Anime sante, a proteggere i vivi

Quando una persona muore, pur non facendo più parte del mondo dei viventi, continua ad essere presente nel ricordo dei superstiti. In molte culture, dopo il distacco, il defunto si trasforma in "antenato", venerato e pregato affinché assista i suoi cari e l'intera comunità. E, secondo alcune tradizioni, non abbandona la terra, ma continua a partecipare alla vita quotidiana della famiglia d'origine. Perché la vita e la morte sono inevitabilmente legate.
È sopraggiunto il distacco. Da questo momento, anche se il defunto non appartiene più al mondo dei viventi, la sua presenza rimane ben salda nella famiglia e nella comunità in cui ha trascorso la sua esistenza. Terminate l'angoscia e la disperazione legate al tempo del lutto, il morto viene collocato in un speciale "universo", distaccato dalla realtà di questa terra. Assumendo il più delle volte una funzione protettiva del gruppo e dei superstiti. In molte culture, l'esperienza del cordoglio termina con la trasformazione del morto in antenato: poco per volta, il trapassato non viene più considerato nelle sue sembianze fisiche, si attenua il dolore della sepoltura e alla tristezza si sostituiscono il ricordo, la riconoscenza e la venerazione. Un proverbio popolare diffuso in Calabria dice infatti: "se consuma la carne e se consuma lu dolore", mentre in Molise ripetono che "come si consuma il morto, così si consuma la pena".
Maschere e preghiere. Fin dall'antichità, gli antenati occupano un posto determinante nella società. Presso gli antichi Romani, che li onorano in diverse ricorrenze, partecipano addirittura alle cerimonie funebri dei loro discendenti: tocca ai mimi "rappresentarli", indossando un abito che portarono in vita. Così vestiti, gli antenati si muovono per primi nel corteo, precedendo il defunto sul catafalco, quasi ad aprirgli la strada verso l'aldilà. Seguono i parenti viventi, tra le lacrime e abbigliati a lutto. Una grande considerazione degli antenati è presente anche tra le antiche popolazioni slave: queste genti pregano con assiduità i defunti, chiedendo loro di non far soffrire la fame e la sete ai loro discendenti, di non mandare intemperie sulle coltivazioni e di non far finire le greggi nei burroni. Non solo, li pregano di non far nascere discordie tra giovani e vecchi, affinché siano sempre saldi i legami di sangue. Nei tempi passati, i Bulgari invocano il defunto perché perdoni chi l'ha offeso in vita. E, preoccupati dalle malattie, chiedono ogni giorno agli antenati di non mandare epidemie sulla terra.
Corpi "decollati" ad assistere la famiglia. L'intervento protettivo degli antenati è diffuso in molte tradizioni popolari italiane. In alcune zone della Puglia, in occasione del pranzo delle principali festività annuali, si lascia spesso una sedia libera, perché venga occupata dall'antenato morto più recentemente, affinché protegga la famiglia dalle avversità. In Veneto, nelle province di Vicenza e di Belluno, dopo che il moribondo è spirato, i congiunti lasciano la porta d'ingresso aperta per le ombre degli antenati, che devono poter entrare per stare vicino al defunto: non si spazza nemmeno il pavimento, per timore di farli allontanare. Anche in Basilicata si crede che gli antenati si sistemino, entrando dalle finestre, accanto al letto del morto e che lo veglino fino a quando resterà in casa. Persa la loro identità personale, i morti, secondo le credenze diffuse in Abruzzo, diventano "buone anime" o "anime sante": a loro i superstiti si rivolgono con umiltà e devozione, chiedendo di proteggere le famiglie, in modo particolari i più piccini, e di aiutare le coltivazioni in difficoltà. E se in Campania al culto degli antenati si sostituisce quello delle anime in purgatorio, che possono intercedere per i viventi, in Sicilia è documentata la venerazione dei corpi "decollati", cioè dei morti per condanna capitale che, per lo strazio della morte subita, sono redenti da ogni colpa e, guardando ormai il mondo con occhi benevoli, assistono i loro cari e l'intera comunità.
Antenati importanti e unici consiglieri. Ricordati, adorati, invocati con offerte, gli antenati fanno parte delle culture delle più diverse parti del mondo, dove si registrano molteplici forme di culto e singolari credenze. In Cina, ad esempio, non vi è separazione netta tra il mondo dei vivi e quello dei morti: i defunti non abbandonano la terra, diventano antenati e continuano a partecipare alla vita quotidiana della famiglia d'origine. Ogni casa, infatti, ha una nicchia in cui vengono conservate delle tavolette su cui sono incisi i nomi e le principali azioni compiute dagli antenati importanti. In questo spazio sono accolte cinque generazioni di avi: così, quando muore un altro esponente della famiglia, la tavoletta dell'avo più antico viene bruciata per essere sostituita con quella dell'ultimo defunto. Comunque, l'energia del vecchio progenitore non viene dispersa: il primo bambino che nascerà porterà il suo nome.
Anche in Africa i morti non si ritirano in una sfera ultraterrena, ma continuano ad intervenire nella vita dei discendenti sotto forma di "spiriti protettori". Spesso, i defunti vengono seppelliti vicino alle case, talvolta anche all'interno, proprio per dimostrare che continuano inevitabilmente a fare parte della famiglia. In alcune tribù ricevono anche offerte di bevande: per loro, i congiunti versano al suolo qualche goccia d'acqua o di bevanda alcolica, in modo che possano ristorarsi e che continuino ad essere la migliore guida per l'intera comunità. Sono sempre gli anziani a ricevere e ad interpretare i consigli e gli ordini degli avi: e, se il loro volere viene trasgredito, si adirano e manifestano la propria collera provocando disgrazie.
Nelle usanze africane non tutti, però, accedono al ruolo di antenati: sono esclusi i bambini, i suicidi, coloro che hanno agito male e i folgorati, perché il fulmine è considerato una punizione. Anche gli annegati non entrano a far parte degli avi:
l'annegamento è considerato come vendetta della potenza delle acque. In Burkina Faso, quando una persona muore in questo modo, si dice infatti che "le acque lo hanno mangiato". Rimangono così spiriti erranti, spesso pericolosi per gli uomini.
Diversi, anche nella morte. Non è poi vero che la morte rende tutti uguali. In Giappone, si riflettono anche nell'altro mondo le differenze della vita. Tra i defunti si distinguono infatti gli antenati, chiamati "senzo" e la massa di morti considerati inferiori. Solo chi, durante l'esistenza terrena, è stato rivestito di una autorità e ha garantito la stabilità della famiglia, può diventare antenato. A questo, il nuovo capofamiglia chiede di aiutare la sua discendenza e di approvare le decisioni che ha preso, portandole a buon fine. Per i defunti che non possono diventare avi, invece, si recitano preghiere e si presentano offerte, per aiutare la loro anima nell'aldilà. Si tratta dei morti che, nel gruppo, non hanno avuto poteri, come i bambini o i fratelli minori: così come in vita, anche in morte rimangono nel loro stato di bisogno nei confronti della famiglia. Gratitudine per tutti gli antenati si registra invece in Corea: durante la festa di Chúsok, che celebra il passaggio dall'estate all'autunno, i familiari preparano una grande tavola su cui pongono ciotole di riso bollito, proveniente dai nuovi raccolti, e vari frutti. Davanti alla mensa, il figlio maggiore della famiglia fa un profondo inchino e offre parte del riso agli antenati. Li ringrazia in questo modo per il raccolto dell'anno. Invocandoli di non far mancare mai la loro protezione.
 
Gianna Boetti

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