11 settembre 2001
Interventi di: G. Ruffini, S. Collari, F. Vacchero

Come organizzatori di TANEXPO, ogni anno ci aspetta l'appuntamento con la maggiore esposizione statunitense di articoli funerari, quella organizzata dalla NFDA (National Funeral Directors Association).
Ogni anno in ottobre partiamo per gli Stati Uniti, ogni volta in una città diversa, per promuovere la nostra, la vostra manifestazione fieristica, per conoscere i colleghi americani, per lavorare.
Quest'anno tocca ad Orlando, in Florida, lo stato del sole dove i ricchi americani vanno a svernare perché lì il clima è sempre mite.
Avevamo appena organizzato la trasferta e con entusiasmo stavamo pregustando quel tanto di eccitazione benefica che accompagna ogni viaggio, anche se di lavoro. Prima di tornare in Italia avevamo pensato di passare due giorni a New York, questa volta per il solo piacere di respirare l'atmosfera della "grande mela". Biglietti prenotati. Amico italiano che lavora a New York contattato. Sembrava tutto a posto. E poi la notizia che ha fatto saltare il cuore in gola a tutti….
Dopo le prime ore di sconcerto si doveva però affrontare la realtà, il nostro lavoro. Anche se la mente correva sempre a quelle immagini, allo strazio delle vittime, al lutto lacerante degli Stati Uniti e del mondo, si tende comunque a ricondurre tutto alla propria realtà, al proprio mondo.
In fondo la vita va avanti. Siamo dotati di una sorta di cinismo che, evidentemente, interviene come meccanismo di difesa. Per cui si pensa alle conseguenze che questo fatto può avere nella nostra quotidianità. Cosa fare, partire o no?

Non è tanto la paura di altri attentati che ci spaventa, quanto piuttosto una sensazione di disagio, quasi un senso di colpa a viaggiare sereni mentre ci sono ancora dei corpi sepolti sotto le macerie dei grattacieli abbattuti.
Ma abbiamo deciso di partire. E il coraggio ce lo hanno dato proprio gli americani: come espositori del salone, dopo un paio di giorni dal tragico evento, abbiamo ricevuto anche noi una circolare da parte degli organizzatori.
Innanzitutto vi era espresso il ringraziamento per le oltre 1500 case funerarie americane che hanno chiamato offrendo i propri servizi e la propria professionalità per venire incontro alle esigenze della nazione.
Vi erano poi alcuni consigli per aiutare la comunità ad affrontare la tragedia nel giorno di lutto nazionale: tenere una candela sempre accesa, offrire ai presenti coccarde con i colori della bandiera, includere nei servizi canzoni popolari affinché tutti possano partecipare attivamente, fare donazioni al fondo istituito dalla NFDA in occasione dell'attentato, offrirsi come donatori di sangue o sollecitare le donazioni e tante altre idee per aiutare ed aiutarsi.

Quello che mi ha colpito è la tenacia che supera lo sgomento, l'attaccamento alla propria terra e nazione che fa della bandiera un simbolo di grande significato. E quando i simboli non sono vuoti, come purtroppo accade spesso, diventano fondamentali in momenti delicati, quando l'aggregazione e il senso di solidarietà sono essenziali.
Questi piccoli consigli, queste idee, alcune delle quali ai nostri occhi possono sembrare banali, in realtà rispecchiano la grande tenacia degli americani, la loro volontà di andare avanti, di trovare la forza nell'unione, di ricostruire subito anche attraverso i piccoli gesti.
In fondo è proprio così che è nato il Nord America: i primi cittadini non erano altro che i prigionieri provenienti dall'Inghilterra o dall'Irlanda, delinquenti che non potevano più essere contenuti nei carceri.
A loro veniva offerta la possibilità di ricominciare una vita oltreoceano: avevano solo un pezzo di terra e le braccia per lavorare. Dal niente, nei secoli, è nata una potenza mondiale, solo grazie alla forza di volontà.
Il "self-made man" (l'uomo che si è fatto da sé) è il mito su cui si basa la cultura americana e di cui parlano tutti i libri di storia. Per quanto discutibili possano essere certi atteggiamenti di questo popolo, bisogna ammettere che ci stanno dando una lezione di come si debbano affrontare i momenti di crisi, al di là delle scelte politiche: rimboccandosi le maniche.
I fatti, anche quelli piccoli, valgono più delle parole.

GABRIELLA RUFFINI



Martedì pomeriggio, 11 settembre 2001. Sono in studio, sto preparandomi a partire per un viaggio di lavoro in treno. Un'amica mi telefona e insieme ad altre cose mi riferisce che è precipitato un aereo a New York.
Il fatto mi colpisce anche perché avevo visto quella città proprio due settimane prima. Ma poi, in un susseguirsi di telefonate, capisco cosa è realmente successo e ciò non solo colpisce, addirittura toglie ogni parola, ogni commento.
C'è silenzio ovunque. C'è stato un attentato terroristico dalle dimensioni spaventose. Per la prima volta nella mia vita percepisco una enorme sensazione di tragedia e di sgomento; per diversi giorni essa rimane con me e con tutto il mondo.
Sono passate due settimane; come sempre il tempo cambia le cose ed al senso di tragedia è subentrato il senso della speranza e della preghiera.

Speranza e preghiera che i "grandi" del mondo capiscano che deve rimanere la pace.
Speranza e preghiera che i parenti delle vittime possano andare avanti con le loro vite.
Speranza e preghiera che non ci siano più altre terribili morti come queste.

STEFANIA COLLARI



Le riflessioni che in questi giorni occupano i giornali di tutto i mondo, accanto alle gravi preoccupazioni ed al dolore che i tragici eventi hanno portato, toccano anche argomenti certamente non marginali ma che a tutta prima possono apparire fuori sintonia rispetto ai grandi temi, come la vita, la guerra e la morte, riguardanti milioni di persone.
Infatti, poiché con gli attentati negli Stati Uniti si sono voluti colpire alcuni simboli di una società, come i grattacieli, le Twin Towers, centro economico, e il Pentagono, centro del potere militare americano, proprio la distruzione di questi "simboli" di potere ha inevitabilmente avuto enormi ripercussioni economiche.
Le discussioni vertono quindi su come affrontare il domani, e il domani che è già iniziato sicuramente richiede nuovi spazi per coloro che lavorano e devono continuare a farlo, nonostante tutto.
In una città dove un piccolo pezzo di terra vale miliardi, il vuoto lasciato dai crolli sarà colmato con nuovi edifici, senza dubbio.
E su questo punto sono sorti interrogativi inevitabili.

Le due torri saranno ricostruite o no?
Una rapida panoramica alle risposte a questa domanda, date da grandi architetti e intellettuali di tutto il mondo, evidenzia i diversi atteggiamenti, diametralmente opposti, tra un pensiero che si potrebbe definire di tipo più "europeo" e quello più "americano".
Sembrano pochissimi, negli Stati Uniti, coloro che rifiutano sdegnati di ricostruire le torri: quasi tutti gli intervistati considerano fondamentale, simbolicamente e soprattutto economicamente, che al più presto tornino a svettare nuovi, più moderni e possibilmente più grandi edifici.
Tra gli europei l'atteggiamento è più sfumato, oltre a quelli che vedono la ricostruzione come inevitabile e necessaria, alcuni auspicano un edificio-memoriale più simbolo di pace che di potere economico, altri negano recisamente l'opportunità di un intervento costruttivo che riporti allo stato di prima.
Si può comunque fin d'ora ipotizzare quale sarà l'indirizzo prevalente, nella capitale economica del mondo.

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