ALDILÀ O AL DI LÀ?

La crisi della fede nell'Aldilà sembra ormai irreversibile, pur se il sentimento religioso al quale si accompagnava ha un revival non effimero. Anche coloro i quali vorrebbero crederci o pensano che sarebbe bello che ci fosse ne dubitano, perché provarne l'esistenza coi criteri vigenti, cioè quelli della scienza moderna, risulta molto arduo.

In realtà basterebbe togliere al "dopo-morte" il suo carattere immaginario e magico per accorgersi che noi stessi siamo il "dopo-morte" di quelli che non ci sono più. C'è un oltre che non necessita di prove: noi moriamo e restano gli altri, così come altri sono morti e siamo restati noi. Ma ora non è più dell'Aldilà che si tratta, bensì di ciò che resta, di ciò che c'è al di là della vita di ciascuno, gli altri. Certo, coloro che non vogliono morire preferiscono l'Aldilà, amano immaginare che non si muoia del tutto e che si passi nell'Aldilà piuttosto che si muoia e che al di là restino solo gli altri.

Ma è proprio vero che al di là restano solo gli altri? Sarebbe vero se ciascuno fosse fatto solo di ciò che gli appartiene e non anche di ciò che appartiene ad altri. Come sarebbe la morte se sapessimo che anche da vivi non siamo solo noi stessi, ma siamo anche "altri"? Non significherebbe forse che anche da vivi siamo un po' morti? Che siamo non solo noi stessi, ma anche l'al di là degli altri che non ci sono più? Dovremmo, seguendo questa linea, cercare di capire che siamo fatti di ciò che gli altri ci hanno lasciato oltre che di ciò che siamo per noi stessi. Significa che i morti vivono in noi o che noi viviamo anche per loro?

Se i nostri morti vivessero in noi, significherebbe che abbiamo il potere di trasformarli in parti di noi e così di sottrarli alla morte. Ma sono ancora loro a vivere in noi o tratteniamo di loro, facendole diventare parti di noi, solo le parti che vogliamo? Farli vivere in noi non significa allora "tradirli", una specie di assimilazione a noi, cioè come se ce li mangiassimo e li digerissimo trasformandoli in sangue nostro, in vita nostra? È quello che vorremmo facessero di noi gli altri che restano al di là di noi? Se invece essere l'al di là di chi non c'è più significasse vivere anche per i nostri morti, sostituirsi ad essi, sarebbero loro a vivere, ma grazie ad altri, per interposta persona. Sarebbe una vita per loro, ma sempre una vita di altri.

Insomma, se rinunciamo ad un Aldilà incerto per un al di là certo rinunciamo a rinascere e ci dobbiamo accontentare di vivere sotto forma d'altri o "ispirando" altri a vivere per noi. E vale la pena di rinunciare tutte le volte che si rinuncia a qualcosa per qualcos'altro di maggior valore. Ora, cosa ha più valore, dove c'è più Bene: la propria vita o la vita degli altri?

L'Umanità che privilegia la vita dell'individuo che vive per se stesso aborrisce giustamente la propria fine (il massimo dell'umanità in questo caso è lo sforzo di esistere) e preferisce l'Aldilà nel quale la vita individuale risorge e si eternizza. L'Umanità che privilegia la vita dell'individuo che vive per l'altro aborrisce la fine dell'altro (il massimo dell'umanità in questo caso è il "non uccidere") e preferisce l'al di là nel quale l'individuo si affida all'altro fecondandone l'esistenza ma lasciandogli il posto.

Difendere la propria vita o lasciare bene gli altri diventano rispettivamente gli scopi dominanti del morire. La difesa della vita propria a tutti costi giustifica la paura e l'angoscia e alimenta l'uccisione d'altri e la guerra; pensare agli altri nel morire (sia nel senso di difendere la loro vita sia nel senso di morire pensando a loro) giustifica il desiderio di morire e alimenta la responsabilità per gli altri e la pace.

L'atteggiamento nei confronti della morte determina la storia dell'Umanità.

 
Francesco Campione

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