ANATOMIA DI UNA CRISI

Ho ricevuto nei giorni scorsi tante lettere che mi invitano a dare un giudizio da psicologo e da tanatologo sui fatti di Novi Ligure e non vorrei lanciarmi, come hanno fatto e fanno tanti miei colleghi, in giudizi che necessariamente possono essere basati non su dati di fatto e studi approfonditi, bensì sulla sensibilità personale e sui presupposti teorici di ciascuna storia professionale.
Voglio, tuttavia, rispondere alla lettera di un "operatore funerario" che mi invita a commentare la seguente notizia apparsa su La Repubblica del 2 marzo scorso.

IL BECCHINO LASCIA: "SONO SCONVOLTO DA QUEI DELITTI"
Novi Ligure.
"Dopo quello che ho visto non ce la faccio più". È lo sfogo del "becchino" Mimmo De Vito. Lui, l'addetto alla polizia mortuaria, è entrato quella sera del 21 febbraio nella casa del massacro per rimuovere i cadaveri del piccolo Gianluca e della mamma Susy. Adesso dice che quel lavoro non lo vuole più fare. "Vado a fare il volontario, qualcosa per aiutare gli altri".
Fino a qualche mese fa Mimmo, che viene dalla Calabria, faceva il restauratore, poi è arrivata la chiamata del Comune di Novi Ligure per un contratto a termine che però sarà rinnovato. Ma lui il rinnovo non lo vuole, anche se ha una famiglia e la prospettiva della disoccupazione. Però quella scena nella villa dei Nardo gli si è impressa nella memoria e non lo lascia più.
È rimasto sconvolto da quanto ha visto.


La prima cosa che salta agli occhi è che un operatore di polizia mortuaria e, aggiungerei, ogni operatore che a qualsiasi titolo può entrare in contatto con la "morte sporca" nel mondo del crimine, del soccorso pubblico, dei servizi funerari o in quello della sanità, viene esposto a situazioni terrificanti senza gli elementari strumenti di difesa che possono essere approntati per evitare che ne sia traumatizzato.

Quale preparazione può aver ricevuto, infatti, il povero Mimmo che da restauratore si è trovato, da un giorno all'altro, a fare uno dei lavori più sporchi e stressanti del mondo?
Al massimo, se è andata bene, ha fatto un corso rapido per apprendere i rudimenti del mestiere, le leggi principali e le norme di sicurezza da rispettare sul lavoro. Ma sono strumenti che non possono bastare per entrare in contatto quotidianamente con la morte, figurarsi se bastano per affrontare l'orrore della morte violenta. L'unica scusante per questa omissione può essere che se Mimmo avesse saputo a cosa poteva andare incontro forse non avrebbe nemmeno accettato l'incarico.

Tre sono gli strumenti fondamentali che è necessario possedere per non andare allo sbaraglio di fronte alle situazioni estreme della vita: a) una motivazione sufficientemente forte per mettersi in "crisi"; b) la consapevolezza dei principali meccanismi psicologici di difesa che l'animo umano ha a disposizione quando si deve confrontare con qualcosa di sconvolgente; c) sapere a chi rivolgersi per avere aiuto nei casi in cui le motivazioni risultino troppo deboli e i meccanismi di difesa siano inefficaci.

In altri termini Mimmo avrebbe dovuto: a) essere avvertito che nel suo lavoro poteva incontrare delle "situazioni di crisi", ed essere aiutato a trovare, in sé o nella situazione oggettiva, validi motivi per accettare lo stesso il lavoro e quindi "prevedere" le sue possibili difficoltà; b) essere aiutato a diventare consapevole dei modi in cui si era difeso nelle situazioni di vita che l'avevano sconvolto prima di allora, valutandone possibilità e limiti; c) avere precisa indicazione di un riferimento professionale (uno psicotanatologo, preferibilmente) in caso di difficoltà.

Ma quali possono essere i buoni motivi per accettare un lavoro che può "mettere in crisi" se si tratta di un lavoro precario e non corrispondente alle proprie aspirazioni?
Dirò qui per inciso che non è vero, come si pensa comunemente, che nessuno se potesse farebbe il lavoro di "becchino": la verità è piuttosto che, non sapendo più la nostra società "valorizzare" questo ruolo, non resta che ridurre il lavoro di becchino ad un lavoro sporco che può essere accettato e svolto solo per "necessità" o perché ha un salario talmente alto da non poter essere rifiutato.

In realtà ci sono pochi lavori "socialmente utili" come i "lavori sporchi", senza trascurare che, per quanto riguarda lo specifico lavoro di becchino, in esso sono sedimentati tutti i significati culturali del fatto che l'uomo si distingue dagli animali fin dagli albori della civiltà proprio perché seppellisce (o tratta in qualche modo non abbandonandoli) i morti. E avere un lavoro che ha un senso profondamente umano non mi sembra una piccola motivazione per farlo, accettandone anche i rischi di crisi che comporta!

Quanto poi alle difese psicologiche di fronte a ciò che angoscia e sconvolge nel lavoro di becchino, queste sono le difese classiche contro il "male": 1. l'indifferenza tecnica di chi si "nasconde" dietro la corazza della propria professionalità e così non viene raggiunto dalle emozioni negative che incontrare il "male" comporta;
2. il coinvolgimento emotivo di chi si butta sul lavoro come "persona" e così lo personalizza in un qualcosa che fa parte della propria stessa vita: il "male", in questo caso, viene affrontato tramite il "modo personale di prendere" le cose della vita, e se lo "prendi bene" non è più così male;
3. il coinvolgimento umano di chi fa il suo lavoro per fare un servizio agli altri, cioè come espressione del suo essere parte di una società: ora il "male" che tocca a ciascuno è sua responsabilità e viene gestito proprio facendosene carico di fronte agli altri.

Quali sono le difese di Mimmo? Chi se lo è mai chiesto? Infine, se avesse voluto chiedere aiuto, a chi si sarebbe potuto rivolgere Mimmo nel suo ambito lavorativo? Si può supporre che egli sapesse di non avere motivazioni sufficienti per gestire le crisi del suo ruolo, che non confidava nelle sue difese e che nessuno l'avrebbe potuto aiutare. Ecco perché la sua unica alternativa è stata la fuga. Ma se tutti fuggissero come Mimmo di fronte alle crisi del proprio lavoro, chi farebbe più i lavori "sporchi" che sono poi i soli lavori veramente utili per tutti?
 
Francesco Campione

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