affermazione della mia personalità attraverso la politica, prescindendo, ovviamente, dalla discesa nella agone elettorale del ‘95, quando, candidandomi provocatoriamente a Sindaco della Mia città, alla testa di una lista civica assolutamente indipendente, volli soltanto dimostrare che nel nostro tanto vilipeso settore operano anche persone capaci di farsi valere. Ma il signor Bossi, con le sue stravaganze, mi ha fatto sempre paura.

Questo strano personaggio, dotato di capacità istrioniche, che propugna la secessione, lo spezzettamento dell'Italia in tanti Stati e Staterelli, come era prima della unificazione, mi deprime. Parafrasando Manzoni potremmo soggiungere: addio ai personaggi che fra i banchi di scuola abbiamo imparato ad amare ed ammirare. Che affascinavano la nostra fantasia con il loro carisma e la dedizione alla “causa” ideologica risorgimentale. Da Cavour a Mazzini, da D'Azeglio a Garibaldi che, con i “mille”, sfidò l'assetto politico dell'epoca. Addio alla Breccia di Porta Pia, all'eroismo dei bersaglieri di La Marmora, alle cinque giornate di Milano, come ai Moti napoletani ed ai Vespri siciliani. Addio alla Carboneria, a Pietro Micca, a Balilla che, con il lancio di una pietra, scatenò l'insurrezione dei genovesi. Addio a Goffredo Mameli, ai fratelli Cairoli, a Nino Bixio, ai fratelli Bandiera, a Carlo Pisacane, a Daniele Manin, ai cento e cento martiri noti e meno noti che si immolarono ad un sol grido: “Viva l'Italia!”. Addio al fervore che pervase l'intera penisola, dalle Alpi alla Sicilia, che non fu soltanto movimento di natura politica, ma anche culturale di più vasta portata. Scaturito dai concetti di nuovi valori civili, strettamente legati a quelli di dignità morale e libertà di pensiero, già introdotti dall'illuminismo e, prima ancora, dalla rivoluzione francese. Un fervore che si protrasse fino all'interventismo dei primi decenni del XX secolo, culminato con l'irredentismo. Che consegnò alla storia altri stuoli di martiri inneggianti all'Italia una e indipendente, da Guglielmo Oberdan a Cesare Battisti.

Tutto alle Ortiche! L'Italia torna ad essere la “espressione geografica”, sprezzantemente umiliata da Metternich, e quella che era diventata una nazione torna ostaggio permanente di un personaggio irrequieto, che riesce a tenere sotto scacco tutte le altre più nutrite e rappresentative forze politicamente organizzate. È riuscito a plagiare un congruo raggruppamento di persone esagitate, che continuano a dare credito alle sue bizzarre idee pseudo-revansciste, è riuscito a portare nel Parlamento “italiano” un certo numero di rappresentanti del “suo” popolo, è riuscito a far sì che i due schieramenti partitocratrici contrapposti facessero a gara nel tirargli la giacca per contendersene l'appoggio, è riuscito a diventare l'ago della bilancia della politica nazionale, è riuscito a far sì che per guadagnarsene i favori le predette coalizioni partitiche ne sposassero le strambe idee frammentaristiche, per non dire separatistiche, e facessero la corsa per approvarle ed applicarle con gravi ripercussioni sulla unitarietà nazionale e sulla “egualitarietà” dei cittadini, sancita dalla costituzione repubblicana, sottoposta anch'essa a stravolgimenti impietosi. Un piccolo esempio: in Puglia si paga il “ticket” sulle medicine. A 10 km. da Celenza Valfortore e da Carlantino (ultimi avamposti appenninici pugliesi), in Molise, il ticket non si paga. Con i medesimi parametri si evidenzia il problema delle varie sovrimposte regionali e delle diversificate addizionali comunali e provinciali, squilibrate fra gli enti locali o, in alcuni siti, del tutto inesistenti, che, di fatto, danno sostanza a inspiegabili sperequazioni contributive fra i cittadini della comune Patria. Già, la “Patria”! È termine desueto, fuori moda, non più comunemente accettato, neppure da chi la rappresenta. Si predilige la parola “paese”, come si trattasse di un minuscolo agglomerato di casupole e non di quella Nazione, di quella matrice comune che, al di là della facile retorica e dei tanti meriti e demeriti che le si possono attribuire, resta pur sempre la gloriosa Italia! Mentre ci si sforza di rabberciare faticosamente l'unità di intenti, che dovrebbe portare alla costituzione degli Stati Uniti d'Europa, in controtendenza, l'Italia va irrimediabilmente in frantumi. Una strategia che interessa assai poco tanti settori mercantili, ma incrina pericolosamente il nostro. Se un calabrese si reca in Lombardia e, girovagando per le strade di Milano, intravede un capo di abbigliamento che gli aggrada, entra nel negozio, tira fuori il portafoglio e, se gli conviene, acquista il capo. Parimenti se un italiano si sposta in Germania o in Francia. Ma se un operatore funerario lucano si reca in Toscana per il prelievo di una salma incontra difficoltà sconosciute ed imprevedibili. Deve, per esempio, o non deve applicare la valvola alla cassa di zinco? E, se sì, sa che deve redigere e presentare alle locali autorità una relazione sulle funzioni della stessa? È preparato a soddisfare questo arduo ed innovativo compito di natura “letteraria”, che presuppone conoscenze di carattere tecnico-scientifico? E, se invece che in Toscana, il suo intervento venisse richieste in Veneto? Dovrebbe sopperire alla medesima esigenza? Forse, anzi sicuramente, no. Almeno per ora, dal Veneto non giungono novità. Che, al contrario, insieme ad una “scoperta” sensazionale, ci giungono dal Piemonte! Una scoperta clamorosa, che avrebbe dovuto fare tanto rumore nel nostro settore e, invece, ha avuto una diffusione sorda e priva di ogni ipotizzabile eco. Una scoperta che poteva e doveva essere una “bomba” ed invece non ha neppure procurato uno “scoppiettino” da innocuo petardo. Niente di meno la Regione Piemonte ha “scoperto” che la sostanza contenuta nella iniezione conservativa è cancerosa. La volgare formalina sarebbe, quindi, dannosa e letale. Ed allora il grido di allarme: che si salvino i piemontesi! Ma, per carità, solo i piemontesi, perché di tutti gli altri, appartenenti al resto dell'Italia, la Regione Piemonte se ne impipa altamente! Cosa fa la Regione Piemonte? Con disposizione n. 5118/28/4 dell'11.03.2002, l'Assessorato alla Sanità regionale “ha deliberato, fra l'altro, di derogare dagli articoli 32 e 48 del vigente D.P.R. 285/90, riferiti all'obbligo della puntura conservativa”. Ecco il testo della disposizione:

“Preso atto che il trattamento antiputrefattivo, utilizzando sostanze cancerogene e mutagene determina notevole inquinamento ambientale, rappresenta un elevato rischio per gli operatori e può costituire una difficoltà alla esumazione cimiteriale, in quanto determina un prolungamento del processo di mineralizzazione delle salme, si ritiene quindi che il suddetto trattamento debba essere fatto esclusivamente per le salme dirette all'estero, ove è prevedibile una indagine autoptica da parte delle locali autorità sanitarie e/o giudiziarie nella sede d'arrivo”.

È quanto testualmente diramato da Feniof ne l'Informasoci n. 8 del 18 aprile 2003. La povera, banale formalina, antisettica e disinfettante, è diventata un “killer” pericoloso. A chi provocherebbe danno? Al morto? Non credo proprio! Essendo già defunto nulla più può nuocergli, ma sarebbe deleteria per gli operatori ed il suo uso determinerebbe il prolungamento del processo di mineralizzazione dei cadaveri. Questo in Piemonte! Nel resto d'Italia NO!!! Ma il Ministro Sirchia è stato messo al corrente? E gli “esperti” settoriali, di casa presso il Ministero della Salute, sanno?

Se la notizia arriva alle orecchie del “senatur”, che cosa è ipotizzabile avvenga? A mio avviso farà in modo che la disposizione della Regione Piemonte venga recepita ed estesa a tutte le regioni del suo “impero” padano-veneto, affinché si salvaguardi l'integrità e la purezza della razza “unno-celto-ostrogota”. Poi emanerebbe un decreto legge (in qualità di Ministro, pagato dalla Repubblica Italiana, può farlo!!!) che vieterebbe alle regioni centro-meridionali di adottare la medesima disposizione, cosicché il pericolo di essere infettati di cancro verrebbe limitato ai soli operatori delle regioni a sud della famosa “linea gotica”, compreso il Lazio, che ospita la tanto detestata “Roma ladrona”, favorendo la diffusione della malattia a largo raggio per distruggere, alfine, la progenie dei “terroni” e imporre il primato della dubbia purezza “celtica”, dubbia perché anche la Padania (non so se lui lo sa!), come il resto dell'Italia, è stata teatro di invasioni e dominazioni variegate, dai francesi agli spagnoli, fino agli austro-ungarici. I quali tutti, sovrapponendosi ed integrandosi, hanno “inquinato” i ceppi abitativi originari. Ma lo sa costui che quando i suoi avi usavano la clava e si coprivano di pelli di animali, dal sud già si irradiava la multiforme civiltà della Magna Grecia (dove Magna non sta per “magnà”!)?

Da un verso c'è da ammirare il novello tribuno che si dimena per una idea, giusta o sbagliata che sia. D'altro canto non si può non stigmatizzare il comportamento remissivo di chi dovrebbe insorgere contro simili bizzarrie regionalistiche toscane e piemontesi, per ora (in attesa di chissà quante altre “amenità” dalle altre 18, fra regioni e province autonome), a tutela della indispensabile e basilare uniformità comportamentale a cui dovrebbe essere assoggettata la categoria tutta, univocamente, dalle Alpi al Mediterraneo, isole comprese.

Quando si scoprì l'effetto nocivo dell'amianto, il suo uso non fu vietato solo nella Regione dove avvenne la scoperta, ma assunse immediata e tempestiva valenza nazionale. Se è vero, perciò, che la formalina è dannosa (e non siamo noi deputati ad accertarlo), plaudendo alla Regione Piemonte che ha fatto la “scoperta”, il minimo sarebbe che l'abolizione della iniezione conservativa investisse l'intero territorio nazionale.

E la Feniof in testa dovrebbe farsi portavoce di questa che, lungi dall'essere considerata una opzione, dovrebbe essere intesa come esigenza cautelativa per tutti coloro che in Italia praticano tale obbligo di legge. Ma il D.P.R. 285/90, regolamento di Polizia Mortuaria, è ancora vigente? Oppure può essere ritenuto una scelta facoltativa applicabile solo parzialmente dalle Regioni?

L'altro aspetto buffo (mi sia concesso il termine) della disposizione regionale piemontese, con l'aggravante di una buona dose di cinismo, consiste nel limitare l'adempimento sanitario alle sole salme da espatriare.

Con la previsione di sottoporle eventualmente ad esame autoptico, da effettuarsi, però, a destinazione. A cosa possa servire l'autopsia a chi è morto per cause naturali non so, ma è quanto mai paradossale proporre tale esame essendo consapevoli che il cadavere contiene 500 c.c. di formalina che provocherebbe nocumento. Come dire: “si salvi chi può!”, noi dal Piemonte la formalina la mandiamo a voi “stranieri”! Voialtri esaminatela pure, nel corpo del defunto, cercatela, prelevatela, maneggiatela e tanto piacere delle possibili conseguenze! Ancorché diretta all'estero, però, l'iniezione non è stata praticata da un operatore piemontese? Con indubbio danno per costui? E poi, non sarebbe il caso di chiedere lumi alla Regione Piemonte su che cosa intenda per “estero”? Se gli altri Stati europei, pur appartenenti al medesimo “mercato comune”? O tutti gli Stati Extraeuropei? Ovvero anche le altre Regioni italiane?

Non c'è che dire. Comunque un bell'esempio di “solidarietà” nazionale ed internazionale, che fa “onore” al Piemonte ed all'Italia (chiedo venia per la reiterazione del nome proprio della mia Patria, per la quale nutro amore e rispetto), ma anche e soprattutto a chi tollera queste discrepanze territoriali. In epoche non troppo remote si asseriva: “Bononia docet!”. La dotta Bologna insegnava all'Italia, all'Europa, al mondo intero. Ora, invece, è il signor Bossi che insegna, regna ed impera! La stranezza o, se vogliamo, la nemesi è che proprio a Bologna è nato ed ha sede l'organismo settoriale principe rappresentativo della categoria funeraria! Che invece di contrastare questi assurdi fenomeni frammentaristici, subisce e zittisce. Senza nemmeno ravvisare l'esigenza di giustificare il proprio atteggiamento di totale remissività.

Sono apolitico come persona, siamo apolitici come categoria, è apolitica questa rivista, chi la dirige, chi la redige, chi la edita, ma non dimentichiamo che se domani mattina, al mercato rionale, avremo la sgradita sorpresa di trovare raddoppiato il prezzo delle mele o delle melanzane, questo accade per motivi “politici”, perché anche l'economia è governata dalla politica. Ciò vuol dire che nessuno può e deve essere “apolitico” nella accezione più assoluta del termine. Si può essere “apartitici” (anche se poi nella cabina elettorale ciascuno dà la preferenza al suo preferito) e si può essere “apolitici” nel senso che non si svolga attività di militanza, di propaganda o di proselitismo, ma non si può essere assolutamente “apolitici”. Un poeta francese, Paul Valere, diceva più o meno: “la politica è l'arte di impedire ai cittadini di impicciarsi di ciò che li riguarda”.

Esplicitando il concetto che la politica influenza, incide su tutto e su tutti, perfino sull'eventuale aumento del prezzo del pane e del latte. Il termine trae origine dalla “polis”, come nell'antica Grecia era intesa ogni comunità o aggregazione autonoma ed autosufficiente di uomini liberi che, in piazza, si incontravano, si confrontavano e conferivano a taluni, determinate responsabilità rappresentative (da cui le istituzioni). Perciò, non me ne vogliano eventuali lettori di simpatie o di estrazione “leghista” se ho maltrattato il loro “leader”. In coscienza, possono condannarmi per avere evidenziato un aspetto deleterio delle conseguenze della frammentazione “politica” italiana, dal loro capo propugnata, sostenuta ed imposta a colpi di ricatti, esercitati anche nei confronti dei suoi stessi alleati?

A chi volesse confutarmi, ripeto l'invito dei “bigliettai” di antica memoria: “avanti c'è posto!”. Su queste pagine libere, autonome e prive di asservimento o pigra assuefazione, c'è spazio per tutti. Questa rubrica , in particolare, lo dimostra, qualora ve ne fosse la necessità. È titolata “il pensiero di…” proprio perché ciascuno possa esprimere liberamente il proprio.
 
Alfonso De Santis
Alfonso De Santis, impresario funebre in pensione, è autore di un libro che tutti gli operatori del settore dovrebbero leggere, “Il dito nella piaga”. Una raccolta di 15 racconti, coinvolgenti e divertenti, tutti ambientati nel comparto funerario, ai quali seguono aneddoti e riflessioni personali sulla morte (224 pagine, copertina cartonata rigida).
Il libro è in vendita al prezzo di 10 euro, spese di spedizione comprese.
Le richiesta vanno indirizzate all’autore:
Alfonso De Santis – via della Repubblica n. 24 – 71100 Foggia
telefono e fax 0881/776536 – cellulare 368 7148526

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