L'antica storia di una insolita coppa

Terribile e scellerato il destino di Rosmunda, costretta a bere vino dal cranio del padre. Siamo nel 572 d.C. ed è il marito di Rosmunda, Alboino re dei Longobardi, ad obbligare la donna in una notte di bagordi nel castello di Verona, loro quartier generale, ad imitarlo nell’oltraggioso gesto. Il padre di Rosmunda, Cunimondo, re della tribù germanica dei Gepidi, era morto per mano di Alboino circa cinque anni prima. Il cranio del nemico ucciso, conservato come trofeo, aveva seguito il re longobardo e, secondo una tradizione barbarica, veniva utilizzato dal vincitore come coppa.
Cercando tra le fonti archeologiche o scritte, abbiamo scoperto che questa usanza è presente nella storia di diversi popoli, anche lontani tra loro. Andando a ritroso fino alla preistoria, un cranio, risalente a 14.700 anni prima dell’era cristiana, è stato ritrovato a Gough’s Cave (Grotta di Cough), nella contea inglese del Somerset. Gli evidenti segni di tagli, che indicano l’azione di rimozione della carne, e i bordi levigati e regolari ne testimoniano l’utilizzo come coppa.
Rosmunda si venne a ritrovare, quindi, vittima di quello che era un costume attestato da lungo tempo e, in particolar modo, associato alle culture storicamente nomadi delle steppe dell’Eurasia. La coppa ottenuta dalla volta cranica, separata dal resto delle ossa del capo e capovolta, poteva e può essere impiegata anche in usi rituali come tazza per il bere, ciotola per il cibo o trofeo.
Cercando tra le testimonianze scritte, la notizia più remota di questa tradizione si trova negli annali cinesi. Presso l’antico popolo nomade Xiongnu, originario dell’attuale Mongolia, Laoshanh, figlio del capo Xiongnu, uccise attorno il 177 a.C. il re degli Yuezhi, altra popolazione nomade dell’Asia centrale, e realizzò una coppa con il teschio dell’avversario. Secondo la biografia dell’inviato Zhang Qian, questa coppa venne più tardi utilizzata quando il popolo Xiongnu concluse il trattato con i due ambasciatori della dinastia cinese Han, durante il regno dell’imperatore Yuan (49-33 a.C.). Per sigillare l’accordo gli ambasciatori cinesi, insieme ai comandanti Xiongnu, bevvero sangue dall’inusuale bicchiere.
In India e in Tibet i teschi usati come coppe si chiamano “kapala”, che in sanscrito significa appunto “teschio”, e sono destinati ad essere impiegati nei rituali tantrici Buddisti e Indù. Il teschio, di cui non è importante conoscere la provenienza, viene utilizzato per offrire libagioni alle divinità e per ottenerne il favore. La raffigurazione della coppa-teschio si vede sovente nelle immagini di divinità Indù, tra cui la dea Kali, dipinte mentre tengono un “kapala” pieno di sangue umano. Soprattutto in Tibet è possibile trovare ancora oggi numerosi esempi intagliati e con finiture in oro.
L’usanza di bere dal teschio permane presso la setta Indù degli Aghori; tuttavia il loro gesto vuole dimostrare che non vi è alcuna distinzione tra puro e impuro e che nulla è separato da Dio.
C’è anche chi, consapevolmente o meno, della coppa-teschio ne ha fatto un vezzo. È lo stesso Lord Byron che racconta come sia entrato in possesso del cranio che volle fosse trasformato in recipiente per bere. “È stato trovato dal giardiniere, mentre scavava, un teschio probabilmente appartenuto ad un allegro monaco o frate dell’Abbazia (l’Abbazia di Newstead era di proprietà della famiglia Byron) … essendo di grande dimensione ed in perfetto stato di conservazione, una strana fantasia mi prese e volli che fosse montato per essere utilizzato come tazza. L’ho quindi inviato in città ed è ritornato ricoperto di smalto: ora è di un colore screziato come se fosse in tartaruga”.
Non ci resta che dire “de gustibus non disputandum est”!
 
Francesca De Munari


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