La Signora della Porta Accanto

UN AMORE TROPPO INTENSO

Se dovessi scegliere un'epigrafe funeraria per quei due, so bene cosa scriverei: nè con te, nè senza di te. Ma nessuno me lo chiederà (Odile Jouve)
L’amore che riempie la vita, l’amore che rende folli, l’amore che distrugge e autodistrugge: “La signora della porta accanto” è tutto questo. Francois Truffaut indaga l’imperscrutabile mondo dei sentimenti con una potenza melodrammatica che sfiora appena il tragico, ma che rimane costantemente ancorata alla contemporaneità. E riesce nell’impresa adottando una dimensione metacinematografica che rende il tutto ancora più reale: è la signora Jouve che, guardando dritto verso la macchina da presa, apostrofa gli spettatori proiettandoli nel vivo della storia. Una storia di cui lei stessa è spettatrice e voce narrante, una storia di cui solo lei, invalida per amore, può comprendere i risvolti più distruttivi.
Bernard e Mathilde un tempo sono stati amanti. Il loro era un amore totalizzante, completo, intenso. Troppo intenso, forse, perché si era trasformato in ossessione, in tremenda gelosia, in possessività. Un amore morboso e malato, insomma, che a lungo andare li aveva allontanati e li aveva fatti andare avanti ciascuno per la propria strada. Entrambi si erano sposati ed avevano avuto un figlio. Ma i fantasmi del passato ritornano, se non debellati a tempo debito: così, Mathilde e consorte si trasferiscono proprio nella casa a fianco a quella di Bernard. E se all’inizio i due ex amanti si fingono perfettamente padroni della situazione, a lungo andare quell’amore distruttivo tornerà a dominarli e a vincere le loro difese. Sembra impossibile gestire la situazione. Non quando non esiste distrazione alcuna, non quando ci si trova esclusivamente e costantemente a fare i conti con l’altro: Mathilde e Bernard vivono lontani dalla città, in due case di campagna contigue e isolate, pretesto perfetto per amplificare ancora di più una situazione senza via d’uscita. Gli incontri clandestini a Grenoble si fanno più frequenti, ma non portano a nulla. L’amore non matura e si rivela essere quello che è sempre stato: passione, ossessione, morboso attaccamento. E i due protagonisti cercano paradossalmente conforto proprio nel matrimonio, nei rispettivi coniugi che sanno tutto, ma non giudicano. L’epilogo è scritto fin dall’inizio: Mathilde attira Bernard in casa sua e lo fredda con un colpo di pistola alla tempia, suicidandosi a sua volta subito dopo. “Morte istantanea” dichiara il medico legale. La morte come ultima, estrema soluzione ad una vita che senza amore, però, non vale la pena di essere vissuta.
Consegnato alle sale cinematografiche nel 1981, La signora della porta accanto è il penultimo film del genio Francois Truffaut. Critico, regista e attore, Truffaut è ricordato nella storia del cinema per essere stato il capofila di un movimento rivoluzionario, la Nouvelle Vague, di cui la pellicola non è priva di influenze. L’amore, del resto, è uno dei temi privilegiati della sua cinematografia. Forse non quello più riuscito, ma senza dubbio tra i più dibattuti. L’opera costituisce un punto di arrivo: è l’approdo di una ricerca complessa, ma disillusa, che vede sì l’amore come motore del mondo, ma anche come strumento di autodistruzione se non correttamente gestito.
Il ruolo di Bernard fu affidato ad un giovanissimo Gèrard Depardieu, ancora un po’ acerbo, ma dalle innegabili potenzialità. Fu la stella Fanny Ardant, invece, a vestire i panni di Mathilde e la critica ne ha esaltato la sentita interpretazione.
 
Laura Savarino
La signora della porta accanto
(Francia, 1981)
di Francois Truffaut
Durata: 106 minuti
Cast: Gèrard Depardieu, Fanny Ardant, Henri Garcin, Veronique Silver, Roger Van Hool


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